Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Scuola di orazione

«Oltre che offrirci a Dio quando non possiamo fare altrimenti, bisogna fare un passo in più, rinunciando intenzionalmente a qualcosa di piacevole, cioè quello che si chiama “fare un sacrificio”? 

A proposito di questa “ mortificazione che ci priva” si è già avuto modo di dire (cf Semi n° 127) che Dio non lo comanda, ma invita ad essa. Qual è la differenza? Facciamo una piccola digressione.

Il minimo richiesto dalla carità è di avere con il proprio prossimo delle relazioni corrette; il massimo è di mettersi sistematicamente al suo servizio regolandosi secondo il suo beneplacito. Questa è tutta la differenza tra i “comandamenti di Dio” e i “consigli evangelici”. I comandamenti fanno sì che una madre deve, come minimo, dare un’ alimentazione corretta al proprio figlio, ma una mamma fa infinitamente più, e darà la sua parte di torta al suo piccolo per dirle il suo amore. E se questo si chiama un “consiglio”, non vuol dire che si tratta di una semplice raccomandazione, perché non si può costringere una madre a essere anche una mamma: l’amore è un dono, o non è.

“Fare un sacrificio”, offrendo qualche cosa a Dio o a un fratello, fa passare da una logica egoistica (“io tengo la torta per me”) ad una logica di relazione, di unione (“io ti offro la torta, e in te ne trarrò vantaggio”). Questa logica è quella dell’amore, sempre in espansione: più doniamo, più scopriamo delle occasioni per donare, questo è il regime normale di una vita cristiana, questo è quello che Francesco di Sales chiama una “vita devota”:

Quando la devozione risiede in un certo grado di eccellente carità, non solamente ci rende pronti, attivi e diligenti nell’osservanza di tutti i comandamenti di Dio; ma oltre ciò, ci provoca a fare prontamente e con applicazione il maggior numero di opere buone che possiamo, anche se non sono in nessun modo comandate, ma solamente consigliate o ispirate.

S. Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota I, 1

Quando le occasioni di sacrificio dipendono da noi (“io posso rinunciare a un buon piatto”) o meno (“ho mal di testa”), noi possiamo, certamente, cercare di evitarle, dimenticarle, o sopprimerle, ma possiamo anche dimenticarci di più di noi stessi e fidarci di più di Dio, trasformando così in amore la tristezza quotidiana:

- Ecco, mio Dio, mi cercavi? Che vuoi da me? Non ho niente da donarti. Dopo il nostro ultimo incontro, non ho messo niente da parte per Te. Niente… non una buona azione, ero troppo stanca. Niente…non una buona parola, ero troppo triste. Niente se non il disgusto di vivere, la noia, la sterilità.

- Il Signore: DONA!

- L’impazienza, ogni giorno di vedere finire la giornata, senza servire a niente; il desiderio del riposo lontano dal dovere e dalle opere, il distacco dal fare il bene, il disgusto di Te, o mio Dio!... I turbamenti, gli spaventi, i dubbi…

- Il Signore: DONA!

- Signore! Ecco come uno straccivendolo, Tu vai raccogliendo gli scarti, le immondizie. Che ne vuoi fare, Signore?

- Il Signore: Il Regno dei Cieli!

Marie Noël (1883-1967), Note intime