Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Scuola di orazione

RISPOSTA
La vita d’orazione è comunque un fattore di normalizzazione mentale, perché ci riconduce in linea con la nostra vocazione profonda: “Tu ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (S. Agostino, Le confessioni, I, 1). Questo cuore senza riposo, ecco la malattia psichica, anche se di solito questa malattia è talmente diffusa da essere poco notata, almeno fino a che i nostri comportamenti di poveri peccatori restano sopportabili nel corso abituale della vita sociale. Pertanto, chiamiamo “normali” quelli che si adattano abbastanza bene all’assurdità della loro vita senza Dio, e “malati” quelli che si adattano meno a ciò.

 

Ma non andremo più oltre sul rapporto tra il peccato, originale o attuale, e le malattie dell’anima. Il problema quindi non è esattamente sull’eventuale incompatibilità tra la malattia psichica e l’orazione, ma sulla modalità di orazione che converrà a colui nel quale la conseguenza del peccato si nota di più rispetto alla maggior parte della gente. Teresa d’Avila, per esempio, ha pensato la sua riforma del Carmelo per delle persone capaci di restare per cinquanta anni in un monastero di clausura, e sarebbe pericoloso invitare a entrarvi persone chiaramente instabili.

 

Se il buon senso basta a distogliere le anime attente da certi turbamenti psichici, non dall’orazione, ma da certe forme di vita poco compatibili con la loro patologia, costatiamo, però, che i più grandi santi non hanno avuto il massimo equilibrio, almeno agli inizi del loro itinerario spirituale: lì come altrove, non c’è genio se non al di fuori della norma comune. Teresa del Bambino Gesù era di una tale fragilità nervosa da essere considerata da molti, malaticcia, e se Francesco di Sales può sembrare un modello di stabilità, nella sua giovinezza lo si vede immerso in una crisi di angoscia che farebbe oggi la gioia degli psicanalisti. Malattia? Parliamo piuttosto di un’estrema sensibilità di cui Dio si sarà servito come di uno strumento proprio a esprimere le più sottili sfumature del suo amore. E come il minimo errore si nota nel virtuoso, mentre passa inosservato nel principiante, i santi canonizzati sono stati spesso “condannati” alla santità più pura, perché più in fretta e più profondamente degli altri, hanno preso coscienza della miseria dell’uomo senza Dio.

 

Quanto alla perdita della ragione e a uno stato di follia, ho conosciuto molte anime che sono state spinte fino a dover fare questo grande e ultimo sacrificio, mille volte più faticoso di quello della loro santità e della loro vita. Bene! Se occorre, l’anima faccia questo sacrificio, con totale abbandono e piena fiducia.

Pierre de Caussade, Lettera 75, del 1736

 

 

Dio domanda a questi suoi amici di lasciare tutto: di fatto, nella sua fragilità, a 14 anni, Teresa Martin ha già compreso quello che la maggior parte della gente non comprende che in tarda età, cioè che il peccatore è un condannato, che può solo abbandonarsi alla misericordia del Padre; ed è così che lei è divenuta santa Teresa del Bambino Gesù.

 

Per questo san Giovanni della Croce che ci direbbe che la fragilità psichica, particolarmente la malinconia (oggi diremmo la depressione nervosa) lungi dall’essere un ostacolo allo sviluppo della vita spirituale, è un elemento favorevole, perché può aiutare, salvo che l’anima non si ribelli, alla spogliazione necessaria all’unione con Dio:

 

 

L’aridità purgativa, quando è aiutata dalla malinconia o da altra malattia, come succede molto frequentemente, non lascia per questo di operare il suo effetto di purificazione del desiderio, perché essa lo priva di tutti i gusti e lo porta ad applicarsi interamente in Dio.

Notte oscura, I, 9, 3

 

Questo perché le malattie dell’anima provano infinitamente di più di quelle del corpo, e obbligano dunque a un’unione più radicale alla volontà di Colui che ce le manda, o almeno le permette, fa lo stesso. Molti dei grandi santi hanno rasentato l’abisso del loro temperamento o della loro storia, là dove gli altri, avanzando in pianura, non si sono posti affatto la domanda. Quando la sensibilità è esacerbata, la santità prende delle forme spettacolari, e l’orazione diviene luogo di uno scontro vertiginoso tra l’anima e Dio. Un caso estremo è quello di p. Surin (cfr. Semi n. 14), che poté testimoniare questo equilibrio delle sommità dopo vent’anni di malattia mentale spietata che l’aveva condotto sull’orlo del suicidio:

 

Mi sembra che, per sua misericordia, nostro Signore ha costituito il fondo della mia anima in una tal pace che non saprei spiegarvi perché, da qualunque parte guardo, io non vedo niente che mi tolga la perfetta fiducia. Paragonando questa pace a un mare versato nell’anima, mi pare come un oceano che ha cento braccia di profondità nelle sue acque… Io non so come si fa e si può fare, che il ricordo dei miei peccati e di tutte le mie miserie non diminuisce per niente la gioia di questa pace, e sento questa pienezza come se l’anima avesse perduto ogni motivo di timore e sentisse in sé solo beni, che reputa indubitabili, gettando nel seno di Dio tutto quello che le può dare preoccupazione in qualunque modo sia… Così lo spirito che una volta aveva tante pene, come colui che si vedrebbe vestito di spine e punto da mille punte acuminate e ferito in egual misura da tanti oggetti quanti sono i suoi pensieri, è ormai incapace di vedere nulla che lo addolori e gli tolga il suo riposo… Ciò che si chiama cura e malinconia è rinviato così lontano che non ne resta alcuna vestigia. E sebbene nostro Signore esercita il mio spirito attraverso sorprese contrastanti e mortificanti …, io non sento alcuna interruzione di questo stato gioioso.

Lettera 356, marzo 1661

 

Surin e molti dei suoi simili ci mostrano che non si può scalare l’Himalaya senza rischi, ma nello stesso tempo, quando ci si stringe a Gesù, in realtà non c’è nessun rischio, tranne un po’ di vertigine