Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Scuola di orazione

«In fondo, qual è lo scopo della vita spirituale? È l’orazione? L’unione con Dio? Vivere quaggiù secondo la volontà di Dio?»

 

«Deus ipse finis est» dice s. Tommaso d’Aquino, cioè: Dio solo è lo scopo, Dio solo è il compimento di ogni cosa, e la vita spirituale non è altro che la vita di Dio in noi. Poiché questo fine che è Dio, è inscritto in ogni uomo, in fondo, tutti hanno un solo e unico desiderio: Dio, come lo testimonia l’universalità del fatto religioso. Questo desiderio, nel linguaggio cristiano, si dice: amare.

Ecco per qual motivo, poiché l’amore è lo scopo, basta a se stesso:

L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Io amo perché amo; amo per amare. Grande cosa è l’amore se risale al suo principio, se ritorna alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere.
S. Bernardo (1180-1242), Sermone 83 sul Cantico

Ma cos’è l’amore, cos’ è questo movimento perpetuo che si nutre di se stesso e rinasce senza fine nei nostri cuori? Amare è volere, fondamentalmente, essere uno con chi si ama, scomparire in lui; o meglio, poiché l’amore non è fusione, è solamente essere se stessi in lui:

Amare è, per prima cosa, essere attratti, sedotti, catturati. Il primo atto libero e meritorio che ci viene chiesto, è quello di cedere a questa seduzione, a questa attrazione di lasciarsi prendere, di lasciarsi “possedere”, di lasciarsi fare. È qualcosa di semplicissimo che si accende nel nostro cuore senza sapere né perché né come …
Marie-Dominique Molinié (1918-2002), Ritiro predicato nel 1969

Ma

Se tu cerchi da dove viene che l’uomo ama Dio, troverai soltanto che Dio ci ha amati per primo. Colui che noi amiamo, ha donato se stesso, ha donato quello per cui lo avremmo amato. Ciò che ha dato per questo,ascoltiamolo, chiaramente esposto dall’apostolo Paolo: «L’amore di Dio è riversato nei nostri cuori». Da dove viene ciò? Da noi stessi? No, di certo. Ma allora? «Dallo Spirito che ci è stato dato» (Rm 5,5).
S. Agostino (354-430), Sermone 34

“Lo Spirito Santo che ci è stato donato”: ecco la vita spirituale. Non ha altro scopo che questo, nessun’altra ricompensa; non serve a niente, e tutto è al suo servizio. Dio non ha altra volontà se non questa, non ha altro desiderio, e prima di indicare l’organizzazione della nostra relazione con lui, l’orazione è innanzitutto questo movimento d’amore che tende a unirci a lui, come chiede Gesù a suo Padre per noi: «Quelli che tu mi hai donato, che siano una sola cosa in noi, come, Padre, tu sei in me, ed io in te; che siano uno come noi siamo uno» (Gv17,21 ss).
Ora, se parliamo dell’orazione in quanto pratiche che mirano a coltivare questa relazione, ad alimentare questo movimento d’amore – e questo è il significato a cui tende la parola orazione dalla fine delMedio Evo in poi - vediamo che essa non è lo scopo, ma il nutrimento della vita spirituale. L’errore sarebbe quello di aspettarsi qualcos’altro dall’orazione stessa, cercandovi un mezzo per fare cadere il cielo sulla terra. A una novizia che credeva di far bene chiedendo un maggiore tempo da dedicare all’orazione di quello previsto dalla Visitazione, Francesco di Sales fa rispondere:

Le dirò qualcosa sulla difficoltà di questa brava figlia: sbaglia moltissimo credendo di perfezionarsi con l’orazione senza l’obbedienza, che è la cara virtù dello Sposo, nella quale, tramite la quale e per la quale è voluto morire. Sappiamo dalle Relazioni e dall’esperienza che molti religiosi e altri, sono diventati santi senza orazione mentale; ma senza obbedienza, nessuno.
… Bisogna amare l’orazione, ma occorre amarla per amore di Dio. Allora chi l’ama per amore di Dio, ne vuole tanto quanto Dio ne vuol dare, e Dio ne vuol dare tanto quanto è permesso dall’obbedienza … Così bisogna unire la propria volontà, non almezzo per servire Dio, ma al suo servizio e al suo beneplacito.
Alla Madre Favre, primavera 1617

La vita spirituale è una vita da artista. Un artista dipinge o suona il violino per diletto, e appena entra nel giro commerciale, la sua arte ormai “ufficiale” non produrrà più che cattive copie. Non vi è niente di più triste di una vita cristiana che vuol dare lezione, aver ragione e convertire le folle. Certo, l’artista lavora in modo metodico, maper unire e rivelare, non per produrre il capolavoro che sente misteriosamente nascosto nel più profondo di sé. Cosìnell’orazione o in ogni altra pratica religiosa, «sebisogna attaccarsi a un metodo per fissare lo spirito, non bisogna pertanto esserne schiavi » (Don Claude Martin in Semi n°106).

Non esiste altra ricetta per riuscire una vita spirituale se non quella di aprirsi allo Spirito Santo, senza preoccuparsi della riuscita, né chiedersi a che punto si è arrivati; proprio come il violinista che suona bene solo quando non ha più bisogno dello spartito. Vuoi diventare un santo o un grande contemplativo? «C’è qualcosa di meglio da fare, se vuoi essere gradito a Dio: trascurare e dimenticare tutto, per pensare solo a Gesù e occuparti solo di Gesù» (François Libermann, Lettera dell’8 agosto 1837). Questa naturalezza dell’artista, è propriociò chela Tradizione chiama “santo abbandono”, nel quale riceviamo tutto quello che noi non potremmo mai produrre:

L’abbandono è un semplice lasciarsi cadere tra le braccia di Dio, come un bambino tra le braccia di sua madre.L’abbandono perfetto arriva fino ad abbandonare l’abbandono stesso Ci si abbandona senza sapere che ci si è abbandonati; se si sapesse, non sarebbe più abbandono. L’abbandono si riduce, non a fare grandi cose di cui vantarsi con se stessi, ma nel sopportare la propria debolezza e la propria infermità, nellasciar fare … Niente prepara ad abbandonarsi fino in fondo, se non l’abbandono attuale in ogni momento. Preparare e abbandonare sono due cose che si distruggono a vicenda. L’abbandono è abbandono, solo se non prepara niente. Bisogna abbandonare tutto a Dio, perfino l’abbandono stesso.
François de la Mothe-Fénelon (1651-1715), Lettera CLXVII (ed. Briand)