Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Semi di contemplazione

Semi di Contemplazione, foglio di spiritualità con cadenza mensile, è la traduzione curata dalla Confraternita Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, del bollettino Oraison edito dall’Association Saint Jean de la Croix con sede nella diocesi di Bourges a Mers-sur-Indre, una piccola località del Berry, nel cuore della Francia, il cui moderatore è il padre Max Huot de longchamp.

Il foglio si compone di un passo tratto da un testo della Tradizione cristiana con un breve commento sull’autore e sul contenuto, e di un approfondimento di una tematica connessa alla vita di preghiera. Una breve rubrica, a cura del moderatore della Confraternita, Mons. Antonino Raspanti, chiude il foglio. Dal numero 100 conclusa l’Orazione dalla A alla Z, p. Max risponde alle domande più frequenti in materia di Orazione attraverso le parole dei grandi amici di Dio, dando vita a L’Orazione in domande.

Il foglio intende sostenere coloro che, toccati da Cristo, hanno deciso di accogliere la Sua proposta di condividere pienamente la loro vita con Lui, lasciando entrare Cristo in ogni angolo dell’esistenza, per non dividersi mai da lui; il salmista li chiama beati perché hanno deciso nel loro cuore di intraprendere il santo viaggio. Le parole dei grandi amici di Cristo sono fonte di luce e di gioia, come sa bene chi l’ha provato: fonte di luce perché aiutano a comprendere se stessi e la strada che si sta percorrendo, spesso avara di luci; fonte di gioia perché la condivisione fraterna delle meraviglie divine operate nei fedeli accresce la gioia di ogni cristiano.
Quando Dio agisce nel credente, crea sempre qualcosa di nuovo e di irrepetibile, che compie la naturale singolarità della persona. Discernere quest’opera per assecondarla è una necessità e un travaglio, che la stessa persona vive talvolta in modo doloroso. Ella cerca riscontri che non sempre le sono concessi, con il pericolo che, delusa e scoraggiata, abbandoni il cammino. In realtà il Signore la conduce e la sostiene nella comunione dei santi, cioè la Chiesa, dove ella scopre lentamente la sua singolarità esaltata nella relazionalità.

Ci auguriamo che il presente foglio fornisca qualche piccola luce a quei beati in cammino mentre, certo, non recherà dispiacere a coloro che sono avanti in esso.

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Numero 154 - Dicembre 2013

Un’attenzione senza tensione

Autore: S. Pietro di Alcantara, 1499-1562

Il Trattato sull’orazione e sulla meditazione, piccolo manuale di dodici capitoli, diventato un classico, termina con una serie di raccomandazioni pratiche di cui citiamo la quarta e la quinta. Questo testo redatto nel 1555, corrisponde al momento in cui l’orazione metodica moderna non era ancora completamente strutturata, e le linee di demarcazione tra orazione, meditazione, contemplazione, lettura o preghiera vocale, erano meno nette, rispetto a 30 anni dopo.

 

L’orazione contemplativa, poiché è amorosa, non ha bisogno di sforzarsi, ma poiché Dio non è percepibile con i sensi, essa ha tuttavia bisogno di essere sostenuta dalla volontà per non divagare nel vuoto della mente. L’esperienza mostra che questo equilibrio è delicato, poiché dopo il peccato originale, noi siamo abituati, nella preghiera come altrove, a conquistare più che ad accogliere. Il segreto sta nel non fare attenzione ai nostri pensieri, ma a Colui al quale si pensa, perché l’orazione non è un’attività intellettuale volta a produrre idee, ma l’intrattenere una relazione di cui Dio ha preso l’iniziativa.

 

Quest’attenzione senza tensione deve essere sistemata nel momento del passaggio da una preghiera meditativa a una preghiera propriamente contemplativa, momento in cui una direzione spirituale avveduta permette di evitare delle contrazioni: da un lato, l’anima sente una “dolcezza di devozione”, che la mette in riposo (si parla qui di orazione di quiete), ma dall’altro lato, quando essa ritorna su se stessa (cosa che non dovrebbe fare), non sente più la sua attività, cosa che la porta a concludere sull’assenza di Dio. Da qui, l’alternanza tra i momenti della venuta del Signore e i momenti di attesa alla porta del sacro palazzo di Sua Maestà”, secondo che l’uno o l’altro s’imponga al primo livello della coscienza. Qui, bisogna mostrare all’anima la logica di quello che vive perché non se ne preoccupi, invitarla a entrare in un abbandono sempre più radicale a questo Signore che lei non sente, ma di cui deve bastarle sapere  che è lì, molto più intensamente rispetto a tutto quello che lei sente. Questa logica è quella del Vangelo: chi perde la sua vita, la trova, cioè la riscopre a un livello molto più profondo, nella preghiera come in altro.

 

Mentre la meditazione vera e propria, che caratterizza spesso gli inizi di una vita spirituale seria, affatica l’anima che non prova più gusto, la lettura spirituale può prenderne il posto come ponte verso la contemplazione; non più la lettura degli inizi, destinata a fornire i dati della meditazione, ma un semplice sostegno all’attenzione tramite qualche parola d’amore cercando di sentire quello che stai leggendo”. Il silenzio di una relazione sempre più trasparente si adatterà  meglio con qualcuna di queste parole piuttosto che col vuoto assoluto, poiché le nostre facoltà mentali hanno bisogno di mettere qualcosa tra i denti. Un libro come l’Imitazione di Gesù Cristo, per esempio, gioca molto bene questo ruolo, in quanto riconduce senza sosta il suo lettore a questa presenza silenziosa di Dio in lui.

 

L’orazione in domande risponde a:  «Una grandissima sensibilità è un handicap in una vita spirituale?»

 

Il tema della rubrica è: La gioia del Vangelo

Numero 153 - Novembre 2013

Gli amici nascosti di Dio

Autore: Istituzioni tauleriane

Sono gli amici nascosti di Dio che trattengono la sua giustizia e la convertono in misericordia: come Abramo che intercede per Sodoma (Gn 18), essi obbligano Dio ad andare fino all’apice della sua logica, e donar loro per amore, ciò che non può dar loro per giustizia. Non che gli impongano i loro capricci, ma se costringono Dio a piegarsi alla loro volontà, è perché in primo luogo questa è perfettamente unita a quella di Dio e accettando per se stessi la sua misericordia, sono diventati intercessori per i loro fratelli peccatori. Si potrebbe pensare che questa intercessione non sia necessaria, che l’amore infinito di Dio basti alla salvezza di tutti; ma in realtà, Dio stesso dà ai suoi amici, spiritualmente uniti alle piaghe del Salvatore, la straordinaria responsabilità di essergli associati nella salvezza dei loro fratelli.

 

 La loro santità passa inosservata: coloro che fanno la volontà di Dio vivono nell’armonia di un comportamento sempre esattamente adatto alla situazione nella quale la sua provvidenza li mette. Per questo passano inosservati agli occhi di coloro che avvicinano. Gli amici di Dio sono nascosti, perché il miglior modo di nascondersi è proprio quello di non nascondersi: non si nota la gente che vive questa armonia, cioè la gente normale.

 

Gli amici di Dio sono disprezzati, ignorati, spregiati perché non rientrano in alcuno dei calcoli di coloro che vedono solo il valore mondano delle cose, e sono incapaci di apprezzarne la bellezza e la bontà. I santi e la loro bontà fanno sì che il mondo sia sopportabile, ma loro sono percepiti come insopportabili: «Voi cercate di uccidermi, perché la mia parola non trova accoglienza in voi» (Gv 8,37). Il servo non è al di sopra del suo padrone, e proprio alla scuola della Passione di Cristoi suoi amici apprendono che il mondo non può accoglierli.

 

L’orazione in domande risponde a:  «Quando leggo Teresa d’Avila o Giovanni della Croce, o tanti altri autori citati in Semi, ho spesso l’impressione che parlino di cose che non mi accadranno mai, e questo mi scoraggia un po’… “Notti dell’anima”, “unione trasformante”, “matrimonio spirituale”…sono proprio necessari per essere un buon cristiano? La santità è così eccezionale?»

 

Il tema della rubrica è: L’amore alla Chiesa

Numero 152 - Ottobre 2013

Consolazione e desolazione

Autore: Honoré di Cannes,1632-1694

 

Honoré di Cannes lascia diverse opere di pietà legate alla sua azione missionaria. L’intenzione era di mettere i suoi uditori in orazione, e per loro scrive la sua Pratica dell’orazione mentale, di un centinaio di pagine, vendute in occasione delle sue predicazioni. Si tratta di un manuale semplice e classico, con frequenti riferimenti a san Francesco di Sales.

 

Come tutti i maestri, Honoré non disprezza le consolazioni nell’orazione, l’essenziale è di “non attaccarsi a esse”. Ma esse non sono che un modo mediante il quale Dio supplisce alla nostra debolezza; è permesso rallegrarsene, ma non cercare di trattenerle, e in nessun caso devono essere una condizione per la nostra applicazione nell’orazione.

 

Poiché Dio è in se stesso invisibile e impalpabile, “è più consueto per le anime che si dedicano all’orazione esserci senza gusto che con dolcezze”. I gusti e le dolcezze non sono che riflessi di questo Dio non percepibile dalla nostra sensibilità, e un riflesso indica sempre una dispersione di luce; quindi un’ orazione senza gusto è solo più trasparente. Invece di desolarcene, approfittiamone per fare della nostra orazione un atto di fede più radicale, che ci immerge letteralmente nella luce divina.

 

La fede non si regola su quello che sperimentiamo tramite il gioco naturale delle nostre facoltà, ma sulla Parola di Dio rivelata in modo soprannaturale; in questo modo la fede trasferisce in Dio la nostra conoscenza, e da lì la nostra volontà. Occorre soltanto la nostra fedeltà a “guardare sempre la volontà di Dio che si deve amare più di tutte le consolazioni”. La pratica è molto semplice: “spogliarsi di ogni cosa e di se stessi, per attaccarsi solo a Dio”. L’orazione serve per prenderne piena coscienza, e in ciò l’orazione riassume tutta la vita cristiana, come Honorè insegnava nelle sue predicazioni al popolo.

 

L’orazione in domande risponde a:  «Qual è la differenza tra la meditazione buddhista e l’orazione contemplativa cristiana?»

 

 

Il tema della rubrica è: I rischi e l’aiuto nel percorso interiore

Numero 151 - Settembre 2013

Un riposo operante

Autore: Jacques Bertot,1620-1681

Bertot risponde a tredici interrogativi centrali della vita mistica, con la profondità e l’esattezza che caratterizzano il suo insegnamento.

 

Ci si sarebbe aspettato dal Figlio di Dio che avesse fatto in modo di essere riconosciuto. Sarebbe stato come dimenticare che la sua azione è sovrannaturale e non si deve appoggiare su un’efficacia visibile: mai il Vangelo ce lo mostra alla ricerca del successo; non per modestia, ma perché il suo unico scopo è l’unione al Padre conformandosi alla sua volontà, proprio come la nostra salvezza consiste nel dono reciproco della nostra persona e della sua, dono che si opera “nel fondo dell’anima, dove tutto è silenzio e nel riposo”.  In effetti, questo fondo è il punto di contatto tra noi e Dio, là dove ci dona di essere e di vivere, punto situato al di sopra e all’origine della nostra vita mentale, “là dove l’azione è riposo, come il riposo è azione”, azione da parte di Dio che dona, riposo da parte dell’uomo che riceve.

 

L’azione nasce dalla contemplazione nell’unione a Dio, così come il massimo di libertà corrisponde al massimo della sottomissione a Dio, il massimo di efficacia corrisponde al massimo di passività, etc. La sola cosa che dipende da noi, è quella di mantenerci in questo centro, cioè di formare e riformare in ogni istante il nostro atto di fede, la nostra adesione alla sua persona.

 

I veri contemplativi si riconoscono in questo testo: il loro bisogno d’interiorità e di raccoglimento è il segno più fondamentale della loro vocazione, che li attira in certo qual modo in Dio, “imprimendo nel loro interiore la stessa inclinazione che Gesù ebbe all’inizio della sua vita”.

 

L’orazione in domande risponde a:  ««Se piove, è Dio che lo vuole!», scrivevate in Semi di qualche mese fa; ma se qualcuno muore in un incidente, o quando si scatena uno tsunami, voi dite che è sempre Dio che lo vuole? Come rispondere a chi si rivolta contro Dio davanti ad eventi del genere?».

 

 

Il tema della rubrica è: La preghiera contemplativa

Numero 150 - Luglio/Agosto 2013

La pace nell'orazione

Autore: Beata Maria Maddalena Martinengo, 1687-1737

Gli scritti di Maria Maddalena rivelano una delle più grandi mistiche della tradizione femminile italiana. Interiormente conobbe tanto le più profonde derelizioni causate da un’apparente assenza di Dio, quanto le vette della più completa trasformazione in Lui. La più assoluta secchezza nell’orazione, è solitamente associata al più estremo desiderio di possedere Dio; l’anima sperimenta contemporaneamente la sua impotenza radicale davanti al Totalmente Altro, e la forza di un’attrazione in un al di là di se stessa che lei percepisce come il suo vero centro. Una sola soluzione: “attaccarsi” a questo Totalmente Altro, volendo ciò che lui vuole, sapendo che quel che lui vuole, è proprio trasformarci in lui. Quando facciamo la volontà di Dio senza alcuna soddisfazione sensibile, è chiaro che solo l’amore ce la fa fare, perciò siamo in perfetta salute spirituale. Quindi, non preoccupiamoci delle nostre impressioni e non turbiamoci di non “riuscire” nella nostra orazione: questo timore è ancora un sottile ritorno su noi stessi, che bisogna “lasciarle molto dolcemente morire”. Rassicuriamo noi stessi “ponendo in essere atti” per Dio, perché dopo il peccato originale ci crediamo capaci di negoziare con lui l’acquisto del paradiso. Ma il paradiso, è lui stesso, non è qualcosa di altro rispetto a lui; è il suo amore gratuito, da cui ci allontaniamo tanto più, quanto più cerchiamo di ottenerlo. Pertanto ci sfiniamo nel “fare per Dio”, quando la cosa saggia sarebbe di “lasciar fare a Dio”. L’orazione in domande risponde a: «In qualche numero di Semi invitate a non fare e a non cercare altro se non la sola volontà di Dio; ma come conoscere la volontà di Dio?». Il tema della rubrica è: La donna vestita di sole

Numero 149 - Giugno 2013

Non riesco a meditare

Autore: Alfonso Rodriguez, 1538-1616

L’ Esercizio della perfezione e delle virtù cristiane, riprende le conferenze che Rodriguez tenne ai novizi, e costituisce una vera sintesi della vita spirituale alla scuola dei santi. Il suo successo ne farà, per tre secoli, il libro più letto tra i devoti, dopo la Bibbia e l’Imitazione di Gesù Cristo. La pratica metodica dell’orazione assegna un posto importante alla meditazione, per chi inizia: se lo scopo dell’orazione è di formare atti d’amore per Dio, è logico cominciare, cercando di conoscerlo bene, e perciò leggere e meditare la sua parola, fare delle considerazioni partendo da un testo delle Scritture o molto semplicemente da una verità rivelata, per esempio, il mistero dell’Incarnazione. L’orazione è questione di volontà e di affezione (nel senso di attaccamento alla volontà di Dio) più che d’intelletto e di speculazione, essa «non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare» dirà santa Teresa d’Avila. C’è il pericolo per i sapienti che si compiacciono nelle elevate idee su Dio, che ritardino altrettanto l’equilibrio contemplativo consistente nel fatto che “la volontà riposa in Dio solo e si adopera interamente ad amare e godere del bene sovrano”. Alludendo agli Esercizi di sant’Ignazio, Rodriguez precisa bene in cosa consiste il lavoro di meditazione raccomandato in tutti i metodi d’orazione: appoggiandosi per esempio su un racconto evangelico, si tratta di focalizzare l’attenzione sulla persona stessa di Cristo al quale si rivolge la nostra preghiera, e così formare rapidamente l’immagine più semplice possibile (mediante “una considerazione elementare e semplice”), per trarre qualche invito forte, a vivere quello che Egli vuole vivere, oggi, in noi. L’orazione in domande risponde a: «La nostra preghiera in che cosa può essere utile ai nostri defunti? Perché “pregare per le anime del purgatorio”? Dio attende la nostra preghiera per far loro misericordia?». Il tema della rubrica è: Il martirio di p. Puglisi

Numero 148 - Maggio 2013

Sulla lettura spirituale

Autore: Jean Mabillon, 1632-1707

Don Mabillon nel Trattato sugli studi monastici, sviluppa una concezione umanistica del monachesimo; in essa la lettura spirituale domina una vita intellettuale collegata in permanenza all’orazione. L’orazione è un dialogo continuo tra Dio e l’uomo: la grazia di Dio che viene verso di noi ha bisogno dell’ ascolto silenzioso; la nostra risposta a questa grazia, ci fa al contrario prendere la parola. Questo andirivieni tra parola divina e parola umana è quello della lettura spirituale, senza la quale non sapremmo comprendere la Parola di Dio, né risponderle in modo libero e consapevole con parole umane piuttosto che con gridi di bestia. Qui è tutta la posta in gioco di una cultura cristiana, e semplicemente di una cultura, senza la quale la nostra preghiera diventerà “secca e languente” in mancanza di comprendere “la lingua che Dio parla” (san Giovanni della Croce), o si perderà tra le “misere consolazioni” di un sentimentalismo pietistico. La lettura spirituale porta sulle “parole di vita”, cioè sui testi che sviluppano, spiegano, trasmettono il testo principale della Rivelazione che è la Sacra Scrittura. Questi testi appartengono alla Tradizione, e i più importanti tra di loro sono, del resto, esplicitamente riconosciuti come tali dalla Chiesa, particolarmente quando canonizza i loro autori, e più direttamente ancora quando li eleva nel novero dei “dottori”. Così la lettura spirituale fa parte della vita cristiana allo stesso titolo della lettura biblica: in ultima analisi, è Gesù stesso che parla in quei testi, ed essi vogliono essere letti con l’intenzione di vivere la sua parola, “perché si possa poi diffondere in tutte le potenze della nostra anima e in tutte le parti del nostro corpo, per santificarne tutte le azioni”. La lettura spirituale conosce le stesse secchezze e difficoltà dell’orazione, alla quale è strettamente legata. Il superamento di queste difficoltà è sempre in una fede più radicale, più semplice, più abbandonata. È per compiere quest’atto di fede che i testi dei santi ci aprono il cammino e sono insostituibili. L’orazione in domande risponde a: «Questa lettura spirituale (o lectio divina), che ci raccomanda tanto, è proprio necessaria? La Santa Vergine o la stessa Teresa di Lisieux, per non parlare del curato d’Ars, non ne facevano tanta! E la maggior parte dei suoi lettori non ha fatto studi necessari per leggere gli autori che presenta o, molto semplicemente, non ha il tempo di leggerli perché deve lavorare o dedicarsi ai propri figli…». Il tema della rubrica è: Non conoscenza e fede

Numero 147 - Aprile 2013

Per strani cammini ...

Autore: Beato Henri Suso, 1295?-1366

Il lirismo del Libro della eterna Sapienza di Suso, il realismo e la tenerezza delle sue descrizioni dell’umanità di Cristo o di Maria, o ancora del fascino del paradiso atteso, aprono un nuovo capitolo della spiritualità cristiana.

Il “principiante nella vita spirituale” per poter essere introdotto nella via contemplativa dei progredenti e dei perfetti, deve per prima cosa ri-orientare fondamentalmente la propria vita. Disperso nel mondo esteriore (“smarrito sulla via che allontanava da Dio”, eco dell’errare di s. Agostino nella “regione della dissomiglianza”), deve entrare nella via del raccoglimento, attirato da Dio che risiede al centro della sua anima. Ma non sa ancora che è proprio Dio che “ora con la dolcezza, ora con l’amarezza” degli avvenimenti, l’attira sul “retto sentiero della verità divina”. Dio è riconoscibile solo nella fede, perché è in se stesso spirituale, e perciò invisibile, ineffabile e dunque indicibile. Così l’anima avanza verso qualche cosa di cui è certa, e che tuttavia ignora: questa è la dotta ignoranza di s. Agostino, che fa da sfondo a tutto questo brano.

 

Questa dotta ignoranza è il motore della crescita spirituale, perché se la certezza fa avanzare l’anima, l’ignoranza la condanna a molteplici tentativi. Man mano che crescono le sue delusioni, il suo desiderio si affina, fino a divenire “struggente”, espressione cara ai mistici nordici per esprimere l’esasperazione della ricerca di Dio da parte dell’anima che ne è innamorata

 

 “Adesso, apri i tuoi occhi interiori”: l’anima infine è vinta nel combattimento amoroso. E allora tutta la sua storia diventa coerente agli occhi della fede: attraverso gli ostacoli e le storture della vita, è Dio che la insegue fino a che lei non si arrenderà a lui. Questo è il vero di ogni esistenza umana, questo è ancora più vero per quelli che Dio “vuole riservare interamente per se stesso”, e le cui prove spesso incomprensibili per i comuni mortali, fanno parte, in verità, della tattica del loro Diletto che non vuole lasciarli scappare.

 

L’orazione in domande risponde a: «La ricerca della solitudine nella vita contemplativa non è forse una mancanza di carità verso i nostri fratelli?».

 

Il tema della rubrica è: Il battezzato è nascosto con Cristo in Dio

Numero 146 - Marzo 2013

Meditazione e contemplazione

Autore: Jean-Jérôme Baiole, 1588-1653

Il Trattato per guidare le anime all’intima unione d’amore con Dio di Baiole presenta con chiarezza lo svolgimento tipico di una vita spirituale, soprattutto riguardo all’orazione.

 

La “meditazione ordinaria” è il regime abituale dell’orazione, quando prendiamo l’iniziativa di praticarla, che alimentiamo tramite riflessioni su un testo (per esempio, una pagina del Vangelo), e che cerchiamo di applicare nella nostra vita mediante buone risoluzioni. In breve, si tratta di una preghiera mentalmente molto attiva. Questa fase della vita spirituale dura, più o meno a lungo se non per tutta la vita, quasi sempre secondo le vocazioni e risponde all’invito di Dio, di volgerci verso di lui come suoi figli.

 

La “contemplazione soprannaturale” (ma non dimentichiamo che già la grazia di Dio ci ha spinto verso la “meditazione ordinaria”) indica nella maggior parte degli autori un’orazione che fa passare in secondo piano quest’attività mentale, senza tuttavia mai sopprimerla completamente. S’impone a noi piuttosto che essere il frutto della nostra iniziativa, e assume le tre caratteristiche enunciate qui da Baiole, che cita quasi letteralmente s. Giovanni della Croce ne La Salita del Carmelo. La parola “straordinaria” non deve qui farci concludere sulla rarità di quest’orazione, ma indica soltanto la nostra impotenza a dominarla: Dio ci ha fatto letteralmente “innamorare” di lui, il che vuol dire che nient’altro al di fuori di lui ci interessa veramente (primo e secondo segno), e che dopo averlo laboriosamente cercato nella meditazione, egli ci accompagna ormai, sempre e ovunque, con la sua dolce e indefinibile presenza (terzo segno).

 

Certo, esistono delle contraffazioni di questa “orazione straordinaria”: la pigrizia, molto semplicemente, o la stanchezza che fanno spesso confondere la contemplazione con la depressione. In questi casi, l’anima sembra in riposo, ma sembra solamente, perché la pigrizia o la stanchezza determinano una battuta di arresto dell’anima, mentre la contemplazione ne è, al contrario, il perfetto funzionamento, proprio come un motore che, se ben rodato, non fa più alcun rumore. Così può unicamente essere individuata solo se “vi è il terzo segno”: l’innamorato non s’interessa più a niente, tranne - ecco la differenza ed è essenziale - che a colui o colei che ama; e allora ritrova tutta la sua forma e molto più ancora, perché non è più lui che vive, ma colui che ama vive in lui. Non deve più affannarsi per il suo Diletto, ma solamente “lasciarsi andare semplicemente all’attrazione e all’operazione divine” che si dispiegheranno in lui molto al di là delle sue stesse capacità. A quel punto, voler resistere in nome di un dover mal compreso di “fare” a tutti i costi la preghiera (ecco cosa indica la parola indiscrezione nell’accezione dell’epoca) vuol dire tornare al punto di partenza, privando Dio e l’anima della felicità della loro vita comune.

 

L’orazione in domande risponde a: «Lei ci invita spesso a non scoraggiarci davanti al tedio, alle distrazioni e ad altre aridità dell’orazione; ma nonostante le buone intenzioni non noto nessun miglioramento, e dopo anni, io sono sempre così stanco, distratto e arido…: non è piuttosto segno che non sono fatto per questo?».

 

Il tema della rubrica è: La fede del Sabato Santo: Maria, madre dei credenti

Numero 145 - Febbraio 2013

Perdete il vostro tempo!

Autore: Jean Rigoleuc (1595-1658), Lettera XIII

Rigoleuc, nella Lettera XII, risponde ad una religiosa orsolina che si preoccupa dell'impressione di vuoto proprio della contemplazione ai suoi inizi: pregare così, è forse perdere il proprio tempo? No, questo tempo è quello della fede, della trasparenza di Dio, ritornare alla meditazione creerebbe uno schermo mentale tra lui e noi, nel momento in cui viene a noi "direttamente", e non più attraverso i testi o le idee degli altri.

Bisogna pertanto rifiutare le "consolazioni spirituali" quando ve ne sono? No, la fede non domanda né rifiuta niente; è indifferente, e non contraria a tutte le impressioni, gradevoli o sgradevoli; "l'abnegazione" a cui invita Rigoleuc non consiste nel resistere agli stati dell'anima, ma nel non fermarvisi. Quel che conta nell'orazione è Dio, e non l'orazione in sé.

Voler cacciare le distrazioni, è ancora una distrazione, e questa volta volontaria, e l'unica soluzione è quella di occuparcene il meno possibile. Così le distrazioni restano al loro posto, vale a dire alla periferia dell'anima, mentre alla sua vetta ("la punta dello spirito"), restiamo nell'intenzione (nell' "adesione") di ascoltare Dio e di parlargli, ed è quello che definisce l'orazione.

La grande tentazione nell'orazione, e più in generale in tutta la vita cristiana, è di volere a ogni costo, che essa serva a qualcosa. Invece essa non ha altro scopo che se stessa: occuparsi di Dio, che si occupa di noi, ecco la vita cristiana!

L'orazione in domande risponde a: «I testi di Semi ci invitano spesso a vivere secondo il "beneplacito" di Dio e a seguire le sue "ispirazioni". Ma come conoscere questo beneplacito, al di là dei dieci comandamenti? Come sapere, per esempio, se una decisione, come quella di fare un ritiro durante le mie vacanze, quando nessun comandamento me la impone chiaramente, sia proprio "ispirata" da Dio?».

Il tema della rubrica è: La creatura si affida al creatore

Numero 144 - Gennaio 2013

Il cuore a cuore mistico

Autore: Armelle Nicolas , 1606-1671

Analfabeta, Armelle non ha scritto niente, ma ebbe il privilegio di incontrare sul suo cammino dei grandi direttori spirituali che faranno in modo che fossero trascritti i colloqui che lei ebbe, in particolare, con una delle sue amiche orsoline, Giovanna della Natività. Questo fu all’origine di una consistente opera, Trionfo dell’Amore divino nella vita di una grande serva di Dio chiamata Armelle Nicolas, pubblicata un anno dopo la sua morte, che costituisce una testimonianza di primo ordine su un’esperienza mistica di rara potenza.

 

Armelle prende piena coscienza del fondamento di ogni vita cristiana: una relazione stretta, cuore a cuore, con Gesù. Solitamente il cristiano sa questo per fede. E cerca di viverlo nel miglior modo possibile tramite la carità; nell’esperienza mistica, questa fede diventa luminosa e la carità calorosa. Quello che si sapeva per averlo appreso diviene evidente, e quello che si faceva per amore di Dio diviene l’amore stesso di Dio che vive in noi.

 

L’eucarestia è il mezzo dato da Gesù perché noi ricevessimo quaggiù la vita dell’aldilà, perché il suo cuore si riversi nel nostro: invisibile ai nostri occhi dopo l’Ascensione, egli è realmente presente sotto l’apparenza del pane, più realmente di quanto sarebbe, se fosse davanti a noi, e Armelle si vede letteralmente assorbita in colui che lei chiama “mio Amore” in tutti i suoi racconti.

 

Questa “fiamma santa e divina” è quella che noi vediamo nelle innumerevoli immagini del Sacro Cuore: amare è bruciare e consumare. Ma amare è essere Dio, e amare noi, per Dio, è Dio che ama se stesso in noi.

 

Ormai “consumata e ridotta” nel suo Amore, Armelle sperimenta ciò che Giovanni della Croce chiama “unione trasformante”, compimento della promessa di Gesù: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio, e voi in me ed io in voi» (Gv 14,20). Gesù ha finito di penetrare il cuore di Armelle, nella “stanza segreta” da cui la anima ormai in modo sovrannaturale: “quello non era per niente un amore umano, ma la carità di Dio stesso che era traboccante in me”.

 

L’orazione in domande risponde a: «La devozione al Sacro Cuore, con ciò che evoca di sensibile e di sentimentale, non è in concorrenza, se non addirittura in contraddizione, con la fede pura e semplice alla quale i santi non cessano di invitarci?».

 

Il tema della rubrica è: Discernere la chiamata alla preghiera