Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Semi di contemplazione

Semi di Contemplazione, foglio di spiritualità con cadenza mensile, è la traduzione curata dalla Confraternita Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, del bollettino Oraison edito dall’Association Saint Jean de la Croix con sede nella diocesi di Bourges a Mers-sur-Indre, una piccola località del Berry, nel cuore della Francia, il cui moderatore è il padre Max Huot de longchamp.

Il foglio si compone di un passo tratto da un testo della Tradizione cristiana con un breve commento sull’autore e sul contenuto, e di un approfondimento di una tematica connessa alla vita di preghiera. Una breve rubrica, a cura del moderatore della Confraternita, Mons. Antonino Raspanti, chiude il foglio. Dal numero 100 conclusa l’Orazione dalla A alla Z, p. Max risponde alle domande più frequenti in materia di Orazione attraverso le parole dei grandi amici di Dio, dando vita a L’Orazione in domande.

Il foglio intende sostenere coloro che, toccati da Cristo, hanno deciso di accogliere la Sua proposta di condividere pienamente la loro vita con Lui, lasciando entrare Cristo in ogni angolo dell’esistenza, per non dividersi mai da lui; il salmista li chiama beati perché hanno deciso nel loro cuore di intraprendere il santo viaggio. Le parole dei grandi amici di Cristo sono fonte di luce e di gioia, come sa bene chi l’ha provato: fonte di luce perché aiutano a comprendere se stessi e la strada che si sta percorrendo, spesso avara di luci; fonte di gioia perché la condivisione fraterna delle meraviglie divine operate nei fedeli accresce la gioia di ogni cristiano.
Quando Dio agisce nel credente, crea sempre qualcosa di nuovo e di irrepetibile, che compie la naturale singolarità della persona. Discernere quest’opera per assecondarla è una necessità e un travaglio, che la stessa persona vive talvolta in modo doloroso. Ella cerca riscontri che non sempre le sono concessi, con il pericolo che, delusa e scoraggiata, abbandoni il cammino. In realtà il Signore la conduce e la sostiene nella comunione dei santi, cioè la Chiesa, dove ella scopre lentamente la sua singolarità esaltata nella relazionalità.

Ci auguriamo che il presente foglio fornisca qualche piccola luce a quei beati in cammino mentre, certo, non recherà dispiacere a coloro che sono avanti in esso.

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Numero 143 - Dicembre 2012

Sulle anime che non avanzano ...

Autore: Pierre de Poitiers, † 1684

Il passo tratto da “Il Giorno mistico”  testimonia bene la necessità, per gli spirituali, di difendere la contemplazione sovrannaturale di fronte al giansenismo invadente alla fine del secolo XVII francese.

 

L’orazione di quiete, questa attenzione “amorosa” a Dio percepita in un quasi riposo della vita mentale, è talvolta piena di dolcezza e di luce, talvolta così secca (“senza pensieri e senza gusto”) che sembra inesistente, come se Dio non fosse più là. Ora, qualunque ne sia l’eco psicologico, questa presenza è puramente spirituale, dunque solo la fede può coglierla: «Né l’alta comunicazione e presenza sensibile di Dio testimonia di più la sua presenza, né l’aridità e la mancanza di tutto questo nell’anima è testimonianza di una minore presenza di Dio in essa» (Giovanni della Croce, Cantico spirituale,1). Eppure, anche se tutti lo sanno più o meno, molti abbandoneranno l’orazione nei momenti di secchezza, per mancanza di una fede tutta semplice nella presenza di Dio nell’anima dei suoi amici.

 

L’orazione è un dono di Dio, e non una costruzione dell’uomo. Ecco perché anche se siamo nella insensibilità spirituale, anche se le condizioni esteriori (rumore, agitazione…) o interiori (preoccupazioni, stanchezza) sono sfavorevoli, l’orazione resta intatta, purché la nostra intenzione sia quella di offrirci alla grazia di Dio con un po’ di buona volontà.

 

Molte anime contemplative non supereranno questo scoglio della fede semplice, e troveranno più rassicurante il “fare” delle cose per Dio, invece esse sono chiamate a lasciar fare a Dio in loro, anche se questo dovesse prendere la forma dell’ “orazione senza gusto”.

 

Anche se la dottrina unanime dei santi ci mette in guardia contro la ricerca di una preghiera “utile”, come se la grazia non fosse gratuita, si cade sempre nello stesso tranello: “Ho sottolineato che molti non fanno affatto differenza tra Dio e il sentimento di Dio, tra la fede ed il sentimento della fede, questo è un grande difetto”. (s. Francesco di Sales).

 

 L’orazione in domande risponde a: ««Le “notti dell’anima” di cui ci parla s. Giovanni della Croce, sono obbligatorie per il progresso della vita spirituale?».

 

Il tema della rubrica è: L’attenzione e la preghiera

Numero 142 - Novembre 2012

Perchè fare orazione

Autore: Antoine de Molina, 1550-1612

Il brano qui presentato risponde a una domanda molto semplice: perché fare orazione? Anche la risposta sarà molto semplice: perché tale è il beneplacito di Dio!

 

 A che serve pregare? Domanda assurda. Si prega soltanto nella gratuità, nella grazia: «È pericoloso contare i propri anni di orazione, perché si deve sempre temere di compiacersi nel pensiero di aver meritato qualcosa. Non nego che un’anima che, dopo tanti anni, persevera umilmente nell’orazione, non faccia dei progressi, e che Dio non le conceda dei favori, ma dico che essa non deve per niente ricordarsi di questi anni…» (Teresa d’Avila, Libro della vita, 39).

 

Certamente la presa di coscienza dell’amore di Dio per noi è consolante, e ogni preghiera autentica è equilibrante perché ci stabilisce nella verità della nostra filiazione divina. Resta il fatto che questa filiazione non è percepita che al “centro dell’anima”, mentre il resto della nostra coscienza può essere agitato da mille turbolenze dolorose che, pur non compromettendo questa felicità profonda, ci impediscono di sentirne il piacere, cioè l’eco nella nostra sensibilità.

 

Occorre, dunque, essere perfettamente indifferente alla nostra vita spirituale, “abbandonare l’abbandono stesso” (Fénelon). Ci resterà allora la felicità assoluta di amare Dio assolutamente, senza riguardo ai piaceri volubili degli stati d’animo, può darsi notevoli, ma che, ad ogni modo al massimo dureranno solo il tempo del nostro passaggio su questa terra: «Un buon modo per mantenersi alla presenza di Dio, è di essere, e volere, sempre e per sempre, essere nel suo beneplacito! ... Perché, insomma, questo è il colmo dell’estasi amorosa di non avere la propria volontà nella propria soddisfazione, ma in quella di Dio, o di non avere la propria soddisfazione nella volontà propria, ma in quella di Dio» (S. Francesco di Sales, Trattato dell’Amore di Dio, VI,11).

 

L’orazione in domande risponde a: «S. Francesco di Sales ci dice che è l’amore a dare il valore a tutte le nostre opere. Ma l’amore non si sente e non si quantifica! Allora, come sapere se le cose si fanno con molto o con poco amore? E quale posto dare nell’amore ai sentimenti?».

 

Il tema della rubrica è: La stabilità della presenza

Numero 141 - Ottobre 2012

Gesù, unico Direttore

Autore: Archange Enguerrand, 1631-1699

La vita spirituale è una traversata del deserto verso il centro della nostra anima, là dove Dio risiede misteriosamente: «Avanza senza riferimenti sullo stretto sentiero che ti condurrà nella via del deserto» (Poema anonimo del XIV sec.). Solo Dio fatto uomo, Gesù Cristo, conosce questo sentiero: “affidarsi a lui tramite lo spirito di fede” è l’atteggiamento senza il quale non raggiungeremo mai la meta. In tutte le sue lettere, Archange Enguerrand ricolloca le anime in questa fede in Gesù tanto semplice e ragionevole quanto cieca, che porta in sé le “grandi promesse del Vangelo”, laddove i sentimenti, le luci e altre massime non sono che appigli umani su un cammino che supera radicalmente le capacità dell’uomo. A tutti i suoi diretti, a Madame Guyon in primo luogo, Archange insegnerà di non inquietarsi quando “tutte queste provviste ti saranno tolte”.

 

Si confondono spesso l’orgoglio e la vanità, il fariseo e il debole. Ora l’orgoglio non consiste nel mostrare i propri muscoli, ma nel fare affidamento solo su se stessi e ciò è la negazione stessa dell’amore; la causa può essere la paura o la pigrizia, come pure la presunzione. Questo orgoglio è tanto più difficile da scoprire e da combattere quanto più spesso è introdotto “tramite l’astuzia e la scaltrezza”, nascoste sotto le apparenze di una buona volontà, se non di una buona fede.

 

Come combattere questo orgoglio? Rinunciando all’“idea che ci siamo fatta della vita interiore e dei suoi progressi”, per delegare a Gesù Cristo la cura della nostra vita spirituale. Concretamente, questo vuol dire vivere umilmente il Vangelo, la Parola di Dio, nella certezza che allora è Cristo stesso che ci conduce. In quest’ abbandono alla sua volontà, “la fede illumina le nostre tenebre” e tutti gli eventi della nostra esistenza assumono un senso: laddove i nostri progetti si scontrano con quello che noi chiamiamo sfortuna o ostilità degli uomini, “Dio si serve di queste contrarietà per attaccare, per ferire, per abbattere  questo fondo d’amor proprio che vive in noi”.

 

L’orazione in domande risponde a: «I santi, e in primo luogo Gesù stesso, ci invitano a portare la nostra croce. Questa è una conseguenza del peccato? La Santa Vergine l’ha provato? Senza peccato originale, Adamo ed Eva avrebbero conosciuto la croce? Eva avrebbe evitato i dolori del parto?»

 

Il tema della rubrica è: La vita solitaria nuovamente apprezzata

Numero 140 - Settembre 2012

Preghiera vocale e contemplazione

Autore: S. Teresa d’Avila, 1515-1582

Teresa d’Avila nel Cammino di perfezione ricorda che non esiste alcuna vita spirituale la quale non poggi sull’umiltà e sull’obbedienza, e se la contemplazione conduce alle vette che descrive nel Castello interiore, essa è già presente, nelle sue forme più elementari di preghiera, nella semplice recita del Padre Nostro di cui il Cammino di perfezione  non è, in fondo, che un lungo commento.

 

Tutta l’arte di Teresa consiste nel mostrarci che, in realtà, la contemplazione è il motore di tutta la vita spirituale, anche se essa passa in primo piano nella coscienza soltanto quando Dio s’impone all’anima tramite “l’orazione di quiete”.

 

Quando la preghiera diviene contemplativa, non si cerca più Dio, perché si presenta da solo, e, quindi “sospende i nostri pensieri” e “lega la nostra lingua” facendo sparire o quasi, l’orazione mentale come quella vocale.

 

Dio entra in noi dal vertice dell’anima, dove sappiamo prima di riflettere e dove amiamo prima di volere; così riflettere o volere questa o quell’altra cosa particolare, anche se nel nome di Dio, mentre Lui stesso si impone con evidenza, ci obbligherebbe a ricreare una distanza tra Lui e noi, che ci farebbe perdere il “godimento di questa felicità” di possederlo. Ecco perché le anime contemplative godono “senza sapere come godano”, amano “senza sapere come amino”, e possiedono “senza sapere come possiedano”.

 

Voler riprendere l’iniziativa per comprendere ciò che accade, distruggerebbe immediatamente la contemplazione che consiste nell’accogliere, e non nel produrre Dio che si manifesta all’anima perché “Nostro Signore vi opera da solo: è solo opera sua, e siccome questa opera è al di sopra della natura, la natura non vi ha parte alcuna”.

 

L’orazione in domande risponde a: «In fondo, qual è lo scopo della vita spirituale? È l’orazione? L’unione con Dio? Vivere quaggiù secondo la volontà di Dio?».

 

Il tema della rubrica è: La gioia misteriosa della Presenza

Numero 139 - Luglio/Agosto 2012

Trasparenza dell'unione

Autore: Séverin Rubéric, XVII sec.

Gli Esercizi sacri sull’amore di Gesù, suddivisi secondo le tre vie classiche della vita spirituale (purgativa, illuminativa, unitiva), alternando meditazioni e consigli pratici, formano una guida completa a uso dei religiosi interessati alla vita contemplativa. Nella via unitiva, si rilevano rari sviluppi sulla perfezione mistica, particolarmente sul matrimonio spirituale e la morte d’amore, che bastano a classificare Séverin Rubéric , autore poco conosciuto, tra i grandissimi.

 

Chiama la  purificazione abnegazione: non si tratta di sforzo morale di rinuncia, ma di una presa di coscienza di colui che sperimenta che senza Dio è niente. Appoggiandosi quindi su Dio solo, l’anima può unirsi a lui con una fede intera, senza intermediari (“bocca a bocca”).

 

Quest’ unione senza intermediari tende alla trasparenza di una completa trasformazione dell’anima in Dio: così come la luce è invisibile, ma fa vedere ogni cosa, anche la trasformazione in Dio non si nota, ma dona di vedere quello che Dio vede, e di vivere quello che egli vive.

 

Contemplazione ed azione, passività ed attività, sono i due lati dell’unione dell’anima con Dio. Cioè lo riceve e lo dona nello stesso atto, poiché è sospesa a lui con “l’attenzione nuda e semplice dello spirito”.

 

 Libera da se stessa per agire, quest’ anima non lo è meno per godere di Colui che si dona a lei senza riserve. E proprio come agisce con spigliatezza, lei gode senza turbamento, senza “luci né sapori” straordinari, senza inquietarsi di godere o non godere (“spesso essa ignora perfino in quale stato si trovi”). Poiché l’unione dello Sposo e della sposa si forma nel più profondo di quello che essi sono, le loro “comunicazioni sono segretissime” e niente si nota dall’esterno. Quest’ anima è equilibrata “nel fondo del suo spirito”, al riparo dalle turbolenze delle sue passioni, come un pesce nuota calmo nel fondo del mare in mezzo a una terribile tempesta.

 

L’orazione in domande risponde a: «Si parla spesso di “offrire” le nostre preoccupazioni, dolori, e altre prove al Buon Dio, come se questo gli facesse piacere, o ancora di privarci di questa o quella cosa piacevole per offrirla in sacrificio a Lui: il buon Dio ama veramente vederci soffrire?».

 

Il tema della rubrica è: La Gloria di Dio

Numero 138 - Giugno 2012

L’essenza dell’orazione

Autore: Marguerite d’Arbouze, 1580-1626

In una trentina di pagine Marguerite d’Arbouze dà una descrizione perfettamente cartesiana di quello che è l’orazione mentale. Tutto si integra in una sintesi chiara e semplice, che insiste sulla grazia da parte di Dio, e sulla spoliazione radicale di sé, che ne è la conseguenza, da parte dell’uomo.

 

Noi pensiamo spesso che nella preghiera, facciamo la metà del cammino verso Dio, mentre Dio fa l’altra metà verso di noi. Ma non è così, la preghiera è una grazia, “un dono di Dio che il suo Spirito divino dona a chi gli piace, quando gli piace e nel modo che gli piace”, il nostro compito non è di costruirla, ma di accoglierla, di “abbandonarsi a Lui”.

 

Il nostro primo passo nella preghiera, il semplice fatto di avere voglia di provare a pregare, attesta che la grazia di Dio ha già cominciato il suo lavoro. Questo desiderio, è già “gustare le opere di Dio”. Non si tratta (o non abitualmente) di una sensazione, di un sentimento, di una illuminazione, ma semplicemente di una evidenza e di un’attrazione più profonda di ogni altra impressione proveniente dall’esterno: Dio arriva dall’interiore, ci impone come un nuovo equilibrio mentale (“l’anima non trova più per sé un posto piacevole sulla terra”); ci mettiamo a vedere e volere come lui (“illumina” e “attira” contemporaneamente), “ci fa un’unica cosa con lui”, generandoci alla sua stessa vita, adozione divina che definisce la vita cristiana.

 

L’effetto della grazia è di staccarci nelle nostre vite da tutto quello che è meno di Dio, e di donarci il desiderio di “vivere sopra il livello comune degli uomini”. E l’anima deve così scegliere. Anche se la grazia di Dio è motore nello sviluppo di una vita spirituale, l’anima serba tutta la responsabilità di questo sviluppo, la responsabilità di “un assoluto disimpegno e spoliazione da tutto quello che non è Dio o per Dio”.

 

L’orazione in domande risponde a: «Gli autori che lei cita, soprattutto Francesco di Sales, ci invitano spesso all’abbandono. Ma come sapere se questo abbandono non è semplicemente la tiepidezza di un’anima che, con il pretesto di lasciar fare al Buon Dio, è in realtà indifferente a Gesù?»

 

Il tema della rubrica è: Gli Abdâl islamici e l’offerta vittimale cristiana

Numero 137 - Maggio 2012

Cadere in Dio

Autore: Robert de Langeac (= Augustin Delage) 1877-1947

 «Dio è il centro dell’anima», ci dice s. Agostino, nel senso di “centro di gravità”; così che lei è spontaneamente attratta da lui come la pietra lo è dal centro della terra. Tutta la vita spirituale è la storia di questa discesa, durante la quale il nostro unico lavoro è di rimuovere gli ostacoli, cioè di lasciarci semplificare, interiorizzare, fino a che il nostro equilibrio sia in Dio stesso.

 

Non immaginiamo l’unione a Dio come una specie di visione fredda e tutta intellettuale: essa è quella che prova il bambino quando riposa sul cuore della madre, spirituale e così carnale contemporaneamente, ma mille volte, dieci mila volte, amplificato. Il metafisico deve qui tacere perché pensa alla distinzione delle cose, invece l’anima sperimenta l’unità delle persone, essenzialmente inesprimibile che fa conoscere, fa amare, ma è in se stessa inconoscibile e inafferrabile. Si sa che l’altro è altro, e tuttavia è noi stessi (“si è tutto quello che egli è”) in una comunione che non è confusione, perché “si gusta, se ne gode, se ne vive”.  Giovanni della Croce introdurrebbe qui il tema della morte d’amore, ultimo atto di questa esplosione di vita, “vita che si è ricevuta, vita che si è ”, e che bisogna adesso donare, finché cada “l’ultimo velo”, nuova allusione a s. Giovanni della Croce, alla fine della prima strofa di Fiamma viva.

 

Questo è tutto l’organismo spirituale che è così ristabilito: nel nostro primo atto di fede, noi ci siamo donati a Gesù; e da lì in poi, tutta la nostra anima si è poco a poco riorganizzata, rivoltata come un guanto. Ci siamo messi a sentire secondo Gesù, a immaginare secondo Gesù, a pensare e a volere secondo Gesù e, una volta in pieno possesso del suo tesoro, l’anima si mette con lui a “donare, donare, donare ancora. Quale beatitudine!”. Allusione, questa volta, a Teresa di Avila alla fine del suo Castello interiore: “E adesso, opere, opere!”.

 

L’orazione in domande risponde a: «Molta gente pretende di aver incontrato Gesù, e di averne ricevuto direttamente dei messaggi molto chiari. Ma dall’uno all’altro, questi messaggi fanno dire a Gesù delle cose contraddittorie. Come sapere se vengono realmente da lui?».

 

Il tema della rubrica è: Thomas Merton: il deserto della compassione

Numero 136 - Aprile 2012

Seguire l’invito dello Spirito

Autore: Pierre de Clorivière, 1735-1820

Clorivière focalizza il punto più decisivo della crescita spirituale: il concatenarsi della meditazione con la contemplazione vera e propria. Lasciando la meditazione, l’anima perde ogni controllo su se stessa e si tuffa nella fede, cosa che troppo spesso le fa paura; così si irrigidisce preoccupandosi di “fare” bene, proprio quando, invece, occorrerebbe “lasciar fare” a Dio. Viceversa, essa può, per pigrizia o presunzione, immergersi prematuramente, non nello stupore della fede, ma nell’oscurità di un semplice vuoto mentale. Clorivière ci mostra come evitare di confondere i due stati.

 

Nella meditazione, l’oggetto da conoscere è illuminato dalla luce di Dio come tramite un proiettore laterale che permette di esaminarlo da diverse angolazioni: noi cerchiamo di “penetrare gli oggetti che la fede ci presenta”. Nella  contemplazione, lo stesso oggetto “brilla”, in certo qual modo, appena noi lo guardiamo, perché la luce di Dio è in noi, e noi stessi siamo il proiettore; così che invece di illuminarlo dall’esterno, questa luce “ce ne fa penetrare la profondità”.

 

 “L’anima si sente dolcemente chiamata a qualcosa di più perfetto”. Questo è il punto delicato: quando Dio chiama un’anima a lasciarsi fare da lui (questo è quello che Clorivière chiama qui “orazione affettiva”), ella prova contemporaneamente desiderio e timore. Desiderio, perché non appena cede al suo invito, si rende conto che “lo spirito, senza quasi alcuna fatica da parte sua, penetra ben più avanti di quanto non facesse prima con l’aiuto del ragionamento, negli oggetti che gli sono proposti” e nello stesso tempo la sua volontà “produce come da se stessa gli atti più generosi e ferventi”. Ma ella tuttavia teme di essere vittima di un’illusione, e ciò perché dal peccato originale in poi, non riusciamo più a credere che Dio possa amarci per noi stessi, abbandonandoci molto semplicemente a questo amore.

 

L’orazione in domande risponde a: «S. Teresa D’Avila, nel suo Libro delle fondazioni , ripete che “ non c’è alcun cammino che conduca più velocemente alla suprema perfezione se non quello dell’obbedienza». Qual è il posto dell’obbedienza in una vita di orazione?».

 

Il tema della rubrica è: La sete di Gesù dona lo Spirito

Numero 135 - Marzo 2012

Pregare i Santi

Autore: Henri-Marie Boudon, 1624- 1702

Gli “stati più sublimi” sono caratterizzati dall’intensità dell’amore per Dio, non dall’elevazione del pensiero. Lungi dall’immergerlo nei ragionamenti, l’intensità dell’amore semplifica il pensiero. Una volta esaurite tutte le ragioni di amare, - “amo perché amo”, e basta - direbbe s. Bernardo. Per questo “quando l’attrazione (= attrazione divina) ci unisce direttamente a Dio: questa percezione ”diretta” è esattamente l’esperienza contemplativa.

 

Questa evidenza della presenza di Dio, è nello stesso tempo evidenza della presenza in lui, di tutti quelli che vivono di lui: Gesù nella sua umanità, ma anche la Vergine ed i santi, e oltre, di tutta la creazione.

 

“La Santa Vergine e i santi non ricevono le anime se non per donarle a Dio”. Cosa vogliono i santi per noi ? “Essi vogliono da noi, solo, che siamo uniti a Dio assieme a loro”. Questo è tutto il mistero della comunione dei santi, che ci unisce gli uni agli altri nella misura in cui siamo uniti a Dio, come i raggi di una ruota sono uniti dal suo centro.

 

Amare i nostri fratelli, non è pensare a loro, ma vivere per loro. Un padre di famiglia non pensa ai suoi figli mentre lavora, ma al lavoro, eppure è per loro che lavora. Anche amare i santi, è amare quello che essi amano, e quello che amano, è la volontà di Dio. Ogni santità è santità di Cristo, in lui stesso o nei santi. Ecco perché venerare i santi e pregarli, è ancora venerare Cristo e pregarlo, e viceversa.

 

L’orazione in domande risponde a: «La lectio divina può sostituire l’orazione? Qual è il loro rapporto? Come praticare la prima in vista della seconda?».

 

Il tema della rubrica è: Amare egualmente tutti

Numero 134 - Febbraio 2012

Al vertice della contemplazione

Autore: S. Lorenzo Giustiniano,1381-1456

S. Lorenzo Giustiniano nel testo L’ Albero della vita studia i diversi modi di fare orazione, dalla preghiera di domanda alla pura contemplazione, divisa in sei gradi, di cui il più alto corrisponde all’unione trasformante di s. Giovanni della Croce.

 

La vita spirituale nasce da un incontro, e un incontro suppone che i partner si vedano prima di tutto da lontano e poi avvicinandosi di più si scoprano a poco a poco. Nell’incontro con Dio, il ruolo della meditazione caratterizza spesso la preghiera dei principianti. L’uomo e Dio si scorgono in qualche modo in un faccia a faccia l’uno dell’altro.

 

Nell’orazione intesa come preghiera contemplativa l’uomo e Dio si percepiscono ormai, per una grazia gratis data, nel contatto l’uno con l’altro (“l’uomo attaccato a Dio”).

 

Giovanni della Croce ci direbbe che nella “vista vera e certa” della contemplazione giunta alla maturità, l’uomo e Dio si colgono allora trasformati l’uno nell’altro. Questa trasformazione così come la descrive Lorenzo Giustiniano, qui, è un abbozzo di quello che svilupperà lungamente Teresa d’Avila nella sesta e settima mansione del Castello interiore, o Giovanni della Croce in Fiamma viva: spogliata di se stessa e posseduta da Dio, l’anima sperimenta una felicità indescrivibile ed eternamente crescente, riferito dopo i Padri alla Prima Lettera ai Corinzi 6,17: “formare con il Signore un solo spirito”.  

 

L’orazione in domande risponde a: «Lo sviluppo di una vita di orazione è legato a una pratica frequente della confessione?».

 

Il tema della rubrica è: La purificazione dell’amicizia divina.

Numero 133 - Gennaio 2012

Vera e falsa contemplazione

Autore: Antonio de Molina, 1550-1612

Antonio de Molina, teologo e direttore spirituale, in 300 piccole pagine, ci dà uno dei trattati più classici sulla pratica dell’orazione. La questione che egli tratta è quella sull’origine dei desideri, della volontà, o semplicemente delle idee che nascono in noi quando siamo nell’atteggiamento di fede, poiché l’autenticità della fede è per definizione non verificabile se non secondo criteri sovrannaturali.

 

Poiché è accoglienza della luce di Dio, la fede ci mette nella verità, e dunque nell’umiltà.

 

Nel giorno dell’Annunciazione, Maria fu turbata, non impaurita; Dio destabilizza, ma non distrugge niente, e ben presto una pace profonda accompagna il nuovo equilibrio che la sua grazia rende possibile. Invece, sotto l’influenza del demonio, una volta passata la soddisfazione tutta animale del peccato, la vita si complica e il peccatore finisce per passare da uno squilibrio a un altro.

 

L’albero si riconosce dai frutti, e la vera unione a Dio, dalle azioni conformi alla sua volontà.

Quanto si sente di gradevole o sgradevole nell’orazione non è mai determinante, ed è meglio non preoccuparsene. Poiché si tratta di amare, in una vita contemplativa si deve considerare solo la volontà del Diletto. E per questo chi la conduce, si mette ad amare sempre più, ciò che Gesù ha amato, a disprezzare quello che egli ha disprezzato, e a vivere quello che ha vissuto.

 

L’orazione in domande risponde a: «Si può considerare l’adorazione del Santissimo Sacramento come tempo di orazione? L’una può sostituire l’altra?».

 

Il tema della rubrica è: Il sacrificio di Cristo raffigurato in Isacco.