L'orazione in domande
«Lo sviluppo di una vita di orazione è legato a una pratica frequente della confessione?»
Rispondere a questa domanda suppone di vedere come del sacramento della penitenza si è fatto da una parte un mezzo privilegiato di progresso spirituale raccomandandone la celebrazione frequente ai fedeli più ferventi, dall’altra parte questo sacramento è stato associato alla direzione spirituale. In effetti, la pratica della confessione è considerevolmente cambiata tra i primi secoli e il Medioevo, prima di arrivare all’equilibrio moderno, fortemente rimesso in causa nelle regioni di antica cristianità dalla defezione che da una quarantina d’anni si è verificata.
Durante i primi cinque secoli, il sacramento della penitenza e della riconciliazione era celebrato solo in occasione di colpe gravi commesse dopo il battesimo: l’aspetto “ riconciliazione ” prevaleva su quello della “penitenza”, e si trattava, in qualche modo, di una seconda entrata nella vita cristiana, con un secondo catecumenato molto esigente, che poteva durare per anni interi. Tuttavia s. Ilario o s. Agostino, che nessuno può accusare di tiepidezza spirituale, non hanno mai ricevuto questo sacramento, pur praticando altre forme di penitenza (in particolare il digiuno), di cui forse con troppa facilità oggi ci stiamo dimenticando.
All’inizio del Medioevo, con l’espansione della Chiesa vi fu un inevitabile calo di fervore che diede luogo a un cristianesimo a due velocità: da un lato, una massa battezzata, ma non sempre molto preoccupata di un comportamento evangelico; dall’altro, una minoranza di “convertiti” dopo il battesimo, che si definiva “penitente”. In questo nuovo clima spirituale, si assiste verso il VI sec. a una nuova pratica sacramentale, dovuta principalmente ai monaci irlandesi. Infatti, la fede di questa élite penitente andava sempre più a cercare il suo nutrimento nei monasteri presso un maestro al quale poter aprire la propria coscienza, e che, se era sacerdote, coglieva l’occasione per assolvere dai peccati “veniali” o dalle “imperfezioni”, che non avevano la gravità dei peccati “mortali”, i soli a essere oggetto dall’assoluzione rara e solenne dall’Antichità. Inizialmente previsto per i più cattivi cristiani, il sacramento della penitenza riguarderà da quel momento in poi soprattutto i migliori. Dall’Irlanda, questa pratica si diffuse in tutta Europa, nonostante le reticenze dei vescovi preoccupati da questa privatizzazione della penitenza. Tuttavia, obbligando tutti i fedeli a confessarsi almeno una volta l’anno, il Concilio Laterano IV (1215) ufficializzò questo passaggio da una celebrazione eccezionale a una celebrazione frequente e discreta, legata il più delle volte ad una vita fervente. Questa diffusione raggiunse dei punti estremi nel Rinascimento: s. Filippo Neri e gli oratoriani si confessavano tutti i giorni!
Rispondiamo adesso alla tua domanda. Poiché ormai il sacramento della penitenza celebra la volontà di unione perfetta a Cristo, che è peraltro la molla di una vita d’orazione,
Io voglio che con una giusta e santa sollecitudine per voi stessi, spogliate il vostro cuore e la vostra volontà dall’amore perverso del mondo, e lo rivestiate dell’amore di Cristo crocifisso tramite una perfetta e ardentissima carità, che vi stabilizzerà continuamente nell’affetto e nell’amore verso il prossimo… Quindi, bagnatevi nel sangue di Gesù crocifisso; in questo sangue troverete il fuoco dell’amore, in questo sangue si lavano le nostre iniquità. Questo è quello che fa il rappresentante di Gesù Cristo quando assolve la nostra anima nella confessione: non fa altro se non aspergere sulla nostra testa il sangue di Cristo.
S. Caterina da Siena (1347-1380), Lettera 155
Il sacramento della penitenza ci fa entrare in questa intenzione di Gesù crocifisso per un altro motivo ancora; ci associa a Gesù penitente per i suoi fratelli:
Essendosi Gesù caricato dei nostri peccati, ha fatto continuamente penitenza, per onorare la giustizia di Dio suo Padre, e per soddisfare i desideri dell’amore che portava alle nostre anime.
Jean de Bernières-Louvigny (1602-1659), Il cristiano interiore, libro IV, cap. 7
Queste confessioni nelle quali, in fondo, non portiamo molto, possono sembrarci meschine se non addirittura scrupolose? Ma nel sacramento è meno importante quello che vi diciamo, di quello che Cristo vi opera:
Essendomi confessata, non avendo avuto che un Gloria Patri per mia penitenza, mi venne in mente, in una maniera che mi fece grande impressione, che non ci sono affatto piccole penitenze, quando esse sono unite alle sofferenze di Gesù, che per esse ha fatto penitenza davanti a suo Padre, per i nostri crimini. Mi sembrava che anche una sola Ave Maria inabissata nelle sofferenze del Figlio di Dio, che sono di un merito infinito e che soddisfano infinitamente il Padre eterno, diventasse una penitenza per soddisfare in modo ammirevole per i nostri peccati. La mia anima fu consolata da questa verità, e non ebbe altro in vista se non unire le sue piccole croci a quella di Gesù.
Idem
Certamente, fino a che la grazia è viva nell’anima, la penitenza conosce altre vie rispetto a quella della sua celebrazione sacramentale. Ma il movimento della Tradizione da più di un millennio sottolinea l’importanza di quest’ultima via, e sarebbe piuttosto temerario pretendere di farne a meno. Invece, confessarsi frequentemente vuol dire offrire a Cristo contemporaneamente l’occasione di dire a noi il suo perdono al centro della nostra vita quotidiana, riprendere regolarmente alla radice gli impegni battesimali, unirci a Gesù penitente, e approfittare del ministero della direzione spirituale che è associato da secoli alla confessione. Allora, amico lettore,
Apri dunque bene il tuo cuore per farne uscire i peccati tramite la confessione; perché a misura che ne usciranno, il prezioso merito della divina Passione vi entrerà per ricolmarlo di benedizione.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Introduzione alla vita devota, I, cap. 1
Abbiamo già sviluppato il legame profondo che esiste tra l’orazione e l’eucaristia: l’orazione ci fa entrare nell’intenzione che presiede alla celebrazione dell’eucaristia, cioè essa forma in noi la volontà di unione totale a Gesù che risponde alla sua volontà di unirsi totalmente a noi: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui” (Gv 6, 56). In questo, l’eucaristia compie quanto l’orazione ci fa desiderare, così come l’orazione ci fa desiderare quello che l’eucaristia realizza:
Signore, quando tu dici all’anima che ti desidera: «Apri la tua bocca, ed io la riempirò», essa è trasformata in ciò che mangia, ossa delle tue ossa e carne della tua carne, poiché lo Spirito Santo opera in noi per grazia quello che sussiste eternamente per natura tra il Padre e te, come tu lo hai pregato andando verso la Passione: come voi siete uno, lui e tu, anche noi siamo uno in voi.
Ecco il faccia a faccia tra te, Signore, e chi ti desidera; ecco il bocca a bocca tra te e chi ti ama; ecco il corpo a corpo amoroso tra te e la sposa che sospira verso di te dicendo: «Il mio Diletto è mio come io sono sua, e rimarrà sul mio cuore».
Guglielmo di Saint-Thierry (1085-1148), Orazione meditativa VIII
Pertanto, adorare il Santissimo Sacramento non è guardare, ammirare, esaminare qualcosa, anche fosse il corpo di Cristo, ma anticipare o prolungare questo incontro con la persona stessa di Cristo:
I fedeli, quando venerano Cristo presente nel Sacramento, ricordino che questa presenza deriva dal sacrificio e tende alla comunione sacramentale e spirituale insieme.
Eucharisticum Mysterium, 25 maggio 1967
È per permettere questo incontro al di fuori della celebrazione della messa che la Chiesa ha sempre mantenuto la tradizione di conservare le sacre specie: in primo luogo per permetterlo agli assenti, particolarmente agli ammalati; anticiparlo e prolungarlo dopo con l’adorazione, sia per chi si va a comunicare, sia per chi viene dall’essersi comunicato, perché:
Una prima tua intenzione nella comunione deve essere di progredire, fortificarti e consolarti nell’amore di Dio; perché devi ricevere per amore quello che il solo amore ti fa donare. No, il Salvatore non lo si può pensare in una azione più amorosa, né più tenera di questa, nella quale si annienta, per così dire, e si riduce in cibo per penetrare nelle nostre anime e unirsi intimamente al cuore e al corpo dei suoi fedeli.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Introduzione alla vita devota, II, cap. 21
Per questo
Il fine primo e costitutivo della conservazione della SS. Eucaristia nella chiesa fuori della messa è l’amministrazione del Viatico; scopi secondari sono la distribuzione della comunione fuori della messa e l’adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo presente in modo velato sotto queste specie.
Eucharisticum Mysterium
Vivere l’orazione con questa intenzione eucaristica è quello che la Tradizione chiama “comunione spirituale”:
La manducazione spirituale della carne spirituale di Cristo non consiste in nient’altro che nel mettere il nostro cuore in suo potere, tramite alcuni atti e l’applicazione della volontà… La manducazione corporale, è ricevere il corpo di Cristo corporalmente, degnamente o indegnamente, per la vita o per la morte.
Alcuni fanno solo la comunione spirituale, senza ricevere il sacramento; sono quei cuori buoni e puri che desiderano il Santo Sacramento, quando non possono riceverlo. Questi ricevono la grazia del sacramento, forse più di quelli che lo ricevono sacramentalmente, sempre in proporzione al loro desiderio e alla loro disposizione. Un uomo giusto, che sia malato o in buona salute, può così comunicarsi cento volte al giorno ovunque si trovi.
Giovanni Taulero (1300-1361), Sermone XXXIII
Ricordiamo che quest’orientamento eucaristico dell’orazione non dipende né dalla distanza, né dalla visibilità dell’ostia, e in questo senso, si può adorare il Cristo nel Santissimo Sacramento restando a casa propria, per esempio quando la lontananza o la malattia ci trattengono a casa. Tuttavia, entrare in una chiesa, avvicinarsi al tabernacolo e mettersi in ginocchio, aiuta la consapevolezza di questa presenza, anche se questa presenza non ne dipende, proprio come l’orazione è più agevole per noi, in certi luoghi e in certe posizioni.
E proprio come l’orazione, l’adorazione eucaristica può restare a livello di sensibilità, all’impressione della presenza di Dio, più che alla realtà di questa presenza. E proprio perché questa sia un atto di fede, la Chiesa proibisce i tabernacoli trasparenti, o ancora la conservazione delle sacre specie in un luogo, dove non si celebra la Messa. Ma nello stesso tempo, invitando ad adorare Gesù nel Santo Sacramento, afferma che la sua presenza non è morale o sentimentale, bensì della sua persona nel suo corpo risorto. Così raccogliersi davanti al Santo Sacramento, è vivere di nuovo la messa, vivere l’incontro di Colui che viene a parteciparci la sua natura divina, condividendo la nostra condizione umana.
Allora, no, l’adorazione eucaristica e l’orazione non sono interscambiabili, ma una conduce sempre all’altra:
La pietà che spinge i fedeli a prostrarsi presso la Santa Eucaristia li attrae a partecipare più profondamente al mistero pasquale e a rispondere con gratitudine al dono di Colui che, con la sua umanità, infonde incessantemente la vita divina nelle membra del suo Corpo.
Eucharisticum Mysterium 25 maggio 1967
Nuovamente, questa domanda pone quella sulla vocazione contemplativa. In effetti, si tratta proprio di una “vocazione” e non di una “programmazione” perché la contemplazione o è sovrannaturale o non è:
Questo modo [contemplativo] di pensare a Dio non è in potere di colui che pensa, ma secondo il beneplacito di colui che lo dona, cioè quando lo infonde lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, quando vuole e come vuole, e a chi vuole.
Guglielmo di S. Thierry (1085-1148) Lettera ai frati del Monte di Dio, II, III,I
Ora, una vocazione non è tuttavia un miracolo: la grazia suppone la natura, e la contemplazione una certa capacità di “pensare”, per riprendere le parole di Guglielmo (sapendo che alla sua epoca “pensare” comprende tutta la vita mentale). Un bambino, per esempio, dorme molto e pensa molto poco; così la santità dei santi Innocenti sarà molto poco contemplativa, come quella di molti adulti. Al contrario, ci sono dei grandi contemplativi obiettivamente meno santi dei contemplativi minori: se la santità è essere fedeli alla volontà di Dio, è certo che i santi Innocenti sono stati più fedeli di Teresa d’Avila.
Cosa è la contemplazione, infatti? “Un’attenzione semplicissima e sottile a Dio solo”, ci direbbe Osuna, il maestro di Teresa; “un’attenzione semplice e amorosa a Dio” ci direbbe s.Giovanni della Croce, un po’ più tardi; “una vista semplice e amorosa di Dio presente”, ci dirà Malaval il secolo seguente. In breve, attraverso queste parole di vista o di attenzione, questi maestri indicano che è una certa qualità della percezione, a distinguere un contemplativo da un non contemplativo, esattamente come il musicista di genio scopre una melodia là dove un profano non percepisce che un rumore. Proprio come l’artista – perché in realtà essi appartengono alla stessa razza – il contemplativo abita un mondo ignorato dai comuni mortali, un mondo di cui solo Dio detiene la chiave. Ci sono delle persone che avanzano nella vita quasi automaticamente, e la loro santità consisterà nell’imitare quella degli altri; mentre ve ne sono altre che avanzano «come se vedessero l’invisibile» (Eb 11,27), aprendosi un loro cammino proprio; questi sono i contemplativi.
Prima di andare oltre, sottolineiamo che vi sono dei gradi nella contemplazione, e che la vostra ripartizione in tutto o nulla è brutale: nessuno è senza contemplazione, proprio come nessuno è senza sensibilità artistica; e varrebbe la pena dimostrare qui che ogni vita cristiana è di essenza contemplativa, anche se essa ha i suoi profeti, un s. Bernardo o un s. Francesco, per esempio, come la musica ha i suoi Mozart o Chopin. Diciamo allora che la domanda da voi posta, riguarda soprattutto quelli che sono chiamati a una vita molto contemplativa. Comunque sia, per accedere a questo mondo invisibile un minimo di attitudine è dunque necessaria, ma solo un minimo:
Se è vero che la sovrana Provvidenza si serve spesso della natura per metterla al servizio della grazia, occorre che questa ci sia sempre o quasi sempre.
S. Francesco di Sales, Lettera 1655
Per riprendere la vostra parola, la “programmazione” di un santo curato d’Ars lo porterebbe più verso l’agricoltura che verso il ministero delle anime, ma i più bei innesti talvolta prendono sulle più umili piante selvatiche, diventando tanto più rigogliosi. In effetti, non è l’orecchio che fa il virtuosismo (Beethoven era sordo), o l’occhio che fa il pittore geniale (Matisse era miope), così non è né la virtù, né il lavoro che fanno il contemplativo, ma la grazia di questo Dio che “ci ha amato per primo”, e che non ci deve assolutamente niente:
Quando il divino amore ha messo gli occhi su di un’anima, la rapisce di autorità e la porta via in un luogo sconosciuto, dove le fa vedere un mondo nuovo… Egli prende chi gli sembra opportuno e non si ha il diritto di domandargli perché ne usa così, perché risponderebbe che non deve rendere ragione a nessuno della sua condotta, e che ha ogni potere in cielo e in terra.
Jean-Joseph Surin (1600-1665), Lettere spirituali, I, p 123
Intuite la risposta alla seconda parte della vostra domanda: una persona a noi vicina non può fare di noi un contemplativo, ma Dio, creandoci, così come ha preparato il terreno che avrebbe seminato, ha previsto anche i giardinieri che l’avrebbero coltivato. Il Vangelo, questa dichiarazione d’amore di Dio che “libera” la nostra eventuale vocazione contemplativa, ci arriva tramite un contesto che può essere la nostra famiglia, un amico incontrato al momento giusto, e molto spesso un altro contemplativo che Dio avrà messo sulla nostra strada. Così si notano delle dinastie mistiche, come si notano le scuole che si formano intorno ai grandi pittori o ai grandi musicisti: Teresa d’Avila ha fecondato la Spagna del secolo XVI, come Francesco di Sales la Francia del XVII. Più spesso, il cammino di Cristo fino a noi si nasconde sotto le sembianze del caso, ma in realtà è tutto opera della sua Provvidenza attraverso questi incontri:
Ah, mio Dio! Dovremmo profondamente mettere questo nella nostra memoria: è possibile che sia stata amata e così dolcemente amata dal mio Salvatore; che abbia pensato proprio a me in modo particolare; e in tutte queste piccole situazioni tramite le quali mi ha attratta a lui?
S. Francesco di Sales, Introduzione alla Vita devota, V, 14
Sottolineiamo che coloro che ci trasmettono così il Vangelo, non lo fanno generalmente apposta, proprio perché lo fanno in modo sovrannaturale. Questo vuol dire altresì che per aiutare i nostri fratelli nella loro vocazione contemplativa, non bisogna convincerli dei benefici della contemplazione, ancor meno indottrinarli, bensì vivere noi stessi il Vangelo secondo la nostra vocazione, rendendo in questo modo Gesù visibile per loro.
Innanzitutto, il limite tra vivi e defunti è molto sottile quando si parla di cristiani: a tal riguardo, S. Paolo non parla mai di “morti”, ma “di coloro che dormono nel Signore” (per esempio 1Tess 4, 14; 1Cor 15), perché «colui che ascolta la mia parola, ci dice Gesù, è passato dalla morte alla vita» (Gv 5, 24). Così dobbiamo chiederci in cosa la nostra carità aiuti, non solamente, le anime del purgatorio, ma anche tutti i fratelli in cammino con noi verso la Gerusalemme celeste.
In effetti, creandoci a sua immagine, Dio ci ha creati liberi, e quindi responsabili del nostro destino, ma ugualmente di quello dei nostri fratelli: ”Non siamo nati per essere ciascuno da solo per sé, ma ciascuno per tutti, in quanto partecipiamo tutti della stessa natura e abbiamo la medesima origine e lo stesso destino” (Gregorio di Nazianzo).
Senza questa responsabilità, l’amore fraterno sarebbe solo un pio consiglio, ma non saremmo realmente capaci d’amare come Dio stesso.
Ora, la sommità del suo amore consiste nel rendercene capaci per poterci dire: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12). Questo comandamento ci conferisce un’importanza in qualche modo uguale a quella di Gesù nella salvezza dei fratelli: «Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti». (Rm.5, 19). Questo non riguarda soltanto Adamo e Gesù, ma ogni uomo che viene in questo mondo. Per questo
Quando tu compi un atto buono o malvagio, ricorda che ci sono anime innumerevoli, anime di viventi e anime di presunti morti, che corrispondono misteriosamente alla tua – anime di schiavi o di imperatori che hanno potuto animare dei corpi cinque mila anni fa, o che li animano oggi –, le quali hanno un bisogno infinito di te. Se dunque il tuo atto è malvagio, questa moltitudine è respinta, se il tuo atto è buono, la conduci come per mano.
Léon Bloy (1846-1917), Diario, maggio 1903
Comprendiamo bene, dunque, quale potere spirituale abbiamo sui nostri fratelli. Ma Gesù non è l’unico salvatore? Si, certamente, ma una cosa è essere salvato, altra cosa è saperlo e approfittarne. Certo, a ogni uomo Dio dona, come minimo, la piccola luce della propria coscienza che proviene già dalla grande luce di Gesù, e che gli permette di intravederlo nelle sue tenebre e di cominciare a seguirlo; ma il cammino tramite cui viene a noi con la luce del Vangelo, è quello dei santi, cioè quello di coloro che fornendogli la propria umanità, gli permettono di continuare la sua incarnazione nel tempo e nello spazio: “Non ci salviamo da soli. Nessuno ritorna alla casa del Padre da solo. Uno dà la mano all’altro. Il peccatore tiene la mano del santo ed il santo tiene la mano di Gesù” (Charles Péguy).
Su questo cammino,
La nostra libertà è solidale con l’equilibrio del mondo… Ogni uomo che compie un atto libero, proietta la sua personalità nell’infinito. Se dona, controvoglia, un soldo a un povero, questo soldo trapassa la mano del povero, cade, fora la terra, buca i soli, attraversa il firmamento e compromette l’universo. Se compie un atto impuro, oscura forse migliaia di cuori che non conosce, cioè di quelli che gli corrispondono misteriosamente e che hanno bisogno che quest’uomo sia puro, come un viaggiatore che muore di sete ha bisogno del bicchiere d’acqua del Vangelo. Un atto caritatevole, un movimento di vera pietà canta per lui le lodi divine, da Adamo fino alla fine dei secoli; guarisce i malati, consola i disperati, placa le tempeste, riscatta i prigionieri, converte gli infedeli, protegge il genere umano.
Léon Bloy, Meditazione all’Ufficio notturno presso i Certosini
Gesù ci ha salvato “una volta per tutte” (Eb 10, 10), ma la diffusione della salvezza è misurata da questa catena di santità: “il santo è un buon conduttore di Dio” (Marie-Noël), e in questo senso c’è un rapporto diretto tra la santità disponibile in un certo tempo e in un determinato luogo e l’avanzare del Regno di Dio, o se si preferisce, la crescita della Chiesa:
La Chiesa è, forse, altra cosa rispetto all’assemblea di tutti i santi? Dall’inizio del mondo, i patriarchi, i profeti, gli apostoli, i martiri, tutti gli altri santi, che sono stati, sono e saranno, non formano che una sola Chiesa: santificati nell’unità di una stessa fede e di una stessa vita, segnati da uno stesso Spirito, sono divenuti un solo corpo di cui Cristo è il capo.
Niceta di Remesiana (circa 350), Spiegazioni sul Simbolo, 10
Viceversa,
Se c’è una comunione dei santi, c’è anche una comunione dei peccatori. Nell’odio i peccatori si avvinano l’uno all’altro, nel disprezzo si uniscono, si abbracciano, si aggregano, si confondono, non saranno più un giorno, agli occhi dell’Eterno, che quel lago di melma sempre vischioso su cui scorre il flusso e riflusso dell’immensa marea dell’amore divino.
Georges Bernanos (1888-1948), Diario di un curato di campagna
Si vede, dunque, che la preghiera per i defunti non è che un caso particolare di “reversibilità di meriti” o ancora delle “indulgenze” che i santi meritano per i loro fratelli: meritare non è aggiungere ai meriti di Cristo, ma diffonderli nel riceverli, lasciando che s’ incarnino in noi. Se occorre una riserva di acqua per innaffiare il giardino, occorrono anche delle canalizzazioni, e nel giardino della Chiesa, sono proprio i santi che assolvono a questo ruolo. La loro preghiera, nostra preghiera, è il momento più decisivo di questa propagazione, in quanto la preghiera consiste totalmente nella conformità della nostra volontà con quella di Dio, momento questo in cui raggiungiamo il massimo, per noi, di santità, “per la gloria di Dio e la salvezza del mondo”.
Se la grazia non c’è, non vale la pena di provare a cominciare! Infatti la preghiera è sovrannaturale, altrimenti non è: "Non sappiamo come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito intercede per noi…" (Rm 8, 26). Ma in realtà, voi non porreste la domanda se la grazia non fosse già presente. In effetti, “tu non mi cercheresti, se io non ti avessi già trovato”, sant’ Agostino fa dire a Dio. Nessuno avrebbe l’idea di rivolgersi a questo Dio che in ogni modo è invisibile, non percepibile con i sensi, etc., altrimenti non sarebbe più Dio; dunque, bisogna che si riveli lui stesso, che lui stesso venga a noi. I teologi parlano qui di grazia “preveniente”.
La domanda è posta perché la nostra moderna mentalità laica dimentica che l’uomo senza Dio non esiste, che ogni uomo è naturalmente religioso: il più ateo degli atei difenderà in modo appassionato il suo ateismo, segno che non lo è tanto quanto sembra. In breve, se la grazia di Dio è preveniente, non significa che sia meno universale, perché “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Questo perché, come minimo, “per coloro, che senza loro colpa, non sono ancora pervenuti a una manifesta conoscenza di Dio, la Divina Provvidenza non rifiuta gli aiuti necessari per la loro salvezza” (Vaticano II, Lumen Gentium, n. 16). Il primo di questi aiuti è, giustamente, quello di farci porre la domanda su Dio e sulla preghiera. In effetti, Dio non ci crea prima, per amarci eventualmente dopo; ma prima ci ama e dopo ci crea, e non avrebbe avuto l’idea di crearci, senza donarci nello stesso tempo i mezzi per conoscerlo e amarlo. Così dandoci la vita, cerchiamo spontaneamente, alla cieca, colui che ci ha creato, poiché imprime il suo amore nel nostro cuore, creandoci.
Il primo passo in questa ricerca sarà dunque quello di prendere coscienza di questa iniziativa divina: “chi si avvicina a Dio, infatti, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano" (Eb 11, 6). Il secondo passo sarà di rivolgerci deliberatamente verso di lui, e allora entriamo nella preghiera propriamente detta: “Insegnami, Signore, a cercarti, e mostrati a colui che ti cerca, perché io non posso cercanti se tu non me lo insegni, né trovarti se tu non ti mostri!” (S. Anselmo, Proslogion). Da ciò il catechismo, e più in generale la formazione cristiana, prende tutta la sua importanza, perché ci dona la coerenza intellettuale e, nello stesso tempo, le parole e la grammatica di questo dialogo con Dio che è il tutto della vita cristiana. E nel cuore del catechismo c’è il mistero della grazia, la quale ci insegna che Dio solo è il cammino verso Dio, e che se «lo Spirito Santo stesso intercede per noi», tutta la preghiera consiste nel domandare lo Spirito Santo, tramite lo Spirito Santo, nello Spirito Santo: «Se voi dunque che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Così la preghiera è il motore della vita cristiana, facendola passare a poco a poco da un regime animale di un’esistenza votata alla morte, a quella di una “vita nello Spirito”, che ci trasforma progressivamente in Gesù stesso: “In effetti, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio», animando la nostra preghiera: «lo Spirito stesso insieme al nostro spirito attesta che siamo figli di Dio” (Rom 8,14-16).
Si vede, dunque, che non c’è opposizione tra la grazia di Dio e la nostra libertà, come se le due si escludono, secondo la caricatura di Calvino, che modella purtroppo la nostra concezione moderna di vita spirituale:
Noi chiamiamo Predestinazione il consiglio eterno di Dio tramite cui ha determinato quello che voleva fare di ciascun uomo. Infatti, non li crea tutti nella stessa situazione, ma ordina alcuni alla vita eterna, altri alla dannazione eterna (Sull’istituzione cristiana).
Al contrario, grazia e libertà si armonizzano nel nostro amore per Dio che risponde al suo amore per noi. Da parte di Dio:
La grazia è così amabile e prende così gentilmente i nostri cuori per attirarli, che essa non guasta per nulla la libertà della nostra volontà; essa tocca potentemente, eppure così delicatamente le molle del nostro spirito, che il nostro libero arbitrio non subisce nessuna forzatura.
S. François di Sales (1567-1622) Trattato dell’Amor di Dio, II, 12
E da parte nostra: “dopo la grazia, tutto nella vita spirituale dipende dalla fedeltà alla grazia” (Charles Gay). Da qui la conclusione: “Lo Spirito Santo, da parte sua, fa tutto ciò che necessita per darci le sue grazie; noi, da parte nostra, facciamo quanto potremo per riceverle” (Pierre de Bérulle).
Un’ultima osservazione sulla vostra domanda: si deve “incitare la gente a pregare”? Nessuno parte mai da zero nella preghiera, e abbiamo appena visto il perché. Da un punto di vista pastorale, ciò è molto importante. La grazia fa tutto: né il Vangelo né la Chiesa portano a Cristo; essi non fanno che rivelarlo già presente. Così si può rispondere a delle domande sulla preghiera, ma appartiene a Dio solo di farla nascere: “Nessuno può venire a me se non l’attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). A che serve “incitare la gente a pregare? ” Al limite, a niente:
Nostro Signore non ammaestrò tutto l’universo, nemmeno tutti gli ebrei, né tutti gli abitanti di Nazareth; almeno, nel Vangelo è detto che vi predicò solo una volta … Questo esempio ci dia insegnamento e consolazione, e ci liberi decisamente dalle preoccupazioni con cui potremmo ingombrarci sotto il pretesto dello zelo, che ci farebbero ingannare, portandoci fuori dai confini della volontà di Dio!
Jean Rigoleuc (1596-1658), Pii sentimenti, § XVII
La seconda parte di questa domanda risponde in buona parte alla prima: non si tratta di fare a qualsiasi costo un quarto d’ora di orazione, quanto fondamentalmente di essere attenti a Dio presente. Vediamo con più attenzione:
1) La preghiera è un dono di Dio, e non una produzione umana:
L’orazione non è un bene della natura, ma un dono della grazia; non è un’opera dell’uomo, ma un dono di Dio stesso; non è un’invenzione della mente umana, ma un’infusione dello Spirito Santo. Da ciò deriva che non dobbiamo pensare di poterla acquisire a forza di braccia, cioè con lo studio e l’elevazione del nostro intelletto e con gli sforzi della nostra volontà, neanche tramite il proprio industriarsi e tramite un’arte composta.
François Bourgoing (1585-1662), Direzione per l’orazione, Primo consiglio
Per questo l’orazione non è misurata dalla nostra capacità di concentrarci su quello, che in realtà, sarebbe soltanto l’idea di Dio: il bambino dorme sereno nella sua culla perché sa che la sua mamma è là, ma non ne ha alcuna idea. Ecco “l’attenzione semplice e amorosa” di cui ci parla san Giovanni della Croce per definire la contemplazione. L’orazione consiste non nel molto pensare, ma nel molto amare, ci direbbe santa Teresa d’Avila. Quindi, la giusta durata dall’orazione sarà quella che ci permetterà di ben formare in noi quest’ attenzione più amorosa che intellettuale. (Vedere Semi n. 105). Lì, senza che ci sia nulla da rimproverarsi, l’orazione è generalmente più facile agli inizi che in seguito, perché si accompagna di solito a belle idee e bei sentimenti che procurano più soddisfazione all’amor proprio. Infatti,
Come il cammino ordinario della grazia è attirarci a Dio con una certa dolcezza e con gusti sensibili, il santo amore nei principianti è sempre mescolato con l’amor proprio; e Dio non si offende per nulla di tale miscuglio, che è una conseguenza necessaria della nostra miseria. Dio si serve anche di quest’amor proprio per staccarci dalle cose della terra, e donarci il gusto per quelle del cielo; se ne serve per farci intraprendere agli inizi una quantità di sacrifici che altrimenti non faremmo. È proprio l’amore di Dio che ci porta a questi distacchi, a questi sacrifici, alla pratica della mortificazione e dell’orazione; ma se l’amor proprio non vi trovasse affatto qualche cibo che gli sembrasse delizioso e superiore a tutti i piaceri della terra, mai abbraccerebbe la vita interiore.
Jean-Nicolas Grou (1731-1803), Manuale delle Anime interiori, Sull’amore puro
Ma amare in quel modo, è amare da bambini. L’infanzia è meravigliosa, ma la maturità dell’amore non sta tanto nel trovare che Dio è gentile, quanto nel donarsi a lui. E per educarci a questo:
Dio spegne tutta questa luce, chiude la porta e taglia la sorgente di questa dolce acqua spirituale, che si gustava in lui tutte le volte e per tutto il tempo che si voleva.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), Notte Oscura, I, 8
E se il bambino è stato abituato a non seguire i suoi capricci, avrà uno svezzamento più facile. Ecco perché, amico lettore che poni questa domanda, è importante che tu abbia un tempo di orazione senza regolarti sulle tue capacità di pensare o no a Dio; non siamo lì per fabbricare idee, ma perché sappiamo che qualcuno ci attende nel silenzio:
Bisogna avere una grande determinazione di non abbandonare mai l’orazione, malgrado qualunque difficoltà vi si possa incontrare, e andarvi senza alcuna preoccupazione né desiderio di esservi consolati e soddisfatti.
S. Francesco di Sales (1568-1622), Veri Colloqui spirituali, Sui Sacramenti
2) Occorre pertanto cronometrare il nostro tempo di orazione? Fino alla fine del Medio Evo, si viveva senza orologio, e non ci si preoccupava della durata della preghiera più di quanto si facesse per le altre occupazioni: la vita era fatta d’incontri e sorprese e non di appuntamenti. Come ritrovare oggi questa necessaria libertà dell’amore, fondamento stesso di tutta la vita spirituale?
La nostra anima, dice Teresa d’Avila, è un giardino che il Signore visita per il suo piacere: se il cronometro ci assilla, facciamo, allora, orazione durante una passeggiata, come il monaco del Medio Evo passeggiava nel chiostro. Quando si passeggia, è per piacere, e non si guarda il proprio orologio, anche se si sa che occorrerà certo rientrare a casa propria. Quindi, invece di fissare un tempo, fissiamo un percorso: andare fino alla fine di quel sentiero, o fino alla chiesa del villaggio dove faremo una pausa davanti al S.S. Sacramento, etc. E se piove o se abitiamo in città, il rosario recitato lentamente può renderci lo stesso servizio. Ciascuno deve trovare ciò che favorirà la sua attenzione a Dio: ve ne sono alcuni che fanno orazione meravigliosamente, perfino, tra la folla; come altri camminando sulla spiaggia in un giorno di tempesta. Tuttavia bisogna accettare, una buona volta per tutte, di perdere il proprio tempo nella preghiera, e pertanto di non mercanteggiarlo col Buon Dio. A questo prezzo vivremo nell’eternità:
Nell’orazione occupatevi con semplice libertà, di tutto ciò che vi aiuterà a entrare in orazione e che nutrirà in voi il raccoglimento. Non vi preoccupate. Sollevate la vostra immaginazione ora impaziente ora esaurita. Servitevi di tutto ciò che potrà calmarla e facilitarvi uno scambio familiare d’amore con Dio. Tutto ciò che sarà di vostro gusto e di vostra necessità, in questo scambio d’amore, sarà buono. “Là dove c’è lo spirito di Dio, c’è libertà”. Questa semplice e pura libertà consiste nel cercare ingenuamente nell’orazione il nutrimento d’amore che ci fa occupare più facilmente del Diletto.
Fénelon (1651-1715), Lettera 106
«Si può fare orazione guidando l’auto?»
La domanda può sembrare insolita! Tuttavia essa è stata posta più volte, cosa che fa pensare che i nostri contemporanei pregano più negli ingorghi che nelle chiese! Dopotutto, Teresa di Lisieux faceva orazione nel treno che la conduceva a Roma, e Jeanne Schmitz-Rouly passava da un’estasi all’altra sui tram di Bruxelles: «Che fortuna quando una simile cosa accade in chiesa o a casa! Ma molto spesso succede per strada, o nel treno o nel tram…» (Diario, 2). Allora, rileviamo in questa moderna orazione le caratteristiche della preghiera di sempre:
― Da Abramo in poi, colui che prega è un viaggiatore: “Dio disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12, 1). Lo spostamento fisico favorisce una rottura spirituale, almeno implicita, con le nostre abitudini, rottura necessaria a ogni vera preghiera:
Per raccoglierti, occorre tagliare ogni abitudine superflua, ogni familiarità superflua con le creature, quali che siano, ogni conoscenza e curiosità superflue, ogni operazione e occupazione superflue. In una parola, occorre che l’uomo si separi da tutto ciò che lo divide.
Sant’Angela da Foligno (1249-1309), Libro delle Visioni e Rivelazioni, cap. 57
― «Quando preghi, chiudi la porta!» ci dice Gesù; non tanto per non essere disturbato, quanto per essere “solo con il Solo”. Chi abita in una grande città sa che non c’è solitudine più radicale di quella della metropolitana all’ora di punta, né isolamento più ermetico di quello dell’automobilista intasato in un ingorgo. Ebbene questo anonimato esteriore favorisce le relazioni dall’interiore:
Nella conversazione e fra il rumore del mondo, quest’anima è in solitudine nella stanza dello Sposo, cioè nel suo fondo dove lei lo accarezza e gli parla, senza che nulla possa turbare questa divina relazione.
Beata Maria dell’Incarnazione (1599-1672), Lettera III
― «Il Padre tuo vede nel segreto». Poiché il mondo esteriore è così neutralizzato, può aprirsi il mondo interiore: i genitori sanno bene che l’auto è il luogo di tutte le confidenze, mentre si va a scuola. Allo stesso modo Dio sembra allora molto vicino, “a contatto” in una “relazione di amicizia, un colloquio frequente e intimo con Colui che sappiamo ci ama” (Teresa d’Avila, Autobiografia, 8). Ecco cosa definisce l’orazione.
― «Pregate incessantemente» ci dice san Paolo. Non si prega guardando il proprio orologio. In auto se non si è un pirata della strada, non si conta il tempo che passa, in quanto lo fanno già i radars. E mentre noi siamo cullati dal ronzio del motore.
Il pensiero di Dio non è un peso, è un vento che ci porta, una mano che ci sostiene e ci eleva, una luce che ci guida, è uno Spirito che ci vivifica sebbene non ne sentiamo l’operazione.
François Malaval, Pratica facile…, II, 2
Tanti nostri lettori avranno sperimentato questo legame tra i mezzi di trasporto e l’orazione. Interessa la natura stessa della vita spirituale: la preghiera non è un’attività fra le altre, ma la vita di qualcuno che abita sempre in noi, lo Spirito Santo; così essa è continua nelle nostre anime come una sorgente ora sotterranea ora visibile. E quando una certa disoccupazione del corpo e dello spirito sgombra gli strati superiori della nostra coscienza, il mormorio dello Spirito affiora più facilmente, se abbiamo un vita cristiana equilibrata:
l’orazione diviene allora come il suo respiro, la sua vita; l’anima è piena dello spirito di orazione. L’orazione diviene allora uno stato e l’anima può trovare il suo Dio quando vuole, anche in mezzo a tutte le sue occupazioni.
Beato Columba Marmion (1858-1923), Cristo, Vita dell’anima, II, X, IV
Ciò ci permette di ampliare il nostro discorso: c’è un modo contemplativo di guidare come c’è un modo contemplativo di lavare i piatti o il giardino. Certuni hanno bisogno di riempire la loro anima, perché, di fatto, la sorgente viva dello Spirito non ha mai potuto espandersi; questi non pregheranno mai, metteranno a pieno volume l’autoradio nella loro vettura, disturberanno tutto un vagone con il loro cellulare, accenderanno la televisione dal mattino alla sera, a casa. Invece quelli la cui anima è piena di Dio, fuggiranno spontaneamente il rumore, chiuderanno dolcemente le porte, guideranno con calma la loro auto, e alla radio e a internet domanderanno solo ciò che li rimanderà a questa sorgente che scorre dolcemente in loro. In breve, in vettura o altrove, la vera questione non è essere attivi o contemplativi, ma essere allacciati a questa sorgente: “la parte dell’uomo nell’azione è la contemplazione” (Mons. Combes) Adesso questa lode dell’orazione al volante non deve farci dimenticare ciò che ripetiamo spesso in queste pagine: non abbandoniamo mai l’orazione alla semplice spontaneità. Se Dio si serve dei nostri mezzi moderni di trasporto per svegliarci alla sua presenza, ciò non ci dispensa peraltro di organizzare la nostra vita di preghiera con tutta la cura che richiede questa occupazione centrale in ogni vita cristiana. In particolare, il fatto che si “sente” Dio in auto non sostituisce la pratica dell’orazione vera e propria, in un’ora e un luogo ben scelti. Il vero valore di un atto è tutto nella sua intenzione: ebbene l’intenzione di un camionista è quella di trasportare la sua merce da un luogo ad un altro, Se farà ciò nel raccoglimento, tanto meglio, ma egli non tralascerà tuttavia di fare coscienziosamente la sua preghiera della sera all’arrivo.
Infine occorrerebbe distinguere tra l’autista e il passeggero del veicolo. Profittare del tempo totalmente libero di un viaggio per fare orazione o leggere il proprio ufficio non è la stessa cosa di pregare mentre si guida o si guarda il paesaggio: il viaggiatore qui è totalmente passivo e la sua intenzione attuale è di pregare anche se ciò avviene viaggiando … o allora occorrerebbe attendere che la terra smetta di girare per cominciare a fare orazione!
Questa frase è tratta da una lettera di un assiduo lettore di Semi al quale il nº 124 (Sulla mortificazione…) è sembrato “strano, e per meglio dire, infelice”, poiché non è prioritario denunciare “il pericolo di una penitenza un po’ forzata, senza gioia né vera motivazione spirituale”. Da qui lo scrupolo dell’autore di Semi: a forza di predicare la dolcezza salesiana, ciò non spingerebbe le anime alla mollezza?
Chi ha fatto l’obiezione ha una certa autorità in materia, quindi è opportuno soffermarci un po’ di più, in tutta cordialità. Senza dubbio siamo entrambi vittime di una identificazione troppo rapida tra penitenza e mortificazione: lui perché Libermann (autore del testo) non impiega una sola volta la parola “penitenza” in quella lettera, io perché adopero questa parola nel commento, mentre l’insieme del testo tratta di mortificazione “afflittiva” (questa la parola usata da Libermann), che giustamente, sarebbe disgiunta da un’autentica penitenza in nome di una falsa idea di merito:
Non amo affatto di voler sempre guardare al merito, perché le Figlie di Santa Maria (le religiose della Visitazione) non devono fare le loro attività se non per la più grande gloria di Dio. Se potessimo servire Dio senza meritare, cosa che non si può, dovremmo desiderarlo.
San François di Sales, Veri colloqui spirituali
Infatti, se la penitenza è costitutiva di tutta la vita cristiana, la mortificazione è soltanto una delle vie della penitenza, la quale è in primo luogo una conversione amorosa:
É l’amore che dona la perfezione e il valore alle nostre azioni, ci dice ancora Francesco di Sales; non lo si ripeterà mai troppo. Ebbene l’amore viene da Dio solo, è sovrannaturale o non è:
quello che è, infatti, naturale in materia di mortificazioni di surrogazione, non serve a niente di buono, e può perfino fare male. É la grazia che deve ispirarci queste mortificazioni, e allora esse sono eccellenti e utili, riferisce il testo in questione.
Molto giustamente il lettore usa la felice espressione di “penitenza amorosa”: solo quest’ amore misura il valore delle nostre pratiche di mortificazione, quali che siano. E così, sarà meglio riportare il seguito della Lettera di Libermann sulle “mortificazioni privative”, quelle che consistono meno nel “fare” e più nel “lasciar fare”, e soprattutto a “lasciarci fare” per amore di Dio:
La mortificazione privativa o di privazione consiste nel sottometterci con tutto il cuore a tutte le pene e privazioni che la divina Provvidenza ci manda, sia direttamente, sia tramite gli uomini con i quali noi siamo in relazione …
Ma al di là di quelle azioni che non possiamo evitare, la “mortificazione privativa” consiste anche nel fissare lo sguardo sul beneplacito di Dio, unicamente perché è il suo beneplacito e noi lo amiamo:
… essa consiste ancora in quella mortificazione interiore, tramite cui la nostra anima si priva di ogni godimento, o piuttosto si priva di gustare ogni godimento naturale, che proviene dalle relazioni dei sensi interiori ed esteriori con gli oggetti che sono di nostro gusto, e in più, si sottomette alla pena e alla repulsione dei nostri sensi interiori ed esteriori, causati dagli oggetti che a loro non piacciono …
Nel contesto, è chiaro che non si stratta qui di volere la privazione per la privazione, bensì la libertà di seguire Cristo senza essere frenati dalle nostre piccole preferenze. Ecco perché “la mortificazione privativa” va ancora oltre:
… essa consiste ancora nel privarsi, anche esteriormente, del superfluo, cioè di tutti gli oggetti che noi gradiamo, quando non sono necessari né utili alla situazione in cui siamo, né allo stato in cui ci troviamo.
Ecco quello su cui sono d’accordo tutti i maestri, e che farà vivere esattamente quello che Gesù ha vissuto, sola norma assoluta per il cristiano. Concretamente, come fare? Tra due soluzioni ugualmente ragionevoli (perché non c’è santità se non conforme alla ragione), l’amico di Dio sceglierà quella che gli darà una maggiore libertà rispetto a sé. Esempio: a fine pranzo, se devo scegliere tra una mela e una pera e il mio gusto desidera la pera, allora, dirà Libermann, prendi la mela! Perché tagliando corto con le mie piccole preferenze, mi rendo un po’più disponibile per Gesù. Ma si capisce che si tratta di una semplificazione, e non di una complicazione della vita del cristiano. Per questo Libermann conclude,
premesso ciò, non bisogna tanto preoccuparsi, ma camminare semplicemente nella via di Dio, avere lo spirito libero e il cuore rivolto tutto a Dio. È molto importante che voi siate in pace e che abbiate la libertà dei figli di Dio.
Allarghiamo un po’ il nostro intento. I lettori di Semi gli rimproverano più spesso il suo quietismo che il suo giansenismo. Senza riferimento alcuno al nostro lettore, ci sia permesso esprimere una convinzione: se la nostra epoca manca certamente di penitenza, è perché manca drammaticamente d’amore. Santa Maria Maddalena, di costumi poco giansenisti, nel corso degli anni fu la grande penitente, ma perché grande innamorata: secondo il Vangelo, la sua sola prova fu quella di non poter abbracciare Gesù la mattina di Pasqua, perché “niente, certo la può appagare; non potrebbe star bene con gli angeli, né con lo stesso Salvatore se non le appare nella forma in cui le aveva rapito il cuore” (san Francesco di Sales Trattato dell’Amor di Dio, V, 7) La priorità pastorale ci sembra essere quella di dichiarare questo amore di Dio, preludio di ogni conversione. Dice ancora Libermann nella stessa lettera, se:
la severità perde le anime, la dolcezza le salva; in generale, propendete per l’indulgenza nei confronti delle anime deboli, non siate rigidi. Imiterete in questo la condotta del nostro divino Maestro e farete del bene alle anime. Procedete sempre sulla via della dolcezza e dell’incoraggiamento: seguirete così la condotta di Nostro Signore e di tutti i santi. La maggior parte delle anime si perde a causa dello scoraggiamento.
«Una malattia psichica è di ostacolo a una vita di orazione? »
La vita d’orazione è comunque un fattore di normalizzazione mentale, perché ci riconduce in linea con la nostra vocazione profonda: “Tu ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (S. Agostino, Le confessioni, I, 1). Questo cuore senza riposo, ecco la malattia psichica, anche se di solito questa malattia è talmente diffusa da essere poco notata, almeno fino a che i nostri comportamenti di poveri peccatori restano sopportabili nel corso abituale della vita sociale. Pertanto, chiamiamo “normali” quelli che si adattano abbastanza bene all’assurdità della loro vita senza Dio, e “malati” quelli che si adattano meno a ciò.
Ma non andremo più oltre sul rapporto tra il peccato, originale o attuale, e le malattie dell’anima. Il problema quindi non è esattamente sull’eventuale incompatibilità tra la malattia psichica e l’orazione, ma sulla modalità di orazione che converrà a colui nel quale la conseguenza del peccato si nota di più rispetto alla maggior parte della gente. Teresa d’Avila, per esempio, ha pensato la sua riforma del Carmelo per delle persone capaci di restare per cinquanta anni in un monastero di clausura, e sarebbe pericoloso invitare a entrarvi persone chiaramente instabili.
Se il buon senso basta a distogliere le anime attente da certi turbamenti psichici, non dall’orazione, ma da certe forme di vita poco compatibili con la loro patologia, costatiamo, però, che i più grandi santi non hanno avuto il massimo equilibrio, almeno agli inizi del loro itinerario spirituale: lì come altrove, non c’è genio se non al di fuori della norma comune. Teresa del Bambino Gesù era di una tale fragilità nervosa da essere considerata da molti, malaticcia, e se Francesco di Sales può sembrare un modello di stabilità, nella sua giovinezza lo si vede immerso in una crisi di angoscia che farebbe oggi la gioia degli psicanalisti. Malattia? Parliamo piuttosto di un’estrema sensibilità di cui Dio si sarà servito come di uno strumento proprio a esprimere le più sottili sfumature del suo amore. E come il minimo errore si nota nel virtuoso, mentre passa inosservato nel principiante, i santi canonizzati sono stati spesso “condannati” alla santità più pura, perché più in fretta e più profondamente degli altri, hanno preso coscienza della miseria dell’uomo senza Dio.
Quanto alla perdita della ragione e a uno stato di follia, ho conosciuto molte anime che sono state spinte fino a dover fare questo grande e ultimo sacrificio, mille volte più faticoso di quello della loro santità e della loro vita. Bene! Se occorre, l’anima faccia questo sacrificio, con totale abbandono e piena fiducia.
Pierre de Caussade, Lettera 75, del 1736
Dio domanda a questi suoi amici di lasciare tutto: di fatto, nella sua fragilità, a 14 anni, Teresa Martin ha già compreso quello che la maggior parte della gente non comprende che in tarda età, cioè che il peccatore è un condannato, che può solo abbandonarsi alla misericordia del Padre; ed è così che lei è divenuta santa Teresa del Bambino Gesù.
Per questo san Giovanni della Croce che ci direbbe che la fragilità psichica, particolarmente la malinconia (oggi diremmo la depressione nervosa) lungi dall’essere un ostacolo allo sviluppo della vita spirituale, è un elemento favorevole, perché può aiutare, salvo che l’anima non si ribelli, alla spogliazione necessaria all’unione con Dio:
L’aridità purgativa, quando è aiutata dalla malinconia o da altra malattia, come succede molto frequentemente, non lascia per questo di operare il suo effetto di purificazione del desiderio, perché essa lo priva di tutti i gusti e lo porta ad applicarsi interamente in Dio.
Notte oscura, I, 9, 3
Questo perché le malattie dell’anima provano infinitamente di più di quelle del corpo, e obbligano dunque a un’unione più radicale alla volontà di Colui che ce le manda, o almeno le permette, fa lo stesso. Molti dei grandi santi hanno rasentato l’abisso del loro temperamento o della loro storia, là dove gli altri, avanzando in pianura, non si sono posti affatto la domanda. Quando la sensibilità è esacerbata, la santità prende delle forme spettacolari, e l’orazione diviene luogo di uno scontro vertiginoso tra l’anima e Dio. Un caso estremo è quello di p. Surin (cfr. Semi n. 14), che poté testimoniare questo equilibrio delle sommità dopo vent’anni di malattia mentale spietata che l’aveva condotto sull’orlo del suicidio:
Mi sembra che, per sua misericordia, nostro Signore ha costituito il fondo della mia anima in una tal pace che non saprei spiegarvi perché, da qualunque parte guardo, io non vedo niente che mi tolga la perfetta fiducia. Paragonando questa pace a un mare versato nell’anima, mi pare come un oceano che ha cento braccia di profondità nelle sue acque… Io non so come si fa e si può fare, che il ricordo dei miei peccati e di tutte le mie miserie non diminuisce per niente la gioia di questa pace, e sento questa pienezza come se l’anima avesse perduto ogni motivo di timore e sentisse in sé solo beni, che reputa indubitabili, gettando nel seno di Dio tutto quello che le può dare preoccupazione in qualunque modo sia… Così lo spirito che una volta aveva tante pene, come colui che si vedrebbe vestito di spine e punto da mille punte acuminate e ferito in egual misura da tanti oggetti quanti sono i suoi pensieri, è ormai incapace di vedere nulla che lo addolori e gli tolga il suo riposo… Ciò che si chiama cura e malinconia è rinviato così lontano che non ne resta alcuna vestigia. E sebbene nostro Signore esercita il mio spirito attraverso sorprese contrastanti e mortificanti …, io non sento alcuna interruzione di questo stato gioioso.
Lettera 356, marzo 1661
Surin e molti dei suoi simili ci mostrano che non si può scalare l’Himalaya senza rischi, ma nello stesso tempo, quando ci si stringe a Gesù, in realtà non c’è nessun rischio, tranne un po’ di vertigine!
«La pratica dell’orazione può essere un rimedio a certi mali psichici?»
Domanda terribile! Per prima cosa, cosa s’intende per “malattia psichica”? Stabiliamo che qui parleremo solo di certi squilibri comportamentali, che supporremo almeno per ipotesi, senza rapporto diretto con anomalie organiche. La domanda diviene: l’orazione, ad esempio, può migliorare un comportamento nevrotico, se non addirittura psicotico, un’aggressività incontrollabile o un’angoscia paralizzante?
Partiamo dalle origini. Il peccato ha introdotto uno squilibrio fondamentale nella relazione da cui dipendono tutte le altre, la relazione filiale con Dio: a partire da questa si costruisce la nostra personalità tramite la nostra vita sociale: «Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome!» ci dice san Paolo (Ef 3, 14ss.). Il testo greco dice anzi: “dal quale ogni vita sociale prende nome”. Quindi, se questa prima relazione è alterata, tutte le altre lo saranno:
Uno psicotico è un uomo che subisce senza difesa i contraccolpi del suo disaccordo tra la sua anima e Dio, e così attraversa un purgatorio difficile da decifrare per noi. Un nevrotico si protegge tramite difese rigide contro gli effetti dello stesso disaccordo …
M. D. Molinié (1918-2002), Il coraggio di aver paura, 7ª variazione
Così, dopo il peccato originale, le nostre personalità si costruiscono in uno squilibrio più o meno grave, per il semplice fatto che si costruiscono in relazione ad altre personalità già squilibrate. Così che
Noi possiamo avere voglia di dire Fiat alla volontà di Dio (una voglia divorante che viene dallo Spirito Santo), essendo incapaci di lasciare uscire questo Fiat, perché il nostro cuore è nemico di Dio malgrado noi … Non possiamo sopportare che la vita divina si inabissi in noi senza limite prima di essere stati purificati …
(Idem)
Questi “atti mancati” che faranno la gioia della psicanalisi, possono essere interpretati correttamente solo alla luce di questo appello di Dio, e nello stesso tempo alla luce di questo rifiuto nel quale il cristiano riconosce il peccato originale, ma anche tutti i propri peccati che saranno stati altrettante conferme:
I nostri desideri sono senza limite, si slanciano verso Dio perché da Lui vengono, ma la nostra carne non può seguirli perché è troppo pesante - pesante a causa dei nostri peccati passati, dei peccati del mondo che ci circonda e specialmente di quelli di cui portiamo l’atavismo. La carne - questo termine non si riferisce solo a quello che chiamiamo peccato della carne - è qualcosa che non sa reagire con fiducia agli appelli di Dio.
(Idem)
Viceversa, insegnandoci di nuovo, a dire “Padre nostro”, Gesù ci ristabilisce in questa relazione, ci ristabilisce nella verità del nostro desiderio, e a partire da ciò ricostruisce in modo armonioso tutta la nostra personalità:
La preghiera è, in effetti, come l’interprete del nostro desiderio davanti a Dio. Gli domandiamo a buon diritto, solo quello che possiamo desiderare di simile. Ebbene, la preghiera del Signore non solamente domanda tutto quello che abbiamo il diritto di desiderare, ma lo fa nell’ordine stesso in cui si deve desiderare; così ci insegna non solamente a domandare, ma anche a ordinare tutti i nostri sentimenti.
San Tommaso d’Aquino (1224-1274), II a II ae, q. 83, a.9
Notiamo dunque che la preghiera ha una bella e buona virtù terapeutica. A proposito di direzione spirituale, san Giovanni della Croce dice che tutto il progresso dell’anima orante consiste nel “ordinare i propri amori secondo ragione”; ovvero, nel ritrovare la verità del proprio desiderio di Dio, e partendo da lì, rimettere in ordine tutti i propri desideri. Insegnandoci di nuovo a essere figli, l’orazione ci insegna ad essere fratelli, a vivere in modo sano le nostre relazioni:
Perché Gesù non dice: «Padre mio» che sei nei cieli; ma «Padre nostro» … Egli sopprime così tutte le avversioni e le inimicizie; reprime l’orgoglio, caccia l’invidia, e introduce nelle anime la carità, questa madre divina di tutti i beni. Distrugge tutte le disuguaglianze e le differenze di condizione e di stato, e assimila mirabilmente il povero al ricco, e il subalterno al principe, poiché ci troviamo tutti uniti nelle cose più importanti e più necessarie, che sono quelle della salvezza.
San Giovanni Crisostomo (intorno al 350), Omelia XIX, sul Padre Nostro
Ma se la preghiera ha una virtù terapeutica, essa non è tuttavia un farmaco o un esercizio di igiene mentale : è una grazia, è “l’amore di Dio riversato nei nostri cuori” (Rm 5, 4); così che se ricercata per se stessa, cesserebbe di essere preghiera perché cesserebbe di essere relazione; non farebbe che chiuderci di più in noi stessi, come lo fanno alcune tecniche di meditazione trascendentale o altri esercizi di “sviluppo personale” alla moda:
Questa assoluta semplicità interiore che ottengono i loro adepti, la prendono per Dio, perché vi trovano il riposo naturale … In loro manca la fede vera, l’esperienza, l’amore … Queste persone dovete evitarle e fuggirle come nemici mortali della vostra anima, anche se nei loro modi, nelle loro parole, nel loro vestire o nel loro aspetto apparissero santi, perché sono inviati dal diavolo.
Beato Ruusbroec l’Ammirabile (1293-1381), Libretto di spiegazione
Non fidiamoci allora delle sedute di “Gesù terapia” o delle promesse di “guarigioni interiori” non ben definite. O almeno, abbiamo l’onestà di chiamare le cose con il loro nome, e se non è vietato entrare in chiesa per riposarsi e riflettere tranquillamente, e tanto meno per ripararvisi dalla pioggia, non dimentichiamo che non è quello il motivo essenziale per cui esiste, bensì per incontrarvi Qualcuno. Certo, Gesù ci porta la guarigione, ma bussando in modo sovrannaturale, e non naturale, alla porta del nostro cuore.
E questo ci invita a porre la domanda complementare: la malattia psichica è un ostacolo alla preghiera? Tratteremo la questione il mese prossimo.
«Malgrado tutti i miei sforzi, durante l’orazione mi addormento! Che fare?»
Il principio enunciato prima, è universale: i nostri atti valgono per la loro intenzione, non per il loro risultato. Certo, ci è chiesto di scegliere per l’orazione, un luogo, un tempo, una posizione, etc. …, che non siano quelli della siesta, altrimenti la nostra intenzione non sarebbe retta, ma se malgrado ciò non riuscissimo a stare svegli, avremo fatto quello che il buon Dio attende da noi, e lui ci avrà mandato il sonno.
Una difficoltà oggettiva è che la calma favorevole al raccoglimento è egualmente favorevole al sonno. Se la fatica o il temperamento vanno nella stessa direzione, allora possiamo spesso migliorare le cose camminando lentamente, lo sguardo rivolto verso il suolo. Se abitiamo in campagna, una strada deserta dove camminare è agevole, farà al caso nostro; nei monasteri medievali il chiostro era fatto per questo, con i pozzi nel mezzo, così evocando il paradiso terrestre, ci ricordano che pregare, è camminare con il Buon Dio,
perché, a ben pensarci, sorelle mie, l’anima del giusto non è niente altro che un paradiso dove Dio dice di trovare le sue delizie …
Santa Teresa d’Avila (1515-1582), Castello dell’anima, 1,1
Se il buon Dio ci dona un’orazione molto contemplativa, non ci colpevolizziamo di provare così questa sorte di dormiveglia, nella quale percepiamo solamente che il Signore è là, mentre troviamo riposante riposare in lui, mentre esce dal nostro cervello questa semplice certezza:
In questa orazione passiva, qualche volta accade che l’anima sentendosi unita a Dio come al centro di tutti i beni e come alla fine di tutti i desideri, dimori in un perfetto riposo, senza voler niente, senza desiderare niente … Qualche altra volta, Dio appare nel fondo dell’anima dove si fa vedere e amare in una grande pace ed in una grande tranquillità … Altre volte, infine, l’anima riempita e come inebriata dalle dolcezze della quiete o dell’unione intima, si riposa in Dio senza pensare ad altro: è a questa specie di orazione che viene dato il nome di sonno mistico.
Don Claude Martin (1619-1696), Difesa della contemplazione passiva
Infine, se il sonno non mistico è malgrado tutto più forte di noi, non ci desoliamo, non siamo in cattiva compagnia:
Io sono veramente lontano dall’essere una santa, niente come ciò ne è una prova; invece di rallegrarmi della mia aridità dovrei attribuirla al poco fervore e fedeltà, dovrei desolarmi di dormire ( dopo 7anni ) durante le mie orazioni e le mie azioni di grazie, ebbene, io non mi desolo … penso che i bambini piacciano ai loro genitori sia quando dormono che quando sono svegli, penso che per operare i medici addormentano i loro malati. Infine penso che: «Il Signore vede la nostra fragilità, Egli si ricorda che noi non siamo che polvere».
S. Teresa di Gesù bambino (1873-1897), Storia di un’anima, VIII
Abbiamo affrontato una domanda simile in Semi n. 107. Avrei in primo luogo voglia di domandarti chi ti ha stabilito giudice di ciò che è utile e di ciò che è inutile: chi sa se quell’ azione che io credo buona, come, ad esempio, fare l’elemosina ad un povero, non giungerà a un risultato cattivo, qualora il povero facesse un cattivo uso dei soldi ricevuti? I nostri atti valgono per la loro intenzione, non per il loro risultato. Ora, la sola intenzione degna di un atto umano, è quella di amare:
Non è per la grandezza delle nostre azioni che piacciamo a Dio, ma per l’amore con cui le facciamo … È l’amore che dona la perfezione e il valore alle nostre opere.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Veri colloqui spirituali
La domanda non è dunque: pregare serve a qualcosa? Ma: pregare è amare? Si tratta della prima domanda posta dall’antico catechismo: “Per qual fine Dio ti ha creato? - Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderne in seguito e per sempre nell’altra.” (Catechismo di san Pio X). Conoscere Dio, amarlo e servirlo, e godere di lui: ecco, ciò non serve a niente, eppure è la ragion d’essere dell’uomo. La sua nobiltà consiste nell’essere libero, libero per conoscere e amare Dio, questa è la definizione più fondamentale dell’orazione.
Ma per il cristiano, ce n’é una ancora più fondamentale: Gesù che, certamente, non aveva “bisogno” di pregare, poiché era Dio stesso, ha passato in preghiera tutto il tempo che il dovere di stato, il quale fra l’altro è ancora una forma di unione amorosa con Dio, gli lasciava. Citiamo nuovamente san Jean Eudes:
Tutta la vita di Gesù Cristo non è stata che una perpetua orazione, che dobbiamo continuare ed esprimere nella nostra vita, come una cosa così importante e così assolutamente necessaria, che la terra che ci sostiene, l’aria che respiriamo, il pane che ci nutre, il cuore che batte nel nostro petto, non sono affatto così necessari all’uomo per vivere umanamente, come l’orazione è necessaria a un cristiano per vivere cristianamente … Guardate questo compito come il primo, il principale, il più necessario, il più pressante e importante di tutte le vostre cose, e liberatevi, per quello che vi sarà possibile, di quelle meno necessarie.
San Jean Eudes (1601-1680), La vita ed il Regno di Gesù, II, § 11
Cosa si può fare per i fratelli, poiché è questa la tua preoccupazione? Semplicemente amarli. E poiché Dio solo è sorgente d’amore, volgendoci verso di lui, “allacciandoci” a lui, gli rendiamo il più grande servizio: “La parte dell’uomo, nell’azione, è la contemplazione”. (Mons. Combes, a proposito di Teresa del Bambin Gesù). Ciò che bisognerà “fare” seguirà, perché lo scopriremo allora con gli occhi dell’amore, con gli occhi di Dio.
La tua domanda ne contiene almeno tre o quattro! Per prima cosa, la nostra preghiera può cambiare qualcosa alla volontà di Dio? Speriamo di no, perché essa è perfetta e mira solo alla nostra felicità:
È più che un fratello, più che un incomparabile amico, è il medico delle nostre anime, essendo il nostro Salvatore, per stato… Tutto ci mostra che ha fatto per noi follie d’amore. “Lui ci ha comprato a caro prezzo!” Come potremmo non essergli cari? In chi avremmo fiducia, se non nel dolce Salvatore senza il quale saremmo persi?...Non c’è un secondo in cui, in qualsiasi punto dell’universo, si possa sorprenderlo a occuparsi di altre cose… Con quale fiducia e docilità non dovremmo lasciarci fare e corrispondere, se comprendessimo meglio le sue vie misericordiose?
Vital Lehodey, Il santo abbandono, II, III-IV
Allora perché domandare nella preghiera, invece di prendere semplicemente quello che Dio ci dona e ringraziarlo? Per meglio entrare, giustamente, in questa fiducia e in questa docilità:
Non domandiamo che Dio faccia ciò che vuole, ma di fare noi stessi ciò che Dio vuole. Chi può resistere a Dio e impedirgli di compiere la sua volontà? Per noi, non è la stessa cosa. Appena troviamo degli ostacoli da parte del demonio, domandiamo che la volontà di Dio si compia in noi. Per questo abbiamo bisogno di aiuto dall’alto, perché nessuno è forte con le sue sole forze: dobbiamo appoggiarci alla grazia e alla misericordia del Signore.
S. Cipriano di Cartagine († 258), Sull’orazione domenicale, 3
E per formare in noi delle decisioni e degli atti conformi alla volontà di Dio, occorre riflettere e volere, ciò implica tempi e parole, in breve, un dialogo interiore:
Le parole ci sono necessarie per eccitarci verso ciò che domandiamo ed esservi attenti, non per comunicare a Dio i nostri bisogni né per piegarlo a essi. Così mentre diciamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», noi gli domandiamo la grazia di essergli sottomessi a fare la sua volontà come gli angeli la fanno in cielo.
S. Agostino (354-430), Lettera 130
Ciò potrebbe apparire deludente: se la preghiera ci permette di meglio entrare nella volontà di Dio, è certamente stupendo, ma infine, se Dio ci ama tanto, potrebbe anche tenere conto delle nostre preferenze! Certi genitori insegnano l’obbedienza ai loro figli, ma li lasciano pure scegliere quando questo non rischia di essere pericoloso per loro. Per l’appunto, Dio ci ama talmente da anticipare le nostre richieste:
Certo, non si otterrà mai alcuna cosa che Dio non abbia già previsto in anticipo; ma quello che i santi ottengono tramite la loro preghiera, è stato giustamente previsto da Dio per essere ottenuto tramite la loro preghiera! In tutta la sua onnipotenza, egli ha previsto che gli eletti lo saranno attraverso la loro fedeltà, in modo tale che essi meritano di ricevere tramite la loro preghiera, quello che ha disposto di donare loro fin dall’eternità.
S. Gregorio Magno († 604), Dialogo 1, 8
Da ciò, si capisce che non c’è opposizione tra preghiera di domanda e preghiera di lode, di ringraziamento etc… Ogni preghiera è per formare in noi la volontà di Dio, che è contemporaneamente domandare e ricevere. Pregare per una persona o per una intenzione precisa è bene se ciò ci aiuta a dire: «Signore, in ogni modo, che sia fatta la tua volontà su quella persona o in quella situazione». Perché,
Per quanto possiamo fare o dire, Dio non domanda e non desidera altro da noi, se non sentirci dire dal profondo del nostro cuore: Signore, che la tua volontà, che mi è più cara di ogni cosa, si compia!
Istituzioni tauleriane (XIV sec.), cap XVIII
Così che chiedendoci di pregare per loro, i nostri amici, di fatto, ci chiedono di essere fedeli a questa volontà, più che di “pensare” a loro nella nostra preghiera: molto spesso, queste intenzioni particolari resteranno implicite, e costringerci a riflettervi disturberebbe la nostra preghiera, che non consiste “nel pensare molto, ma nel molto amare” ci dice s. Teresa d’Avila.
Questo vale anche per l’intercessione dei santi in paradiso: quando chiedo a s. Antonio da Padova di ritrovare il portafoglio, egli chiederà al Signore che la sua volontà sia fatta su di me; e rivolgendomi verso di lui è questo che io domando al Signore in occasione di questo spiacevole incidente. E per s. Antonio, avendo senza dubbio parecchie migliaia di richieste dello stesso genere in uno stesso giorno, l’importante non è di occuparsene una per una, ma che ogni richiedente entri nel suo atteggiamento di fiducia in Dio, in cui è contenuta implicitamente la disposizione di tutti coloro che si rimettono a lui.
Non c’è rapporto diretto. In nessuna parte del Vangelo vediamo Gesù privarsi (non parliamo del digiuno, che non è per l’esattezza una mortificazione), portare il cilicio o flagellarsi. Ora, i santi hanno fatto talvolta questo; occorre dunque pensare che le mortificazioni non siano tanto legate alla perfezione di Cristo quanto piuttosto all’imperfezione dell’uomo. In effetti, dopo il peccato originale,
Non si acquista la perfezione incrociando le braccia; bisogna lavorare su di sé controllandosi e vivere secondo la ragione, la regola e l’obbedienza, e non secondo le inclinazioni che vengono dal mondo… Sono necessarie per noi delle regole che fungono da torchio per il nostro cuore, in modo da far uscire tutto quello che è contrario a Dio.
S. Francesco di Sales, Veri colloqui spirituali XX
Su questa strada,
La mortificazione afflittiva [per esempio: flagellarsi] è buona, ma non per tutti; essa non è necessaria alla santificazione, non fa pertanto parte dell’essenza della santità; è solamente utile per l’avanzamento spirituale di quelli che Dio chiama. Occorre un’attrazione interiore molto chiara e molto certa per darsi a queste pratiche.
François Libermann (1802-1852), Lettera del 13 febbraio 1846
Riprenderemo nel prossimo numero di Semi questo testo molto illuminante di P. Libermann. Ma uno sguardo d’insieme sulla Tradizione cristiana in materia ci mostra la regola generale seguente:
Quando l’anima comincia a ritirarsi del tutto dal secolo e a rinunciare al peccato, bisogna abbattere il corpo affinché divenga docile allo spirito e lo lasci obbedire a Dio; bisogna spuntare le armi che il peccato trova nella carne ed eccitare il fervore con il digiuno e la disciplina, perché il fuoco interiore non è ancora acceso. Ma, allorché l’anima s’illumina e cresce nell’amore, bisogna moderare le penitenze del corpo che è abbastanza provato dallo spirito. Perché come il corpo gli è servito molto per accenderlo, lo spirito gli rende il suo fuoco e lo consuma con il suo fervore; il cervello si stanca, il cuore si indebolisce, il petto soffre, e il corpo diviene pesante e inabile alle funzioni dell’anima. Così, bisogna fare delle penitenze nella via purgativa, moderarle nell’illuminativa e ancor di più in quella unitiva.
François Malaval (1627-1719 ), Pratica facile della contemplazione, II, 7
Certo, il demonio c’entra. E allora? “Guardate davanti a voi, e non guardate i pericoli che vedete da lontano: vi sembra che siano degli eserciti, non sono che salici sbrancati!» (S. Francesco di Sales, Lettera del 22 luglio 1603). Per quanto questi fantasmi siano spaventosi, vergognosi o ripugnanti, il tentatore non ha altro potere che quello che noi gli diamo (cfr Semi n. 114), e più noi prendiamo sul serio le sue suggestioni, più gli diamo potere! Il rimedio? Burlarsene, molto semplicemente. Ma se questo vi sembra troppo semplice, domandiamo ad alcuni grandi classici di rassicurarci:
Notate se la tentazione vi piace o se vi dispiace; e ascoltate questa bella sentenza di un antico padre, secondo cui i peccati non possono nuocere quando dispiacciono: tanto meno le tentazioni! E poiché so che l’opinione del nostro beato Padre (s. Francesco di Sales) è un oracolo, ecco una sua sentenza a questo proposito: «Notate ciò, dice, finché la tentazione vi dispiacerà, non c’è nulla da temere; infatti, perché vi dispiace, se non perché non la volete?».
Io vi dirò a tal proposito un’eccellente lezione che io una volta appresi dal nostro beato Padre, quando gli chiesi su questo soggetto: «Quando dubiterete, mi disse, di aver acconsentito al male, prendete sempre questo dubbio per negativo. Ecco la ragione: per formare un vero peccato, occorre un vero e pieno consenso della volontà, poiché non c’è alcun peccato se è involontario; ora il pieno consenso è così chiaro che non lascia dietro di sé alcuna ombra di dubbio».
Jean-Pierre Camus (1584-1652), Lo spirito del Beato Francesco di Sales, parte XVII, 21
E Teresa d’Avila, a proposito di «anime raggomitolate» per il timore di offendere Dio:
Comprendete bene che Dio non si ferma davanti a tante sciocchezze, come voi pensate! Non lasciate la vostra anima e il vostro coraggio rattrappirsi, facendovi perdere molti beni. Lo ripeto: intenzione retta, volontà determinata a non offendere Dio, e non lasciate la vostra anima ripiegarsi su se stessa; perché invece di darvi la santità, questo vi porterà molte imperfezioni che il demonio vi manderà per altre vie.
Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, cap. 72
Le tentazioni possono farci solo il male che vogliamo … Non si deve opporre una viva resistenza alle tentazioni, ma sostituire il disprezzo alla forza se non cedono ai primi colpi. Infatti, è di solito con un combattimento ostinato che ci si stanca e ci si turba. Del resto, il disprezzo è il modo più veloce per disfarsi di un nemico orgoglioso che niente ferisce tanto quanto il disdegno. È un bambino per quelli che lo disprezzano, è un gigante per quelli che lo temono.
Ambroise di Lombez (1708-1778), Trattato sulla pace interiore, IV, cap. 5
Tra questi fenomeni, come discernere i veri dai falsi?
La domanda è mal posta: “Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non sotto l’influsso dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3). Poco importano allora, le vie tramite le quali lo Spirito Santo ha penetrato la nostra mente per farci porre questo atto di fede. In rapporto a questa fede la Chiesa valuta una rivelazione “privata”, cioè legata ad una esperienza individuale, e non al suo insegnamento ufficiale. Si pronuncia sempre sulla conformità a questa fede, e non sulla natura esatta dei fenomeni più o meno spettacolari che accompagnano questa presa di coscienza di questo o quello dei suoi aspetti. A Lourdes, la Chiesa non ha detto: «Grazie a Bernadette, noi sappiamo che la Vergine Maria è Immacolata fin dal suo concepimento», ma «la fede di Bernadette è conforme alla nostra, poiché ci dice che la Vergine Maria è Immacolata dal suo concepimento». Per il servizio che rende ai fratelli, poco importa che Bernadette vi sia pervenuta per una via piuttosto che per un’altra. San Giovanni della Croce fa di questa conformità alla fede cristiana una regola generale dell’autenticità delle rivelazioni nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Quando i profeti interrogavano Dio:
Ogni volta che rispondeva, parlava o rivelava, ora con parole, ora con visioni o manifestazioni, era sui misteri della nostra fede e sulle cose concernenti e destinate a essa, pertanto le cose riguardanti la fede non vengono dall’uomo, ma dalla bocca di Dio stesso (La salita del Carmelo, II, 22 ).
Così si spiega perché questo tipo di rivelazione non è mai necessaria per la fede, per cui il cristiano non deve ricercarle per se stesse, perché in fondo sarebbe un ritorno al Vecchio Testamento:
Ma, adesso, che la fede è fondata su Cristo e che la legge evangelica è manifestata in quest’epoca di grazia, non c’è più ragione di interrogare Dio in quella maniera, né che Egli parli e risponda come allora. Perché, donandoci, come ci ha donato suo Figlio che è la sua unica Parola – e non ne ha altra – ci ha detto e rivelato tutte le cosa nello stesso momento e in una sola volta tramite questa sola Parola, e non ha più niente da dire.
(Idem)
Bisogna seguire una rivelazione privata o almeno è permesso ciò?
Bisogna seguire Gesù, e poiché la strada dei santi si confonde normalmente con quella di Gesù, è normale che ci confermino nella nostra fede: questo è il servizio reso da santa Bernardette ai suoi fratelli. Cosicché quando la Chiesa riconosce autentica una rivelazione privata, anche se non si pronuncia sulla natura esatta dell’esperienza di chi la riceve, ciò non significa che garantisce meno la validità del cammino verso Gesù che essa indica. Ma ciò è proprio per il fatto di non rischiare di confondere il contenente con il contenuto,
Noi camminiamo più sicuri tramite la fede, la cui luce è al di sopra di tutte le visioni e rivelazioni di cose segrete e nascoste.
Giovanni Bona ( 1609-1674 ), Trattato sul discernimento degli spiriti, cap XIX
Quindi, se il vostro gusto non è orientato verso l’ultima meta di pellegrinaggio alla moda:
Quale è il bisogno di esporsi al pericolo di sbagliarsi affermando o negando, definendo queste cose, poiché si possono ignorare senza commettere un crimine?
Idem, citando S. Agostino
Questi fenomeni accadono più spesso di quanto non si pensi, anche se il nostro secolo razionalista preferisce spiegarli con la natura piuttosto che con la grazia. La verità è che occorrono entrambe perché si formi una visione. Cosa è successo a Lourdes nel caso di Bernardette, per esempio? Una semplice immagine ce lo farà comprendere: una pietra gettata nell’acqua produrrà dei cerchi concentrici. Ecco, la pietra è la grazia divina; l’acqua è l’anima umana; i cerchi sono lo scossone che l’impatto della pietra produce in quell’anima. Si vede dunque che la visione mette in moto, contemporaneamente, un elemento naturale e un elemento sovrannaturale, e così sarebbe falso interpretarlo come un fatto meramente psichico, quanto ritenerlo un fatto unicamente miracoloso.
Sviluppiamo questa prima immagine con una seconda: quella della luce del sole che penetra l’atmosfera terrestre. Fin tanto che è nel vuoto intersiderale, la luce è invisibile, ma appena raggiunge l’atmosfera diviene il nostro bel cielo blu. Ebbene, «Dio è luce», dice s. Giovanni. E ci dice ancora s. Giovanni «Dio nessuno l’ha mai visto». In effetti, la luce è invisibile: i cosmonauti ci dicono che essi sono circondati da tenebre, mentre dalla terra li vediamo nella luminosità del cielo. Perché? Perché “non è la luce che si vede, ma ciò che la luce mostra” ci dice questa volta s. Giovanni della Croce a proposito della luce spirituale (Salita del Monte Carmelo, II, 14 ); infatti la luce solare diviene visibile proprio perché frenata, poi fermata dagli strati sempre più densi di atmosfera terrestre. Allo stesso modo si deve considerare per la formazione delle idee, poi delle immagini, e infine delle sensazioni legate alla nostra percezione del mistero di Dio, come la rifrazione della sua luce invisibile negli strati sempre più densi della nostra anima. Se “l’atmosfera psichica” della persona è molto intellettuale (come nel caso di un universitario del XIII sec.), darà vita a un san Tommaso d’Aquino; se è molto immaginativa (come nel caso una spagnola del XVI sec.) genererà una santa Teresa d’Avila; se è molto sensibile materialmente (come nel caso di una pastorella dei Pirenei del XIX sec.) produrrà una santa Bernardette Soubirous, etc. È così che si forma la cultura ed il linguaggio cristiano, fedeli a Dio e all’uomo, generando una Tradizione la cui continuità è quella dell’Incarnazione, quella della venuta del Verbo nella nostra carne.
Qual è il ruolo degli angeli nella vita spirituale? E in primo luogo, esistono?
L’esistenza degli angeli fa parte della fede cristiana, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’esistenza degli esseri spirituali, e non corporali, che la Santa Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è chiara quanto l’unanimità della Tradizione» (§ 328 ). Ora, gli angeli, buoni o cattivi, non sono una specie di piccoli dei, ma proprio come noi, persone che il Dio unico fa partecipare alla sua opera, senza pertanto esserne autori; l’angelo sta alla creatura come il giardiniere sta alla pianta, dice S. Agostino (354-430):
… gli angeli non possono creare nessuna realtà: il solo autore delle realtà, grandi o piccole, è Dio, in altri termini la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo… Non voglio affatto dire che gli angeli non hanno nessuna parte nella creazione di qualcosa, ma che non hanno la potenza creatrice, così come l’agricoltore non saprebbe creare né le sue messi né i suoi alberi. Chi pianta e chi innaffia, non è niente: è Dio solo che fa crescere …
Sul senso letterale della Genesi, IX, 15-26
Per questo
Gli angeli sono presenti in noi tramite i buoni pensieri che ci suggeriscono, non per il bene che vi operano; ci esortano al bene, ma non lo creano in noi. Al contrario, Dio è in noi in un modo tale che incide sulla nostra anima direttamente, vi infonde i suoi doni, o piuttosto, vi espande se stesso e ci fa partecipare alla divinità, a tal punto che un autore non ha temuto di dire che Egli fa uno con noi… Gli angeli, dunque, sono con la nostra anima, Dio è dentro di lei.
S. Bernardo (1090-1153), Sulla Considerazione, XII
Se l’angelo non crea niente, non dobbiamo dunque temere qualche potere occulto, buono o malvagio, da parte sua. Cedere alla tentazione, per esempio, non è cedere a una forza malefica, ma allearsi liberamente con il tentatore:
La donna come avrebbe potuto credere alle parole del serpente, se già il suo spirito non fosse stato penetrato da quest’amore per il proprio potere e da una certa e orgogliosa presunzione, rivelata da questa tentazione?
S. Agostino (354-430) Sul senso letterale della Genesi, IX, 30
Ed è attraverso la porta dell’immaginazione che l’angelo, specialmente quello malvagio, entra in noi:
Il diavolo ignora quello che l’uomo pensa nell’intimo della sua anima; non lo comprende se non attraverso i suoi movimenti esteriori; e allora, vedendo quello che è generato in ciascuno dal gusto, introduce le diverse suggestioni.
S. Girolamo (350-420), Annotazioni sul Salmo 16, 2
Sicché chiudere la porta dell’immaginazione, ci mette al riparo da tutte le interferenze angeliche; ciò vuol dire che la fede tutta semplice basta a metterci al riparo dal potere di Satana:
Lasciate il nemico furibondo fuori dalla porta: che bussi, che picchi, che gridi, che urli e faccia il peggio che potrà; siamo certi che non potrebbe entrare nella nostra anima se non attraverso la porta del nostro consenso. Teniamola ben chiusa, e di tutto il resto non preoccupiamoci per nulla, perché non c’è niente da temere.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Lettera di aprile 1605
Viceversa, la virtù suppone un’alleanza con l’angelo buono:
Se qualche luce o calore interiore aumenta la tua devozione e il tuo fervore nella preghiera e ti porta a pensieri pii; se questo porta e trascina il tuo cuore a desiderare di più le virtù, se questo fa crescere il tuo amore per Dio e il prossimo e ti rende più umile ai tuoi occhi, puoi credere che ciò è l’effetto della presenza e dell’azione di un buon angelo.
Walter Hilton († 1396 ), La Scala della Perfezione, I, cap. 11
In effetti, la tradizione cristiana associa l’angelo a tutto il funzionamento della nostra vita mentale: non è esattamente un mediatore tra Dio e l’uomo, ma è sempre legato alla presa di consapevolezza da parte dell’uomo dell'azione divina, come lo vediamo nel momento dell’Annunciazione, per esempio. È così che ci fa comprendere il ruolo dell’angelo custode e di tutti gli angeli buoni, associati a Dio nella cura che si prende di noi, come lo vediamo nelle pagine della Bibbia: «Dio ordinerà ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (Sal 91,10-12 ).
Questa certezza ci basta per affidarci agli angeli buoni, e non temere il potere di quelli malvagi:
Siate familiari degli angeli; vedeteli spesso presenti, in modo invisibile, nella vostra vita; supplicateli spesso, lodateli ordinariamente, e implorate il loro aiuto e soccorso in tutte le vostre cose, sia spirituali sia temporali, in modo che cooperino alle vostre intenzioni.
S. Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota, II, 16
Qual è il ruolo della Vergine Maria nella vita di orazione?
“Tutto dipende da Gesù, e Gesù dipende da Maria” (Charles Gay). La nostra orazione dipende dunque da Maria perché lei dipende da Gesù:
Oh Maria, se tuo Figlio, grazie a te, è diventato nostro fratello, tu grazie a lui, non sei diventata madre nostra? Mentre doveva affrontare per noi la morte in croce, dice a Giovanni, uomo nel quale ci sentiamo tutti inclusi: «Ecco tuo madre»
S. Eadmer di Canterbury (1064-1124 ), Sulla Concezione di santa Maria,3
Cosicché c’è in qualche modo una maternità di Maria nella nostra orazione:
Quando il Padre eterno invia nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, che grida: Abba, Padre! sia quando agiamo sia quando non agiamo, cioè, quando realizza in noi una tenerezza, un amore da bambini verso il Padre del cielo, allora questo Spirito del Figlio realizza inoltre una tenerezza e un amore di figli verso questa infinitamente dolce e tenera Madre. E, in questo senso, il Padre eterno invia così nei nostri cuori lo spirito del suo Figlio, che grida: Madre, Madre! Perché questo è un solo e medesimo Spirito, lo Spirito di Cristo, che suscita nelle anime quest’ amore filiale e questa vita in Maria, come suscita un amore filiale e una vita in Dio: e tutto questo come fu realizzato da Nostro Signore Gesù.
Maria Petyt (1623-1677), Vita Mariforme
Questa maternità di Maria ne fa la dispensatrice dei doni di Dio:
La vita eterna è una sorgente inesauribile che innaffia e inebria tutto il Paradiso. Questa è la fontana dei giardini e il pozzo delle acque vive che scorrono impetuose dal Libano (Ct 4, 15), questo è il fiume che rallegra la città di Dio (Sal 45, 5). Ma cos’è questa fontana di vita, se non il Signore Gesù?...Questo filo di acqua del cielo è disceso a noi tramite un acquedotto, non prese per niente l’apparenza di una sorgente abbondante, ma, lasciando cadere la grazia goccia a goccia, nelle nostre anime aride, ha donato ad alcuni di più, ad altri meno… Comprendete già, se non erro, di chi intendo parlare, riferendomi a acquedotto: ha preso dal cuore del Padre la stessa pienezza della sorgente e ce l’ ha donato, così come l’aveva ricevuta, o per lo meno tale che possiamo riceverla. Voi sapete bene, in effetti, a chi si rivolgono queste parole: “Vi saluto piena di grazia”.
S. Bernardo (1090-1153 ), Sermone per la Natività della Beata Vergine Maria
Nello stesso tempo in cui ci fa nascere all’orazione, Maria ce ne offre l’esempio più perfetto:
La sua orazione è un’orazione di fede e nudità; ignora talmente ciò che vi accade, che non si permette nemmeno di riflettervi. Più raccoglimento sensibile; più presenza di Dio gustata e percepita. Lei prega sempre, ma semplicemente dal cuore e quasi senza nessun atto distinto; niente di notevole, anche per lei, nei suoi esercizi di devozione. Le altre donne che la frequentavano, non vedevano niente in lei che le colpisse, né che facesse dire loro: Ecco una donna di una pietà straordinaria! Se Maria fosse stata capace di qualche condiscendenza di amor proprio, in questa vita comune lei si sarebbe compiaciuta, di essere confusa con la folla… Nel suo lavoro che era quasi continuo, lei non perdeva né la presenza di Dio, né la pace del cuore; consacrava alla preghiera i momenti che aveva liberi.
Jean-Nicolas Grou (1731-1803), L’interiorità di Gesù e Maria, II, XXVIII
Non si osservano affatto nella vita di Maria né rapimenti, né estasi, perché i suoi rapimenti furono continui, ha amato di un amore sempre forte, ardente, ma tranquillo, accompagnato da una grande pace. E sebbene questo amore andasse crescendo senza tregua, questo non avvenne affatto con sbalzi e slanci, ma come un dolce fiume, lei sempre scorreva, e quasi impercettibilmente, verso questa unione tanto desiderata della sua anima con la divina Bontà.
S. François di Sales (1567-1622), Omelia per la festa dell’Assunzione
Poiché è madre dell’unico mediatore, la nostra orazione è «portata» da quella di Maria, in questo si definisce il suo ruolo di mediatrice:
Ci occorre un mediatore per arrivare al Mediatore, e non ne vedo altro più utile di Maria… Perché la debolezza umana temerebbe di avvicinarsi a Maria? Non c’è niente di austero, niente di terribile in lei, è tutta dolce e offre, a tutti, latte e lana. Percorrete attentamente tutta la storia evangelica, e vedete se trovate in Maria una parola di rimprovero, una sola parola dura, il più piccolo segno di indignazione, capisco che possiate pertanto immaginarla ed avete paura di avvicinarvi a lei. Ma al contrario, se voi la trovate in ogni occasione, come, in effetti, la trovate, piuttosto piena di grazia e di bontà, piena di misericordia e dolcezza, rendete grazie a colui, che nella sua infinita dolce misericordia, vi ha donato un mediatrice tale da non avere mai assolutamente niente da temere in lei.
S. Bernardo (1090-1153), Omelia per la domenica nell’ottava dell’Assunzione, 1-2
Ma c’è rischio di abuso nel dare tanto spazio a Maria? Fai bene attenzione, anima predestinata, a credere che sia più perfetto arrivare direttamente a Gesù, a Dio nel tuo operato e nelle tue intenzioni, se tu vuoi andarci senza Maria, il tuo operato, la tua intenzione sarà di poco valore; ma andandoci tramite Maria, questo è l’operato di Maria in te, e di conseguenza, sarà molto elevato e molto degno di Dio. S. Louis-Marie Grignon de Montfort (1673-1716), Il segreto di Maria, 6,50 E, in questo, Maria porta alla sua perfezione ciò che è vero di tutti i santi: Tutto quello che è dei santi, rende omaggio a tutto ciò che è di Gesù, che è il Santo dei santi; e tutto ciò che è in loro, procede dagli stati della sua divina persona, nei quali lo glorificano. Guillaume Gibieuf (1583-1650), Sulla vita e le Grandezze della Vergine, XVII
C’è una posizione migliore di un’altra per fare orazione?
L’orazione è essenzialmente sovrannaturale, e Dio non aspetta per invitarsi in noi, che stiamo in ginocchio piuttosto che seduti, in procinto di camminare o fermi, in chiesa piuttosto che in auto. Così che tutti i maestri sottoscriverebbero questa risposta generale di S. Agostino:
Quando qualcuno vuol pregare, si metta nella posizione che meglio gli conviene in quel momento per occuparsi della sua anima. E quando il desiderio della preghiera viene da se stesso senza cercarlo, quando giunge all’improvviso nell'anima qualcosa che muove l’affetto con gemiti inesprimibili (cfr. Rom 8, 26 ss), in qualunque situazione ci si trovi, non bisogna posticipare l’orazione, per cercare un luogo ritirato, o mettersi in piedi o prostrati. Infatti, con il raccoglimento l’anima si crea una solitudine, e spesso dimentica in quale luogo o in quale posizione è stata colta all'improvviso da questa ispirazione.
S. Agostino (354-430) A Simplicio, II, 4
Stando così le cose, per quello che dipende da noi, la migliore posizione sarà quella che ci aiuterà di più ad esprimere con il nostro corpo quello che portiamo nella nostra anima: mettersi in ginocchio aiuta ad esprimere l’adorazione, sedersi aiuta ad ascoltare, etc. Per questo:
Non trascurare di metterti in ginocchio. Mettersi in ginocchio rappresenta, infatti, la caduta del peccato, che provoca la confessione. E rialzarsi significa pentirsi, il che richiama la promessa della vita virtuosa. Ma ogni prosternazione sia accompagnata dall’invocazione spirituale a Cristo, affinché, inclinando l’anima e il corpo davanti al Signore, si sia riconciliati con il Dio delle anime e dei corpi.
Teolepto di Filadelfia (1250-1325), Filocalia
Oltre alla posizione del corpo, vi è anche la disposizione dei luoghi, e ancora, tutto il «sensibile» della preghiera:
Gli uomini sono ricorsi a pratiche sensibili, quali prostrazioni, genuflessioni, esclamazioni vocali, e canti, non per scuotere Dio, ma per smuovere loro stessi alle cose di Dio … Noi facciamo questo affinché, tramite queste azioni sensibili, la nostra intenzione sia diretta verso Dio e il nostro amore infiammato …
E questo perché l’uomo è indissolubilmente corpo e anima, nella preghiera come altrove:
… Nello stesso tempo noi confessiamo che Dio è l’autore della nostra anima e del nostro corpo, lui al quale offriamo questi omaggi spirituali e corporali.
S. Tommaso d’Aquino (1224-1274), Contro i Gentili, Libro III, cap. 119
Gli antichi erano molto meno preoccupati di noi per la posizione del loro corpo nella preghiera:
Io comincerò la mia contemplazione ora in ginocchio, ora prostrato, o disteso a terra con il viso verso il cielo, ora seduto, ora in piedi, cercando sempre di trovare quello che io desidero … E se trovo ciò che desidero in ginocchio o prostrato, io non cercherò altra posizione.
S. Ignazio di Loyola (1491-1556), Esercizi spirituali, § 76
Uno si manterrà in piedi, l’altro in ginocchio; quello si prostrerà per tutta la sua altezza, l’altro si metterà supino, l’altro prono; uno metterà il suo viso tra le ginocchia, un altro lo nasconderà tra le mani; uno seduto, si appoggerà sul suo gomito, un altro su entrambi; uno alzerà gli occhi più in alto possibile, un altro li abbasserà, un altro guarderà qui e là, uno sarà fermo, l’altro camminerà. Ognuno segua quello che gli sembrerà più opportuno per agevolare l’accesso alla contemplazione, a meno che non sia legato da una disciplina o da una regola comune all’osservanza di momenti, luoghi e posizioni determinate.
Jean Gerson (1363-1429), Teologia mistica, Trattato II, Considerazione IX
In breve,
La migliore preghiera o orazione, è quella che ci mantiene così ben fissi in Dio che non pensiamo affatto a noi stessi, né a quello che facciamo. Insomma, bisogna stare lì semplicemente, in buona fede e senza artificio, per essere vicino a Dio, per amarlo ed unirsi a lui.
Francesco di Sales, Lettera a Madame de Granieu, 8 giugno 1618
Quello che ci inganna, è che molto spesso tendiamo a misurare il valore dell’orazione con quello che può avere di faticoso, dimenticando che essa vale solo per l’amore che esprime. Ancora una volta, non cerchiamo la prestazione, aumentando a dismisura la durata dell’orazione, né forzando il nostro corpo a delle posizioni di «santi», né confondendo il raccoglimento con la concentrazione mentale. L’orazione deve cercare di essere tranquilla, semplice, in breve, amorosa:
Bisogna sapere che se l’orazione fosse un po’ faticosa, e fosse offerta per espiare i peccati, questo non sarà il frutto principale, ma al contrario il minore; perché paragonata alla luce, al gusto e alle virtù che Dio dà in essa, l’afflizione e l’esercizio del corpo contano ben poco … Pertanto, il corpo deve stare, durante il tempo di questa meditazione, secondo quel che gli consente la salute e secondo il riposo necessario richiesto dall’anima per occuparsi del Signore, a maggior ragione questo si applica se questo tempo dura due o tre ore, come avviene per alcuni, poiché pochissimi sono in grado di sopportare la fatica del corpo senza perdere l’attenzione necessaria a questo esercizio.
S. Jean d’Avila (1499-1569), Audi Filia, Conoscenza di Gesù Cristo, II, 7
La nostra prima e più frequente eresia è di credere che il cristiano muore, con o senza paradiso dopo: ebbene, dice Gesù: «Colui che crede in me è già passato dalla morte alla vita…Non morirà mai». Non si tratta di un modo di dire, ma della reale vittoria di Gesù sulla morte. Allora, la crescita della vita cristiana sarà crescita in questo godimento della vita eterna già data e non la sua acquisizione come se fosse una ricompensa per le nostre buone opere. La vostra domanda allora è: questa crescita, quaggiù, può arrivare fino alla felicità piena? Ci limiteremo a citare solo qualche affermazione di un autore particolarmente chiaro su questo punto, padre Jean Surin (1600-1665): dopo, ordinariamente, diverse prove ("le notti dell’anima"),
Dio introduce l’anima nel paradiso, non in quello del cielo, ma in quello che si può sperare sulla terra, che consiste in un’unione così grande con lui e un tale scambio di amore che il mondo non ne ha quasi nessuna conoscenza. Questa è una vita molto felice e santa, con comunicazioni di Dio continue, molto elevate e familiari, che la tengono strettamente legata a lui e come affidata nella perpetua azione vivissima e fortissima verso di Lui, e nell’impiego eccellente verso il prossimo, e generalmente verso tutto quello che egli vuole… Spesso le anime molto buone e sincere se ne scandalizzano, non potendo immaginare che Dio sia fatto così… Quando ella sta lì, è felice.
Lettera 284, del 30 gennaio 1660
Il culmine della vita spirituale non è solamente il cielo, ma in questa vita, uno stato di pace e di gioia, di luci e di sante delizie, con il cuore unito a Dio nel possesso di tutte le virtù; questo è ammirabile e desiderabile più di tutto quello che si può dire.
Lettera 295, del 19 marzo 1660
Il mio Vangelo, è che Dio ci dato suo Figlio che, essendosi fatto uomo per amore nostro e avendoci predicato delle verità che si chiamano evangeliche, ci conduce con la pratica di queste verità non solamente alla beatitudine dell’altra vita, che i predicatori promettono, in suo nome, agli uomini, ma ancora ad uno stato di felicità dove coloro, che lasciano tutto per amore di lui, possono stabilirsi già in questa vita… E questo, come dice Gesù, nonostante le persecuzioni e i travagli del mondo, nonostante le croci che Dio non lascia di dare ai suoi amici, le aridità, il disgusto, le pene interiori, le malattie, e le infermità corporali… Ecco il mio Vangelo… Io, che sono già vecchio, ho visto così tante persone che hanno sperimentato in sé la verità di quel che affermo, che non temo di passare per temerario affermando sulla loro testimonianza che sta a noi farne l’esperienza, e renderci felici già in questa vita.
Lettera 566, del 2 dicembre 1664
Perché dopo il peccato originale, che ruppe l’unione tra Dio e l’uomo, il Nemico del genere umano cerca soprattutto di impedire che essi si riuniscano. Per questo all’inizio di una vita cristiana, egli si attaccherà sempre più alla nostra orazione che alla nostra virtù:
Questo nemico mortale degli uomini sa bene quello che fa quando s'ingegna a spingerci nel precipizio! Non ignora, il traditore, che un’anima che persevera nell’orazione è perduta per lui.
S. Teresa d’Avila (1515 - 1582), Vita, 19
Poiché tutti i suoi sforzi sono diretti a convincerci che l’orazione è tempo perso e a stroncare sul nascere ogni velleità di vita spirituale, è normale che il catechismo sia un terreno dove porta i suoi attacchi, perché
è un errore e una debolezza della nostra natura cieca, il non essere liberi alla presenza di Dio, e apparire davanti a lui solo come schiavi timidi e vergognosi davanti a un principe, tremando di paura, e non pensando che a fuggire per andare a cercare altrove la nostra consolazione e la nostra libertà.
Michel Boutault, (1604 - 1689), Metodo per conversare con Dio
Imparare questa conversazione familiare con Dio, suppone di apprendere la lingua che Dio parla, cioè la Rivelazione, totalmente intera nella Santa Scrittura e nella Tradizione della Chiesa. È questo apprendistato che definisce una formazione cristiana, di cui la Chiesa ha ricevuto la missione:
Il desiderio di Dio comprende l’amore per le lettere, per la parola, per la sua esplorazione in tutte le dimensioni, …apprendere a penetrare il segreto della lingua, a comprendere le sue strutture e i suoi usi. Così, in ragione stessa della ricerca di Dio, le scienze profane che indicano il cammino verso la lingua, divengono importanti …
Benedetto XVI, 12 settembre 2008
Si vede così delinearsi il programma di s. Ignazio che fonda i collegi gesuiti, erede di Erasmo e dei Fratelli della vita comune nella Europa del Rinascimento. Ne siamo lontani? Allora cominciamo subito:
Guardate questa cosa come la prima, la principale, la più necessaria, la più pressante e la più importante di tutte le altre cose, e liberatevi, per quanto vi sarà possibile, da tutto quel che è meno necessario.
S. Jean Eudes (1601 - 1680), La Vita ed il Regno di Gesù, II, 11
Come sapere se si ha una «vocazione»? (segue)
Ci siamo lasciati sulla necessità di provare l’attrazione per la vita consacrata per prenderla in considerazione serenamente. Al contrario, se questa attrazione non c’ è:
Tutte le circostanze, che d’altra parte sarebbero più che sufficienti per ratificare [la scelta della vita consacrata], non hanno affatto peso, a confronto di questa forte inclinazione e propensione che voi avete [per un’altra vita]; inclinazione che, in verità, sarebbe poco attendibile se fosse debole e fragile, ma essendo forte e certa, deve servire da fondamento per arrivare ad una risoluzione.
S. François de Sales (1567-1622), Lettera 1998
In effetti, una vocazione autentica è portatrice di uno slancio vitale, di un desiderio di superamento senza cui essa non sarebbe che un’idea; non si entra in monastero o in seminario perché è meglio, ma perché in fondo, non si può fare altrimenti:
Io ritengo che la regola da seguire sia questa: «io non sono destinato ad essere religioso, finché Dio non mi forza ad esserlo». In altre parole, se un uomo sente: «io devo», allora è una vera vocazione, altrimenti no. Un semplice desiderio non è sufficiente. Il semplice sentimento di una vita superiore non condurrà oltre il noviziato. Anche un convincimento intellettuale, che poggia su delle premesse ben ragionate:«Questa vita mi conviene e sono fatto per lei», non sarà un motivo sufficientemente forte.
Don John Chapman (1865-1933), Lettera del 29 agosto 1916
In altri termini, finché non si è ben sicuri di essere innamorati, vuol dire che non lo si è, o non ancora, o non abbastanza. Così urge allora attendere con calma che Dio parli chiaramente:
Mi sembra opportuno per un «direttore» scoraggiare le persone che pensano di avere una vocazione. Se questa è reale, supererà tutti gli ostacoli e si affermerà, non come un semplice invito, ma come un imperativo categorico. Attendendo che questa prenda forma, nel vostro caso, penso che voi dovreste semplicemente toglierla dalla vostra mente, non come una tentazione, ma come uno spreco di energia. Molti sono coloro che sprecano le proprie energie immaginando di essere destinati ad essere religiosi e (ahimè!) «cercano la loro vocazione» ripetutamente. Non fanno bene e non ne ricavano alcun bene.
Idem
Occorre dunque un'attrazione. Ma per che cosa? La vita consacrata suppone ad ogni modo di essere attratti dalla solitudine e dal silenzio, ma un silenzio abitato da Dio; occorre che
L’anima gusti di essere sola in una amorosa attenzione a Dio, senza considerazioni particolari, in una pace interiore, nella quiete e nel riposo.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), La Salita del Carmelo, II, 13
E più questa attrazione si affermerà, più distaccherà l’anima da tutto ciò che non è Dio. Potreste forse essere chiamati a una vita contemplativa
Se questo riposo vi distacca da tutte le creature per unirvi al vostro creatore, e vi toglie il gusto di tutte le cose della terra, e di tutto ciò che non è Dio … Se questo raccoglimento vi rende più forte nel disprezzo del mondo e di voi stessi e nella stima e nell’amore per il disprezzo e per le umiliazioni.
Jean Rigoleuc (1596-1658), Lettera XI
Infine, una vocazione è leggibile solo all’interno di una volontà ben ferma nel fare la volontà di Dio qualunque cosa succeda. Se avete questa volontà, allora l’ipotesi di una vita consacrata
vi darà più coraggio e forza per vincervi e mortificarvi, più fedeltà a corrispondere alle grazie di Dio, e più diligenza ed esattezza nell' assolvere i doveri e gli obblighi del vostro stato.
Idem
Qui, non dimentichiamo che la vita cristiana è una storia, e se ogni passo permette di vedere quello successivo, solo il penultimo permette di vedere l’ultimo, cioè la nostra vocazione ultima. All’inizio, si brancola, e via via che le possibilità si riducono e la nostra fedeltà aumenta, la nostra traiettoria diventa più precisa:
Non bisogna volere che tutti comincino con la perfezione: poco importa come si inizia, purché si sia ben risoluti nel perseguire e finire bene.
S. Francesco di Sales a madre di Chastel, metà marzo 1622
Perché
La buona vocazione è solo una volontà ferma e costante della persona chiamata, di volere servire Dio nel modo e nel luogo in cui la divina Maestà la chiama; questo è il miglior segno che si possa avere per riconoscere quando una vocazione è buona.
S. Francesco di Sales, Veri trattenimenti, XVII
Infatti, non si finisce di scoprire una vocazione se non al suo punto di arrivo, cioè dopo aver risposto giorno per giorno alla chiamata di Dio; allora il senso completo di questo lungo dialogo ci è manifestato, perché siamo compiutamente diventati suoi figli, secondo il modo unico che egli ha previsto per noi da sempre, e che è precisamente la nostra vocazione:
Ci sono alcuni, diceva S. Francesco di Sales, che si rompono la testa e si arrovellano il cervello a forza di meditare e di consultare quale genere di vita devono abbracciare: il celibato, il matrimonio, o il convento, o altra vocazione nel mondo, ritenendo che a forza di considerare o di indagare, scopriranno la volontà di Dio in merito … Egli non voleva tutto questo lavorio, dicendo che tutte le barche sono buone per fare il tragitto da questa vita mortale a quella immortale, e visto che questo passaggio è così breve, non è questione di fare sì grandi provviste di prudenza umana; [diceva] che la cosa principale è di avere attenzione alla grazia e alla Provvidenza di Dio, pregandoLo, qualsiasi condizione abbracciamo, di tenerci per la mano destra, e di condurci alla sua volontà. Lì, infatti, è il vero cammino della gloria e della salvezza di Dio.
Jean-Pierre Camus (1584-1652), Lo Spirito del Beato Francesco di Sales, XIV,25
Come sapere se sono chiamato/a alla vita contemplativa? Come sapere se ho una «vocazione»?
Sicuramente vuoi dire: come sapere se sono chiamato/a alla vita consacrata, nel senso di vita monastica? E sicuramente pensi che occorra una vocazione speciale per condurre una vita contemplativa. La domanda è posta male, perché 1) una vocazione è sempre contemplativa; 2) tutti noi abbiamo una vocazione, e quindi una vocazione contemplativa; se l’uso tende a riservare la parola «vocazione» alla vita consacrata nel senso istituzionale (vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa o monastica), tuttavia c’è solo una differenza di grado tra queste vocazioni e quella dei comuni mortali; 3) la vita consacrata nel senso istituzionale è solo un'organizzazione particolare della vita contemplativa, relativa alle epoche e alle circostanze. Riprendiamo questi punti uno per uno.
1) Noi entriamo nella vita contemplativa
…quando prendiamo una certa coscienza di Dio in noi; quando sperimentiamo, in qualche modo, la sua presenza; quando questo contatto, peraltro permanente e necessario tra lui e noi, ci appare sensibile, prende forma di un incontro, di una stretta, di una presa di possesso.
Henri Brémond (1865-1933), Sull’Umanesimo, III
Parlare di vocazione è parlare di questo dialogo con Dio (vocare significa interpellare), rivelando una relazione che c'era, ma che diviene cosciente, che diviene «presa di possesso»: ci s'innamora letteralmente di Dio, e non ci si può far niente.
2) Questa esperienza della presenza di Dio è universale. È propria dell’uomo, caratterizzata dalla ricerca del Bello, del Vero, e del Bene, in breve, dell’Assoluto, e si può dire, per farla breve, che non c’è uomo senza religione, cioè senza contemplazione. Però, l’intensità di questa esperienza varia all’infinito: mettere un cero in una chiesa suppone già un dialogo minimo con Dio, che dà significato a quel gesto; essere invasi dalla percezione del suo amore come Teresa d’Avila, al punto da sentirlo come una freccia che trafigge il cuore, suppone lo stesso dialogo, ma mille volte, più ricco e intenso. Queste due esperienze sono di natura contemplativa, ma s'indovina che la prima non avrà che conseguenze limitate sulla vita quotidiana, mentre la seconda impedirà in pratica di occuparsi di ogni altra cosa: essa rende chi la prova letteralmente incapace di ciò. Proprio a queste esperienze particolarmente intense si riserva abitualmente la parola «vocazione», specialmente perché esse conducono spesso chi ne beneficia a vivere in modo particolare, per esempio in monastero:
Dio conversa con alcuni in modo più familiare che con altri, ed è un privilegio speciale e gratuito che chiamiamo «vocazione». Questa è una ispirazione, una mozione, o una grande affezione impressa nell’anima, che la spinge a questa modalità d'orazione così elevata, e le comunica nello stesso tempo delle attitudini e dei mezzi per seguirla.
Louis du Pont, 1554-1624, Vita del Padre Balthasar Alvarez, XV
Ma d'altra parte, questo non vuol dire che una vita di preghiera elementare non sia già una risposta ad una vocazione, e d'altronde è chiaro che tra la maggioranza dei fedeli e S. Teresa d’Avila ci sono tutti i livelli intermedi.
3) Di fatto, questa è un’esperienza contemplativa forte che conduce il più delle volte in monastero, perché tutto vi è organizzato (cfr. il testo di Cassiano) per permettere al monaco di coltivare l’intimità con colui di cui si è innamorato con un'intensità particolare. Allora, restare nel mondo sarebbe per lui fonte di tensioni dolorose, almeno fino a che non sia chiara la volontà di Dio che debba restarvi nonostante tutto, perché «come ascolterebbe la dolce ed efficace voce di Dio che è nell’intimo, tra milioni di agitazioni e di tumulti delle creature?». (Miguel de Molinos, 1628-1696), Guida spirituale, III, 13
Precisiamo inoltre che ci sono solo differenze minime tra vita consacrata «contemplativa» (monaci e monache), e vita consacrata «apostolica»: nella Tradizione, la vita apostolica scaturisce da «una sovrabbondanza di contemplazione» (s. Tommaso dice ex plenitudine contemplationis ). Nella Chiesa latina, questo è vero ugualmente per il sacerdozio, poiché è riservato a uomini che, prima di tutto, hanno assunto gli impegni di una vita consacrata, specialmente con il celibato.
Si, ma con tutto ciò continuo a non sapere se sono chiamato ad entrare in monastero o in seminario!
Con tutto questo, hai tutti gli elementi per sapere se vale la pena porti la domanda: essa merita di essere posta se l’intensità della tua esperienza di Dio è tale che diviene troppo «ingombrante» per continuare a vivere con disinvoltura nel mondo. Ora, Dio parla prima attraverso il tuo dovere di stato, il tuo temperamento, le circostanze, etc…: se sei padre di famiglia o non sei capace di vivere in modo stabile gli obblighi della vita religiosa, è chiaro che Dio non ti attende al monastero. Nota bene che in tutti questi casi, Dio non ti impedirà la contemplazione (non ha l’abitudine di riprendere i suoi doni), ma ti obbligherà a viverla nelle situazioni meno adatte, e quindi più esigenti, cosa che per contrasto può perfino rafforzarla:
La contemplazione è meglio dell’azione e della vita attiva, ma se nella vita attiva vi si trova più unione, essa è migliore … Capita abbastanza spesso che si è uniti a Dio tanto nell'azione quanto nella solitudine.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Veri Colloqui spirituali, Appendice I F
Ma infine, non dobbiamo anticipare le difficoltà, e per quel che dipende da noi, se ci sentiamo portati ad una vita organizzata per coltivare la contemplazione, vale la pena prenderla in considerazione. A partire da lì, vedremo la prossima volta come una vocazione di questo tipo si consoliderà.
Ahimè! Molto spesso siamo più inquieti per le astuzie del diavolo che rassicurati dall’amore di Dio! Francamente,
Io non comprendo questi timori che ci fanno dire: il demonio, il demonio, quando possiamo dire: Dio, Dio, e così fare tremare il nostro nemico!
S. Teresa d’Avila (1515-1582), Vita, cap. 25
Tanto più che
Più si è perseguitati dal nemico, più si è guardati da Dio, la cui cura e vigilanza sono senza paragone molto più grandi per difenderci, delle astuzie del nostro nemico per ingannarci. E questo perché Egli ci ama più di quanto il demonio ci odi, è più forte della debolezza della nostra carne.
S. Giovanni d’Avila (1499-1569), Lettera 59
Dunque, cominciamo con il non dare importanza più del necessario a Satana: è un geloso e come tutti i gelosi, vuole attirare l’attenzione perché ci si occupi di lui. Perciò la sua strategia non è tanto di farci commettere dei delitti, quanto di distoglierci dall’orazione e dall’unione con Dio: «Non ignora, il traditore, che un’anima che continua nell’orazione è perduta per lui» (Teresa d’Avila, Vita, cap. 14) Così preoccuparsi di lui, è già dargliela vinta.
A dire il vero, non ha, peraltro, altra vittoria che questa: nel racconto del peccato originale vediamo nascere la paura e l’inquietudine nel momento in cui i progenitori fanno alleanza con il tentatore; viceversa nel Vangelo, vediamo la pace ritornare a misura che Gesù va verso i suoi: «Sono io, non abbiate paura!». In altri termini, tutto il potere di satana è nella nostra testa: bisogna sapere che dall'’Antichità, gli spiriti angelici, buoni o cattivi, interferiscono continuamente con la nostra vita mentale, e più precisamente con la nostra immaginazione:
È nell’immaginazione che il demone ha l’abitudine di accorrere con le sue astuzie, che siano naturali o sovrannaturali, perché l’immaginazione è la porta e l’ingresso dell’anima.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), La Salita del Carmelo, II, 16
Così sarebbe errato credere che satana sia l’anti-Dio, che eserciti su di noi un’influenza equivalente a quella della grazia. Ma no! Egli non avrà mai altro potere su di noi che quello che noi gli daremo facendoci complici di questo gioco di immaginazione:
La donna come avrebbe potuto credere alle parole del serpente, se già il suo spirito non fosse stato penetrato dall'amore del suo potere e da una certa e orgogliosa presunzione rivelata dalla tentazione?
S. Agostino (354-430), Lettera sulla Genesi, XI, 30
Satana non potrà mai nulla senza che noi lo vogliamo. E nello stesso istante comprendiamo quale sarà il rimedio contro le iniziative di Satana: mettere fuori uso la nostra immaginazione, poiché:
La Sapienza di Dio non comporta né modo né maniera; essa non ricade su niente di intellegibile che sia limitato e particolareggiato, perché essa è totalmente pura e semplice …
Così che
tutto quello che si può cogliere e vedere tramite l’immaginazione, sia falso e proveniente dal demonio, o che si sappia vero e proveniente da Dio, non ci deve ingombrare né nutrire; l’anima non lo deve ammettere né attaccarvisi, ma restare distaccata, nuda, pura e semplice, senza alcun modo o maniera, come si richiede per l'unione.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), La Salita del Carmelo, II, 16
Allora, concretamente, quando Satana comincia a preoccuparci,
Il disprezzo è il mezzo più veloce per disfarsi di un nemico orgoglioso che niente ferisce quanto lo spregio. È un bambino per quelli che lo disprezzano, e un gigante per quelli che lo temono. Nella vita di s. Antonio e di molti altri santi, si vede, che essi mettevano in fuga legioni di demoni con un riso beffardo e una pungente canzonatura.
Ambroise de Lombez (1708-1778), Trattato della pace interiore, IV, 5, VI
Perciò:
Lasciate arrabbiare il nemico alla porta: che batta, colpisca, gridi, urli e faccia il peggio che potrà. Siamo sicuri che non potrebbe entrare nella nostra anima, se non attraverso la porta del nostro consenso. Teniamola ben chiusa, e di tutto il resto non curiamocene affatto, perché non c’è niente da temere.
S. Francesco dei Sales (1567-1622), Lettera a Madame Bourgeois, aprile 1605
«Sì, ma mettendo così tutti fuori, io non rischio di privarmi di una visita di Dio?»
Per nulla, perché supponendo, per esempio, che una visione venga da Dio, essa non sarebbe altro che una rifrazione nella nostra vita mentale della luce della fede, la quale ci arriva direttamente da Dio, al di sopra di tutta la nostra vita mentale:
Le visioni e le altre cose straordinarie, anche quelle vere sono, molto spesso, segni della debolezza di un’anima che si ferma più davanti al dono di Dio che a lui stesso.
Joseph de Beaufort, la vita di fra' Lorenzo della Resurrezione (1694)
In tal modo ciò che di sostanziale c'è in queste visioni, gioverà alla fede dell'anima se questa,disprezzandole, saprà rinunziare del tutto a quanto in esse vi è di sensibile e di intellegibile e saprà usare saggiamente del fine che Dio si prefigge nel concedergliele.
San Giovanni della Croce (1542-1591) la Salita del Carmelo, II, 16
L’intenzione di chi recita o canta le lodi o i vespri per esempio, è, in effetti, notevolmente diversa da chi vuole fare orazione. L’ufficio divino è innanzitutto la preghiera ufficiale della Chiesa, con parole e modi obbligatori, mentre l’orazione è perfettamente libera e tende comunque al silenzio. Però, quello che abbiamo detto del Rosario (cfr. Semi n. 109) è vero di ogni preghiera vocale:
È chiaro che dobbiamo prestare attenzione a ciò che recitiamo; quando dico «Padre Nostro», mi sembra che l’amore vuole che io comprenda chi è questo Padre … Voi dite: questo è meditare, e obiettate che non potete né volete praticare questo esercizio, che voi desiderate soltanto pregare vocalmente, e in un certo senso avete ragione. Ma io vi confesso che non so come possiate separare queste due cose …».
S. Teresa d’Avila (1515-1582), Cammino di perfezione, cap. 40
C’è dunque una continuità profonda tra preghiera vocale e orazione. Anche se l’ufficio divino non permette una certa spontaneità propria dell’orazione, molto presto un certo automatismo farà dimenticare quest'aspetto formale, permettendo alla nostra attenzione di portarsi più su colui al quale ci si rivolge, che a quello che gli si dice:
Nella preghiera dobbiamo portare la nostra attenzione sulle parole, o sul senso delle parole, o piuttosto su Colui che preghiamo? ... Se vi si riflette seriamente, non si può dubitare che l’attenzione che si porta su Dio sia la più perfetta e la più meritoria. Molte coscienze deboli e scrupolose, nella recita dell’ufficio divino, preoccupandosi che possa sfuggire la più piccola parola, sillaba,mettono tutte le loro energie ar pronunciare distintamente ogni parola. Io temo che costoro non arriveranno mai, o quasi, a gustare la dolcezza della preghiera …
S. John Fisher (1469-1533), Trattato sulla preghiera, III
Messa e orazione s'incontrano a vicenda:
I sacramenti sono dei canali tramite i quali, per modo di dire, Dio discende in noi, come tramite l’orazione noi ci gettiamo in Dio, poiché l’orazione non è altro che un'elevazione del nostro spirito in Dio.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Veri colloqui spirituali, sui sacramenti.
Dio viene verso noi nei sacramenti, mentre noi andiamo verso di lui tramite l’orazione: i momenti di silenzio previsti dalla liturgia, dopo il vangelo, durante l’offertorio, prima della comunione, etc…sono veri momenti di orazione. Essi ci fanno entrare nell’intenzione che presiede alla messa, che è quella di vivere l’unione totale a Cristo che si dona a noi, così come nell'orazione. In questo senso, una vita d’orazione è la migliore preparazione alla comunione:
Io sono l’amico della purezza e tutta la santità viene da me: è il cuore puro che cerco, è lì che trovo il mio riposo. Preparami un grande cenacolo ed io farò presso di te la Pasqua con i miei discepoli. Se tu lo vuoi, io verrò da te e vi dimorerò. Butta via il vecchio lievito, e purifica la casa del tuo cuore. Respingi tutto ciò che è del mondo e tutto il tumulto dei vizi, e come il passerotto solitario sul tetto pensa ai tuoi misfatti nell’amarezza della tua anima. In effetti, chi ama, prepara sempre la casa nel migliore dei modi e nel modo più bello per il diletto, e in questo si riconosce l’affezione che ha per colui che riceve.
Tommaso da Kempis (1379-1471), L’imitazione di Cristo, IV, 12
Allora, la comunione eucaristica compierà quello che l’orazione fa desiderare:
In questo grande e incomprensibile sacramento, l’anima è trasformata in ciò che la nutre, osso delle tue ossa e carne della tua carne, poiché lo Spirito Santo opera in noi, per grazia, ciò che sussiste eternamente per natura tra il Padre e te… Ecco, il faccia e faccia tra te, Signore, e colui che ti desidera; ecco il bocca a bocca tra te e colui che ti ama; ecco il corpo a corpo amoroso tra te e la sposa che sospira verso te dicendo: Il mio diletto è mio come io sono sua, e dimorerà sul mio cuore.
Guillaume de Saint-Thierry (1086-1148), Orazione meditativa VIII
Se l’orazione è la migliore preparazione alla comunione, è ugualmente, sotto forma di azione di grazie dopo la messa, il miglior modo per disporsi a viverla concretamente nelle nostre giornate:
Non basta che tu ti eserciti alla devozione prima della comunione: tu devi anche vigilare su di te con cura, una volta che hai ricevuto il Sacramento. Questa vigilanza non ti è meno richiesta della fervente preparazione. In effetti, è essa stessa un'eccellente preparazione a ricevere una grazia più grande. Viceversa, niente vi dispone meno che il troppo riversarsi subito all’esterno, andando verso delle consolazioni esterne. Diffida dalle parole troppo numerose; resta nascosto per godere del tuo Dio. Lui stesso, in effetti, possiede quello che il mondo non potrà portarti via. Io sono colui al quale tu devi donarti tutto intero, di modo che non sarà più in te, ma in me che tu vivrai senza il minimo pensiero.
Tommaso da Kempis (1379-1471), L'imitazione di Cristo, IV, 12
Si nota dunque che l’eucaristia suppone l’orazione, e che l’inverso non è affatto vero: se l’eucaristia è coronamento della vita cristiana, l’orazione ne è la base. Se dunque occorre assolutamente scegliere tra le due, la priorità dovrà essere data all'orazione, se d’altra parte si sarà fedeli ai comandamenti della Chiesa in materia, e specialmente alla messa domenicale; in effetti, che si tratti di orazione o di sacramenti, la norma per il cristiano è sempre quello che Gesù ci dice tramite la sua Chiesa:
Noi sappiamo dalle Storie e dall’esperienza di molti religiosi e di altri che sono stati santi senza l’orazione mentale, ma mai senza l’obbedienza.
S. Francesco di Sales (1567.1622), Lettera a Madre Favre, primavera 1617
La pratica della vita di orazione porta alla vita apostolica?
Cosa è la vita apostolica? Si conosce la celebre formula di S. Tommaso d’Aquino, divenuta il motto dei domenicani: «Proprio come è meglio illuminare piuttosto che semplicemente brillare, così è meglio trasmettere agli altri la realtà contemplata piuttosto che solamente contemplarla» (Summa Teologica, II-II, q. 188 a. 6). Ciò vuol dire che non c’è vita apostolica se non c'è prima di tutto una vita contemplativa:
Questo è rilevato dagli Apostoli, che furono confermati in pienezza nello stato permanente di vita e occupazioni apostoliche, solo, dopo l’effusione dello Spirito Santo, che causò in loro un vuoto totale di loro stessi e una così grande docilità a tutto ciò che Dio voleva operare tramite loro, tanto che è detto che non erano loro a parlare, ma lo Spirito del loro Padre celeste che parlava tramite la loro bocca, e s. Paolo diceva che era Gesù Cristo a parlare in lui.
Jeanne Guyon (1648-1717), Discorsi sulla vita interiore, 2, 65
Occorre notare che l’orazione non è fare provviste di grazia che andremo poi a spandere nell’apostolato, ma che la contemplazione è in se stessa apostolica, perché rivelatrice, e quindi evangelizzatrice, poiché ci trasforma in Dio, e rende allora Dio visibile in noi, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto:
C’è un modo di vedere che procede da una grazia infusa che io produco nell’anima la quale veramente mi ama e mi serva. Con questo lume, che io posi nell'occhio del suo intelletto, mi vide Tommaso, e così acquistò il lume della molta scienza. Illuminati da essa, Agostino, Girolamo e altri miei santi dottori, intendevano e conoscevano la mia verità fra le tenebre; e allora quello che appariva come oscuro è divenuto perfettamente chiaro per gli ignoranti come per i sapienti.
Tramite questa luce, i santi Padri e i profeti hanno visto anticipatamente la venuta e la morte di mio Figlio; gli Apostoli l'hanno avuta dopo la venuta dello Spirito Santo; gli evangelisti, i dottori, i confessori, le vergini, i martiri ne sono stati tutti illuminati, ciascuno secondo le necessità della loro salvezza, o di quella degli altri e per la comprensione delle Sante Scritture.
Santa Caterina da Siena (1347-1380), Dialogo, 85
Questo è quello che io chiamo vita apostolica, cioè lo stato in cui l’anima morta a tutto e perfettamente annientata, non trattenendo più nulla di proprio, Dio solo dimora con lei ed in lei.
Jeanne Guyon (1648-1717), Discorso sulla vita interiore, 2.65
Per questo la contemplazione dell’apostolo misura esattamente la sua fecondità. Così che:
L’uomo, che da questa elevazione, è inviato da Dio nel mondo, è pieno di verità e ricco di tutte le virtù; non cerca il suo bene, ma la gloria di colui che l’ha inviato. Per questo egli agisce secondo rettitudine e verità in tutte le cose; e il suo fondo è ricco e generoso, e si fonda sulla ricchezza di Dio. E per questo non può non effondersi sempre in tutti quelli che hanno bisogno di lui, poiché la sorgente viva dello Spirito Santo, è la sua ricchezza, e non si può esaurire. Ed è uno strumento di Dio vivo e disponibile, con il quale Dio opera ciò che vuole e come vuole; e non si attribuisce nessun merito, ma ne dona a Dio l’onore. Ecco perché Egli resta disponibile, pronto a fare tutto ciò che Dio gli comanda, forte e coraggioso per patire e sopportare tutto quello che ha stabilito per lui. Egli conduce una vita comune, perché è ugualmente pronto a contemplare e ad agire, ed è perfetto in entrambi.
Ruusbroec l’Admirable (1293-1381), La Pietra Brillante, conclusione
Tutto ciò va a modellare la vita dell’apostolo, che è tale solo se l’orazione è al centro delle sue giornate:
L’esercizio della predicazione è più spirituale che vocale, perché anche se si pratica al di fuori con parole, la sua forza e la sua efficacia vengono solo dallo spirito interiore; così, per quanto alta sia la dottrina predicata, per quanto preziosa sia la retorica, per quanto sia elevato lo stile di cui essa è rivestita, il beneficio che essa opera di solito non sarà superiore allo spirito che contiene.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), La Salita del Carmelo, III, 45
Ci si ammazza a forza di studiare per preparare dei bei sermoni, e però non si producono affatto dei frutti. Da cosa dipende ciò? La questione è che la predicazione è una funzione sovrannaturale, come la salvezza delle anime, che è il fine che si pretende, e occorre che lo strumento sia proporzionato a questo fine. Orbene, non è la scienza, né l’eloquenza, né altri talenti umani, ma la santità di vita e l'unione con Dio, che ci rendono strumenti adatti a procurare la salvezza delle anime. La maggior parte dei predicatori ha sufficiente scienza, ma non ha abbastanza devozione e santità.
Il vero modo per acquisire la scienza dei santi e avere ciò di cui riempire un sermone, una esortazione, un colloquio spirituale, non è tanto di ricorrere ai libri, quanto all’umiltà interiore, alla purezza del cuore, al raccoglimento e all’orazione.
Louis Lallemant (1588-1635), Dottrina spirituale, II, II, cap. VI, 4
Il grande segreto per apprendere la scienza dei santi, per ricevere le più pure illuminazioni del cielo, non sta nel pensare molto, ma nell'amare molto. Tutto è donato all’amore, allo spirito contrito, a un cuore santamente libero.
Henri-Marie Boudon (1624-1702), Il Regno di Dio nell’orazione mentale, I, cap. 3
Così quando l’efficacia non è più un pensiero per l’apostolo, altri uomini riconosceranno in lui il Dio che essi cercavano, lo raggiungono e, poco a poco, danno con lui vita ad una civiltà cristiana:
Considerando i frutti storici del monachesimo, possiamo dire che nel grande sconvolgimento culturale, prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano luoghi in cui veniva formata passo passo una nuova cultura.
Qual era la motivazione delle persone che si riunivano in quei luoghi? ... Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era di cercare Dio “quaerere Deum”. Nella confusione di quei tempi dove niente sembrava resistere, i monaci volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane per sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio.
Benedetto XVI, Discorso del 12 settembre 2008 al Collegio dei Bernardini
Infatti, i grandi contemplativi sono stati sempre dei grandi civilizzatori: s. Agostino apre il Medio Evo al centro della disfatta della Antichità, s. Bernardo domina nel periodo più brillante, e Maria dell’Incarnazione farà del Québec un bastione della cultura francese,
Cercare Dio resta, oggi come ieri, la via maestra e il fondamento di ogni vera cultura.
Benedetto XVI, Udienza del 17 settembre 2008
C’è un metodo specifico d’orazione per i bambini?
S'impara a pregare come s'impara a parlare. In questo senso, anche se è chiaro che un bambino non ha la capacità di attenzione, e quindi di raccoglimento, di un adulto, la sua orazione segue le vie di quella degli adulti, con i limiti di ogni metodo; per i bambini piccoli più ancora che per i loro genitori, ricordiamo che: «l’orazione consiste nel molto amare, e non nel molto pensare» (s. Teresa d’Avila). Così che
Molti s'ingannano grandemente, credendo che bisogna fare tante cose, usare tanti metodi per fare bene l’orazione, come se lo Spirito di Dio fosse così delicato da dipendere dal metodo o dal contegno di chi fa l’orazione… Non c’è che una sola cosa necessaria per far bene l’orazione, cioè di avere Nostro Signore tra le braccia; se è così, è sempre ben fatta, qualunque cosa facciamo.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Sermone XXVIII
Non ci preoccupiamo troppo, dunque, del “contegno” dei bambini che fanno orazione. Il vero problema è altrove: gli orientamenti catechistici moderni mirano a fare del bambino più un militante che un orante. Così gli educatori e, prima di tutto, i genitori devono avere le idee chiare su cosa è una vita cristiana: questo dialogo con Dio che definisce l'orazione e che allora deve essere l'asse di un'educazione cristiana.
Infine, nel campo della vita spirituale come negli altri, i genitori non proiettino i loro desideri sui loro figli: «Lasciate che i piccoli vengano a me» dice Gesù, e non «Costringeteli!». In altre parole, tutti ricevono la grazia sufficiente per essere buoni cristiani, ma non tutti sono chiamati a essere san Giovanni della Croce. Se peraltro l'educazione è cristianamente coerente, il Buon Dio non avrà bisogno dei genitori per dare al bambino il desiderio di raccoglimento e la volontà di perfezione che caratterizzano una vocazione certamente contemplativa.
Da quale età un bambino può praticare l’orazione?
Se si prende la parola orazione nel senso più tradizionale cioè di conversazione familiare con Dio, è chiaro che man mano che il bambino cresce, diviene capace di fare questa conversazione. È impressionante vedere nella vita dei santi che molti di loro, fin dalla più tenera età, avevano coscienza della presenza di Dio e di conversare con lui. Un esempio molto semplice è quello di Maria dell’Incarnazione (1599-1672), all’età di sette anni:
Durante il mio sonno, avendo gli occhi levati verso il cielo, vidi Nostro Signore Gesù Cristo avvicinarsi a me, e il mio cuore si sentì tutto incendiato del suo amore. Cominciai a stendere le mie braccia per abbracciarlo. Allora, lui, il più bello tra tutti i figli dell'uomo, con viso pieno di dolcezza e attrattiva indicibili, abbracciandomi e baciandomi amorevolmente, mi disse: «Vuoi essere mia?». Io gli risposi: «Si».
Relazione del 1654, I
Sogno di una bambina? È probabile che una buona decima parte dei nostri lettori potrebbero parlare di episodi analoghi nella loro infanzia. Non parliamo troppo presto di bambinate! Maria ci precisa che «l’effetto che produsse quella visita fu un'inclinazione al bene», e che senza comprendere a quell'età che «quell'attrazione veniva da un principio interiore», la presenza di Dio non la lascerà più. Sentimento di Dio presente, crescita nella carità, unione a Gesù: tutte le caratteristiche di un'autentica esperienza mistica sono riunite. Ahimè, quanti adulti, divenuti insensibili all’amore, uccideranno la vita spirituale dei loro figli non prendendo sul serio questo genere di eventi, o volgendo in ridicolo qualcosa che in fondo è così normale, una volta dimenticato il peccato originale!
Anche se tutti i bambini non hanno una percezione così chiara dell’entrata di Gesù nella loro vita, «poiché Dio cammina con l’uomo al passo dell’uomo» (s. Giovanni della Croce), si rileva abitualmente che la fioritura spirituale dell’adulto è, in un certo modo, proporzionale all'educazione ricevuta. Ancora l’esempio di Maria dell’Incarnazione è eloquente:
È vero che la buona educazione ricevuta dai miei genitori, che erano buoni cristiani, molto pii, aveva costituito una buona base nella mia anima per tutte le cose del cristianesimo e per i buoni costumi, e quando vi rifletto, benedico Dio per le grazie che gli è piaciuto darmi in quel momento, tanto più che è una grande disposizione per la virtù e per essere veramente disposti ad una vocazione di grande pietà.
Relazione del 1654, III
Ancora una volta, i sentimenti non si decidono. La vera questione non è di incoraggiarli o scoraggiarli, ma di sapere cosa farne quando si presentano. L’esperienza dei santi mostra che un vivo sentimento «umano» cadendo su una persona unita a Dio (caso di Francesco di Sales che incontra Giovanna di Chantal), lungi dal creare un turbamento, diviene una nuova forza per quest'unione con Dio:
Ho riconosciuto chiaramente, tramite le parole e le azioni di questo beato, che il suo amore verso Dio aveva una suprema autorità e reggenza su tutte le sue passioni e affezioni… Parlando, una volta, ad una persona che amava come se stesso [si tratta in realtà di Giovanna stessa], di questo supremo amore che portava a Dio, le disse: «Se Dio mi comandasse di sacrificarvi, come fece con Abramo e suo figlio Isacco, io lo farei». Tramite la sua azione testimoniava che avrebbe fatto questo sacrificio con coraggio e amore non pari alla volontà di Dio.
Deposizione di S. Jeanne de Chantal per la canonizzazione di s. Francesco di Sales
Parlando di questa esclusività di Dio nella sua vita, Francesco di Sales ci dice bene che essa non ci domanda di distruggere i nostri sentimenti per i nostri fratelli…
Io penso che al mondo non ci sia anima che ami più cordialmente, più teneramente, e per dirla tutta in buona fede, più amorosamente di me; perché a Dio è piaciuto di fare il mio cuore così.
Lettera a Jeanne del 1620 o 1621
… ma di investirli nell’amore di Colui che ce li dona:
Per amare Dio con un amore di elezione, bisogna avere la volontà determinata di non conservare e non riservare nessun altro amore che non gli sia soggetto e sottomesso, rimanendo pronti a bandire dal nostro spirito non soltanto tutto ciò che sarà contrario, ma tutto ciò che non servirà a conservare e ad aumentare questo divino amore, che è il solo degno del nome di dilezione.
Sermone del 30 settembre 1618
Constatiamo, prima di tutto, che i nostri sentimenti non dipendono da noi; e quello che non dipende da noi, dipende da Dio. Allora, non occorre colpevolizzarsi di provare tenerezza nei confronti dello sposo, di una sorella o di un figlio, così come di suscitarne: «Il Signore mi ha fatto la grazia di essere trovata gradevole ovunque sono stata, così che ero amata da tutti», confessa ingenuamente Teresa d’Avila (Autobiografia, cap. 2).
Osserviamo inoltre, che la Storia abbonda di grandi innamorati di Dio che non per questo non hanno conosciuto il più vivo sentimento nei confronti dei loro fratelli: pensiamo alla tenerezza di Maria dell’Incarnazione per suo figlio, o alla straordinaria amicizia tra s. Francesco di Sales e s. Giovanna di Chantal. Sarebbe stato perfino stupefacente che Dio avrebbe chiesto loro di calpestare i sentimenti che lui stesso aveva messo nei loro cuori!
Detto ciò, non bisogna confondere l’amore e il sentimento d’amore. Se il sentimento ci fa prendere coscienza dell’amore, è l’amore che compie ciò di cui il sentimento ci fa sognare, cioè l’unione con lui che ci rivela:
La compiacenza [ecco il sentimento], è il risveglio del cuore, ma l’amore ne è l’azione; la compiacenza lo fa elevare, ma l’amore lo fa camminare; il cuore spiega le sue ali con la compiacenza, ma l’amore è il suo volo. L’amore, dunque, per parlare chiaramente e distintamente, non è altro che il movimento, il flusso e l’avanzamento del cuore verso il bene.
S. François de Sales (1567-1622), Trattato dell’amore di Dio, I, cap. 7
Così i sentimenti cessano di giocare il loro ruolo quando li cerchiamo per loro stessi, invece di superarli nel dono di noi stessi a coloro che essi ci spingono ad amare:
L’anima che segue il suo appetito si rende cieca, guidando il suo intelletto che vede, con l'appetito che non vede; ciò fa sì che entrambi siano ciechi.
S. Jean de la Croix (1542-1591), La Salita del Monte Carmelo, I, 8
Per vederci chiaro,
Dobbiamo regolare i nostri giudizi su quelli di Gesù Cristo, le nostre affezioni sulle sue, convinti che è stimabile e amabile solo quello che egli stima e ama.
Jean Nicolas Grou (1731-1803), Manuale delle anime interiori, su Gesù Cristo
Come discernere tra un’affezione che porta all’amore vero, ed una che ripiega l’anima su se stessa?
Un’affezione che nasce dalla lussuria, e non da un buono spirito si riconosce così: quando si pensa a quell'affezione, invece di aumentare il pensiero e l’amore verso Dio, è il rimorso che nasce nella coscienza. Mentre se l’affezione è puramente spirituale, quando essa cresce, anche quella di Dio cresce; e più si ricorda di essa, tanto più si ricorda di quella di Dio e la si desidera. Crescendo nell’una, cresce anche l’altra… Al contrario, se quest'amore nasce dalla sensualità, i suoi effetti sono contrari: quando l’uno cresce, quello di Dio diminuisce, insieme con la sua memoria. Perché se quest'amore sensuale cresce, si vedrà subito che si raffredda quello di Dio, che si dimentica, e non si penserà più a lui mentre si penserà all’altro e un certo rimorso entrerà nella coscienza. Viceversa, se l’amore di Dio cresce nell’anima, è l’altro che si raffredderà e cadrà nell’oblio.
S. Jean de la Croix, La notte oscura, I, 4
Recitare il rosario non è forse un modo di fare orazione?
Estendiamo la vostra domanda: fino a quale punto una preghiera vocale aiuta, impedisce, o eventualmente sostituisce l’orazione? Prima di essere un esercizio metodicamente organizzato dal Rinascimento in poi, non dimentichiamo che l’orazione è fondamentalmente "una conversazione con la quale l’anima s'intrattiene amorevolmente con Dio" (s. Francesco di Sales); e tutti gli innamorati sanno che ci sono dei momenti in cui le parole sono necessarie alla loro relazione, altri in cui divengono fastidiosi, altri infine in cui non dicono più granché, ma aiutano a restare alla presenza l’uno dell’altro. Molti trovano nel rosario le parole che, fissando la loro attenzione sui misteri della fede, li mantengono alla presenza del Signore, mentre senza di ciò, il loro spirito si smarrirebbe lontano da lui:
Conosco una religiosa molto anziana - piaccia a Dio che la mia vita sia come la sua – molto santa, penitente, eccellente religiosa in tutto e che si dedica all’orazione vocale, ma per lei l’orazione mentale è impossibile; tutt'al più si può fermare un poco su qualcuna delle sue Avemaria e dei suoi Paternoster – ed è un santo esercizio. Vi sono altre persone che sono in questa situazione e, se sono umili, io non penso che siano alla fine dell’anno più a mal partito di quelle che hanno numerose consolazioni nell’orazione.
S. Teresa d’Avila (1515-1582), Cammino di perfezione, cap. 27
Ma quelli che sono chiamati ad un'orazione più contemplativa, più "mistica", sia che non potranno più dire il rosario, sia che lo diranno in modo puramente formale, questa non sarà più una preghiera:
È abbastanza comune per quelli che hanno un certo contatto con la "mistica", di essere assolutamente incapaci di trovare un qualunque senso nelle preghiere vocali. Se le leggete semplicemente senza pregare, potete capirle come qualsiasi altro libro. Ma se vi girate verso Dio, tutti i pensieri e le comprensioni cessano.
Don John Chapman (1865-1933), Lettera a Norah K. Leckey
Ma molto spesso, il passaggio dalla preghiera vocale all’orazione più contemplativa se fatto con dolcezza, il rosario per esempio, diviene come una musica di fondo che non si ascolta più, ma si sente ancora, e che basta ad orientare lo spirito verso il musicista che incanta la nostra anima:
Io conosco una religiosa che non ha potuto praticare altra orazione se non quella vocale, e mantenendosi fedele ad essa, aveva tutto; ma se non la recitava, il suo spirito si smarriva talmente che ne era torturata. Oh! Possiate tutti praticare l’orazione mentale come lei praticava quella vocale! Per recitare quei Paternoster corrispondenti al numero dei misteri nei quali Nostro Signore ha sparso il suo sangue - e qualche altra preghiera - passava due o tre ore; venne a trovarmi tutta afflitta e mi disse che non sapeva fare orazione, né poteva dedicarsi alla contemplazione, e che sapeva recitare solamente delle preghiere vocali. Era anziana all’epoca, ed aveva condotto una vita esemplare e pia. Le domandai ciò che recitava, e compresi, dalla sua risposta, che il Signore la elevava alla grazia dell’unione quando cominciava a recitare il Pater.
S. Teresa d’Avila (1515-1582), Cammino di perfezione, cap. 52
Certo che no, ma non andare dietro a ciò che è piacevole o sgradevole, regolandosi solo sulla volontà di Dio. I suoi più grandi servitori conoscono le gioie che Dio riversa talvolta nei nostri cuori, ma sanno anche che ciò è solo uno sguardo sulla Terra promessa, e finché dura questa nostra traversata nel deserto, solo la fede deve guidarci:
Il beato Francesco di Sales amava le derelizioni, gli abbandoni e le desolazioni interiori. Mi disse una volta che non faceva attenzione se era nella consolazione o nella desolazione; e quando Nostro Signore gli donava dei buoni sentimenti, li riceveva con semplicità; se non gliene dava affatto, non ci pensava…
S. Jeanne de Chantal (1572-1641), Lettera del 1623 a Don Jean de Saint-François
Questo vi sembra molto triste?
Abbiate un po’ di pazienza! Questo vuoto interiore per ora così penoso da sopportare, sarà un giorno la dimora deliziosa della vostra anima, e riconoscerete tramite la vostra esperienza che proprio in questo vuoto e nella spogliazione da tutte le cose si trova il Paradiso di questa vita.
Jean Rigoleuc (1596-1568), Lettera a una religiosa orsolina
Farai così l’esperienza di un’altra vita, tramite la risurrezione del corpo, dell’anima e dello spirito. E in quest'altra vita, le radici, il tronco, i rami, le foglie e i frutti non saranno come quelli presenti: acquisteranno ciascuno la loro essenziale stabilità.
Beato Pierre Favre (1506-1546), Memoriale, 26 marzo 1543
Attendendo,
Il migliore mezzo per aiutarsi e cooperare con Dio, è quello di rimanere contenti e tranquilli, in qualsiasi stato ci si trovi…, sentendosi l’anima manifestamente contenta, sebbene non goda di Dio.
Constantin de Barbançon (1582-1631), I Sentieri segreti …, II, cap. 11
Così che
Non si mancherà di avere una vera gioia sebbene non ci si senta nella gioia, e sebbene ci si trovi talvolta nella tribolazione e nella tristezza assai grandi quanto al sensibile.
Alexandre Piny (1640-1709), L’Abbandono alla volontà di Dio, Consigli di pietà
Riconosciamo che il rischio esiste, se il direttore e il diretto escono fuori da una relazione pastorale e sovrannaturale. Ma da una parte, il direttore coscienzioso non ha da indagare sulla vita privata del diretto più del medico o dell’avvocato, e dall’altra,il suo compito primario sarà di orientare l’anima solo verso Dio:
I direttori sono solo strumenti per dirigere le anime alla perfezione tramite la fede e la legge di Dio, secondo lo spirito che Dio dà a ciascuna.
S. Giovanni della Croce, Fiamma viva, III, 46
Se un maestro spirituale prova dispiacere quando un’anima lo lascia e l’abbandona per un' altra guida, è segno manifesto che non è distaccato e che non cerca puramente la gloria di Dio, ma piuttosto la sua reputazione.
Miguel Molinos (1628-1696), Guida spirituale, II, 8
Dato che il ruolo specifico dei direttori non è di consigliare …
Tutto il loro compito sarà di non plasmare le anime al loro modo né alla loro condizione, ma di guardare se sanno il cammino verso cui Dio le conduce; e se non lo sanno, le lascino e non le turbino.
S. Giovanni della Croce, ibidem
…ma di discernere e di insegnare, perché
Non sarà un piccolo guadagno per l’anima, di trovare una guida sperimentata, che la conforterà nelle difficoltà estreme e che le darà sicurezza nelle difficoltà continue di questo viaggio. Altrimenti, non raggiungerà il santo e prezioso monte della perfezione, a meno di una grazia straordinaria e singolare.
Miguel Molinos (1628-1696), ibidem
Il vero problema, lo abbiamo già menzionato (cfr. Semi 101/febbraio 2009), è piuttosto quello di trovare l’uomo introvabile, che riunirà tutte queste qualità. E se veramente un'invincibile crisi di fiducia dovesse nascere nel focolare domestico, occorre avere la prudenza di credere che la Provvidenza passa per un altro cammino:
È un gran bene avere una persona degna della nostra fiducia, alla quale possiamo aprire il nostro cuore; perché il nostro buon Dio permette qualche volta che ci accadano delle pene o delle consolazioni sulle quali ci sembra necessario consultare qualcuno. Tuttavia, quando la Provvidenza ci priva di questi aiuti, dobbiamo credere che è per un bene maggiore.
S. Giovanna di Chantal (1572-1641), Lettera di gennaio 1637
In famiglia o altrove, bisogna capire bene che la vita spirituale è essenzialmente non condivisibile:
Tu invece quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Matteo 6, 6
Così non c’è da stupirsi dell’incapacità degli sposi a comunicare su questo piano, e non devono soprattutto colpevolizzarsi. L’unione matrimoniale è segno di un’unione più alta, quella del battesimo, nella quale diventiamo uno con il Cristo, e che da sola esaurisce la pienezza dell’amore. È quella di cui S. Giovanni della Croce può dire:
L’amore produce una tale somiglianza nella trasformazione di coloro che si amano, che si può dire che l’uno è l’altro, e che i due sono solo uno. La ragione è che nell’unione e trasformazione d’amore, l’uno dona all’altro il possesso di sé, e ciascuno si abbandona, si dona e si scambia con l’altro. E così ciascuno vive nell’altro, l’uno è l’altro, e i due sono uno per trasformazione d’amore. La stessa cosa voleva farci capire s. Paolo quando diceva: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me».
S. Giovanni della Croce (1542-1591), Cantico spirituale 11,6
Questo delimita un giardino segreto che non servirà a nulla voler forzare:
È dello spirituale non esporre agli uomini le sue ricchezze, ma nasconderle nella sua cella e sotterrarle nella sua coscienza, in modo che sempre porta scritto sulla porta della coscienza come su quella della cella: «Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me!».
Guillaume de Saint-Thierry (1085-1148), Lettera ai Frati del Monte di Dio, § 300
In cambio, lungi da ogni gelosia, gli sposi possono essere sicuri che il loro amore reciproco non può che rinforzarsi in questa intimità di ciascuno con Cristo:
È una grande cosa l’amore, ma a condizione che risalga al suo principio, ritorni alla sua origine e si immerga nella sua sorgente ricevendone di che continuamente espandersi.
S. Bernardo (1090-1153), Sermone 83 sul Cantico
E perciò,
Bisogna che si distacchi da se stessa e si spogli l’anima degli sposi, l’anima dei fidanzati. Altrimenti non c’è amore possibile, ma un egoismo cercato nell’altro. Alla punta estrema dell’amore si trova l’amore di Dio, dono totale e reciproco dell’uno all’altro. Ma per l’uomo Dio è l’Altro, l’altro che finalmente si rivelerà, nell’amore, l’essere del nostro essere.
Yves Raguin (1912-2000), Cammini di contemplazione
In breve, gli sposi hanno tutto da guadagnare a coltivare la vita spirituale del coniuge, da Lucie-Christine (cfr. Semi n.7/2000) a Jeanne Schmitz-Rouly (cfr. Semi n. 55//2004), per restare all’epoca moderna, non si finirebbe di citare i buoni risultati «mistici» nel matrimonio, poiché la questione sta nel comprendere bene che il matrimonio, essendo un sacramento, è innanzitutto ordinato a questo dischiudersi spirituale del battezzato.
La contemplazione non è che la via semplice ed amorosa di Dio presente tramite l'aiuto della fede, lo spirito non è occupato né da pensieri né da ragionamenti, e non perde la libertà di applicarsi a ciò che gli è necessario conoscere e considerare per i bisogni della vita. Basta allora sentire Dio nella punta dello spirito e rimanere, fuori dalla conversazione e dagli impicci, nella ferma volontà di non perderlo mai, senza che sia necessario averlo così distintamente presente come quando si è nell'oratorio.
François Malaval (1627-1719), Pratica facile della contemplazione, I, II
In pratica, come regolare il nostro tempo di orazione, per fare orazione sempre? Noi lo abbiamo già visto (cfr. Semi n.105 giugno 2009), ma ricordiamo il principio:
Quando siamo fedeli a consacrare ogni giorno un tempo più o meno lungo, seguendo le nostre attitudini e i nostri doveri di stato, a intrattenerci con il nostro Padre celeste…, allora le parole di Cristo vanno moltiplicandosi, inondando l’anima di luce divina, e aprendo in lei, perché lei possa abbeverar visi sempre, delle sorgenti di vita… I momenti che, nella giornata, l’anima dedica esclusivamente all’esercizio formale dell’orazione non sono che l’intensificazione di questo stato nel quale resta abitualmente, ma dolcemente unita a Dio, per parlargli interiormente e ascoltare lei stessa la voce dall’alto.
Beato Columba Marmion (1858-1923), Il Cristo, Vita dell’anima, II, X, 4
Infine, se è vero che l’orazione intesa come un esercizio è centrale nella vita di Gesù e del cristiano, non è ciò nonostante un fine, ma solamente il primo dei mezzi per realizzare la vocazione di ogni uomo: "il fine è Dio stesso" ripete S. Tommaso per definire questa vocazione. E "Dio è amore", così che l’amore solo sarà il criterio per decidere se è il momento di dedicarci all’orazione o all’azione:
Voi sapete che la contemplazione è meglio dell’azione e della vita attiva; ma se nella vita attiva si trova più unione, essa è migliore. Se una suora stando in cucina, tenendo il tegame sul fuoco, ha più amore e carità di un'altra, il fuoco materiale non la distoglierà affatto, al contrario, la aiuterà ad essere più gradita a Dio. Capita abbastanza spesso che si è uniti a Dio nell’azione piuttosto che nella solitudine; ma infine, io dico sempre: dove c’è più amore, c’è più perfezione.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Veri Colloqui spirituali, Appendice I F
Questa domanda ne comprende parecchie, le esamineremo allora una ad una. La prima sembra considerare l’esercizio di orazione come la risposta ad un bisogno; ma se l’orazione valesse in sé, e fosse il fine stesso della nostra vita? Rispondiamo subito che l’esempio di Gesù dovrebbe illuminarci: è evidente che egli non fa mai altro che la volontà di suo Padre, e per questo non aveva bisogno di riflettere a lungo né di ritirarsi per fuggire le distrazioni; e tuttavia, gli evangelisti ce lo mostrano alla ricerca continua di solitudine: «se ne andò sulla montagna a pregare, e passò tutta la notte in orazione» (Lc 6, 12 ).
Se ciò è vero per Gesù, lo è a maggior ragione per noi. No, Dio non ci ha messi sulla terra per fare rumorosamente la sua propaganda, ma per vivere la sua intimità:
L’orazione è la perfetta felicità, la sovrana bontà e il vero paradiso della terra. Perché tramite questo divino esercizio l’anima cristiana è unita al suo Dio, che è il suo centro, il suo fine, il suo sommo bene… È lì che Dio prende le sue delizie in noi, secondo la sua parola: «Le mie delizie sono di stare con i figli dell'uomo». (Pr 8, 31)…L’orazione è l’azione e l’occupazione la più degna, la più nobile, la più elevata, la più grande e la più importante nella quale vi possiate impegnare, poiché è l’impiego e l’occupazione continua degli angeli, dei santi, della Santissima Vergine, di Gesù Cristo e della Santissima Trinità, durante tutti gli spazi dell’eternità.
S. Jean Eudes ( 1601-1680 ), La vita e il regno di Gesù, II, 11
Ahimè! Noi pensiamo che "fare" sia più utile di pregare. Mentre Gesù stesso ci ha dato l’esempio inverso:
Vi è adesso molto bene da fare negli altri vescovadi, e qui stesso, in questa città, in diversi luoghi. Dio non vuole per niente che io lo faccia, ciò non è in mio potere; non ne ho perfino la conoscenza in particolare, e non me ne devo preoccupare. Nostro Signore non ha istruito tutto l’universo, néanche tutti i giudei, né tutti gli abitanti di Nazareth; del resto non è detto niente nel Vangelo, se non che vi predicò una volta. Egli dimorava nella casa di Giuseppe come un artigiano, e si dice solo che era sottomesso a Giuseppe e a Maria, cioè obbediva loro. Questo esempio sa per noi insegnamento e consolazione, e ci liberi dalle molte preoccupazioni di cui possiamo ingombrarci sotto il pretesto dello zelo, e che ci procurerebbero inganno, portandoci fuori dai confini della volontà di Dio.
Jean Rigoleuc (1596-1658), Pii sentimenti, § XVII
Ma la parabola dei talenti non ci mostra che abbiamo il dovere di non restare con le braccia conserte, e di fare fruttare i doni di Dio?
Dio, che non merita senza dubbio di aver lasciato solo il rifiuto degli uomini e quelli che non sono buoni a nulla nel mondo, dona spesso i talenti, l’autorità, il credito, come le ricchezze, i piaceri e le comodità della vita, non per usarne, ma per fargliene il sacrificio. E chi oserà dire di essere stato un servo inutile per aver fatto soltanto ciò che ciò che Dio vuole?
Ambroise de Lombez (1708-1778), Trattato della pace interiore, IV, cap. 8, I, VI
Apparentemente, niente è così spontaneo come la preghiera:
Io faccio come i bambini che non sanno leggere, dico semplicemente al buon Dio ciò che voglio dirgli…La preghiera, è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo rivolto verso il cielo, è un grido di riconoscimento e di amore nella prova come nella gioia…
S. Teresa di Gesù Bambino (1873-1897), Storia di un’anima, XI
Ma occorre che nostro Padre prenda l’iniziativa, ci dichiari il suo amore, e «invii lo Spirito del Figlio che grida: Abbà Padre!» (Gal 4,4-7). Altrimenti la nostra preghiera porterà al nulla:
L’elemento essenziale dell’orazione è il contatto sovrannaturale dell’anima con Dio, in cui l’anima attinge questa vita divina che è la sorgente di ogni santità. Questo contatto si produce quando l’anima, elevata dalla fede e dall’amore, appoggiata a Gesù Cristo, si consegna a Dio, alla sua volontà, con un movimento dello Spirito Santo. Nessun ragionamento, nessuno sforzo puramente naturale può produrre questo contatto.
Beato Columba Marmion (1858-1923), Cristo, vita dell’anima, II, X
Ma l’esperienza dimostra che questo "movimento dello Spirito Santo" ha bisogno di essere educato. Perché? Un neonato non apprende ad amare sua madre, ma impara a parlarle, e in mancanza di ciò questo amore resterà infantile. Questa è tutta la questione relativa ai metodi di preghiera, e in generale dell’evangelizzazione: se la preghiera ci mette in relazione con Dio, è il Vangelo che ci dona le parole giuste di questa relazione filiale, e allora le permette di sbocciare. Così che quando i discepoli domandano a Gesù un metodo, lui insegna loro il Padre Nostro: tutti i metodi cristiani di preghiera esistono per dire bene il Padre Nostro, perché:
Sarebbe forse giusto che pronunciando a fior di labbra le parole del "Padre Nostro" noi non ci applicassimo a comprenderle?
S. Teresa d’Avila (1499-1569) Cammino di Perfezione, 45
A partire da ciò, ogni metodo di orazione comincia con la presa di coscienza della presenza di Dio, continua con la rappresentazione mentale di Gesù che sappiamo essere realmente presente a colui che prega, si prosegue con la meditazione di quello che ci dice, aiutandoci con la sua Parola nella Scrittura o nella Tradizione, perché si compia mettendo in pratica questa parola nel nostro comportamento. Ma quando dite che nessun metodo è adatto a voi, senza dubbio volete dire che tutto questo lavoro mentale vi annoia, e in realtà vi distrae da una relazione più semplice con Dio, da una sorta di evidenza che egli è là, che vi mostra ciò che dovete fare, e che non considerate neppure per un istante di non farlo. In altre parole, siete entrati in contemplazione. E lì:
Il segreto tra i segreti, nell’orazione è di seguire le attrazioni con semplicità di cuore … Mi ricordo molto bene che un giorno in confessione, mi diceste come facevate, e io vi dissi che andava molto bene, e che ancora bisognava apportare [all’orazione] un punto [da meditare]; se tuttavia Dio vi attirava a qualche affezione [= a questa relazione semplice] nella quale voi eravate alla sua presenza, non bisognava affatto attaccarsi a quel punto, ma seguire l’affezione; e quanto sarà più semplice e tranquilla, tanto sarà migliore, perché attacca più fortemente lo spirito al suo oggetto. Ma una volta che avete risolto ciò, non vi sollazzate affatto, nel tempo dell’orazione, a voler sapere ciò che fate e come pregate; perché la migliore preghiera o orazione, è quella che ci tiene ben orientati a Dio, non pensando affatto a noi stessi né a ciò che facciamo. Insomma, andare là semplicemente, in buona fede e senza artifizi, per essere vicino a Dio, per amarlo, per unirsi a lui. Il vero amore non ha affatto metodo.
Francesco di Sales (1567-1622), Lettera 1441
In realtà, ci saranno spesso delle alternanze tra l’orazione con metodo e l’orazione più semplice: ogni relazione d’amore alterna parole e silenzi, attività e contemplazione; bisogna lasciarsi condurre dalla grazia:
Vi prego di ben sottolineare che la pratica delle pratiche, il segreto dei segreti, la devozione delle devozioni, è di non essere attaccato a nessuna pratica o esercizio particolare di devozione, ma di avere una grande cura, in tutti i vostri esercizi e azioni, di consegnarvi allo Spirito di Gesù … affinché abbia pieno potere e libertà di agire in voi secondo i suoi desideri, di mettere in voi le disposizioni e i sentimenti di devozioni che vorrà, e di condurvi attraverso le vie che a lui piacerà.
S. Jean Eudes (1601-1680), Vita e Regno di Gesù, VI, 19
Così che
Non ho mai approvato coloro che avendo qualche metodo d’orazione particolare sia di semplice sguardo, sia di ragionamento o altro, cercano di convincere tutti a seguirlo e a lasciare quello che usano loro. Quando un’anima è in una pratica d’orazione dalla quale trae visibilmente vantaggio, non deve cambiare facilmente… Essendo Dio il vero maestro d’orazione, sta a lui donarci il metodo e il movimento … Tutto ciò che porta a Dio e alla virtù è buono e non si può disattenderlo senza temerità. Bisogna attaccarsi ad un metodo d’orazione per fissare lo spirito, ma non bisogna esserne schiavi, in modo che se qualche movimento della grazia ci porta altrove, non bisogna rigettarlo come una cosa malvagia e contraria alla nostra pratica.
Claude Martin (1619-1696), Le Vie della preghiera contemplativa, Solesmes, p.261
Non tormentatevi per i metodi; sono degli impedimenti, quando non sono un mezzo. Purché dopo la vostra orazione vi sentiate più pieni di fede, di speranza, di carità, di umiltà o di contrizione, poco importa il mezzo usato da voi per accrescere queste virtù.
Emmanuel d’Alzon (1810-1880), Lettera del 5 ottobre 1858
Supponiamo che quanto scritto sopra sia rispettato, dobbiamo consacrargli tutto il tempo libero?
Se la preghiera è la prima tra le nostre occupazioni, essa non è meno misurata dalla carità, ha finito di dirci Francesco di Sales; che non è un’occupazione , ma il fine stesso dell’uomo. Così che è essa stessa che ci guida nel determinare il tempo che dobbiamo consacrarle:
Dobbiamo ricorrere a tutti i mezzi per rimanere ferventi nella carità, e per questo la preghiera ci è molto necessaria per eccitare questo fervore. Dal momento che ci è accordata, siamo pronti a fare ciò che piacerà a Dio, e per questo meritiamo la beatitudine eterna. Per questo dobbiamo sforzarci prima di accendere nel nostro cuore l’ardore della carità. Dopo, basterà prolungare la preghiera fino a quando sarà necessario per ottenere questo fervore e alimentarlo in noi. Quando constatiamo che questo fervore acquistato si raffredda per la fatica del corpo, occorre alzarsi e cessare la preghiera, poi ci si occuperà di qualche altra opera buona.
S. Giovanni Fisher (1469-1533), Trattato sulla preghiera, III
In certe persone scrupolose, il rischio sarà quello di cercare il risultato: la preghiera più lunga sarebbe per forza la migliore. Ora:
Se lasciamo spegnersi questo fervore in noi completamente, non solamente non raggiungeremo lo scopo della preghiera, ma daremo spazio ancora a dei sentimenti contrari…ciò non accadrà, se non cesseremo di pregare prima che questo fervore sia completamente sparito.
…Colui che prega dovrà dunque vegliare accuratamente perché questo fervore, una volta acceso, non si spenga subito, ma fino a che potrà aumentarla o mantenerla, dovrà prolungare la sua preghiera, a meno che la fatica corporale o qualche necessità non lo impedisca… Perché così per tutto il tempo che durerà questo fervore, e finchè niente si opporrà sia per la gloria di Dio, sia per obbligo personale, sia per un servizio al prossimo, io credo che valga la pena restare in preghiera.
Idem
Aggiungiamo che la questione del tempo di orazione deve essere ricollocata nella questione più ampia dell’insieme delle pratiche spirituali: la lettura spirituale specificatamente, i cui confini con l’orazione non sono precisi. Ne tratteremo un’altra volta.
«Pregate incessantemente» ci dice S. Paolo (ITess 5,17 ), ripreso da tutti i maestri. Non si tratta evidentemente di recitare il rosario giorno e notte, ma di guardare Dio presente allo spirito, come si tiene compagnia ad un amico senza cessare per questo di fare ciò che si deve fare:
Questa preghiera è un tendenza perpetua del cuore verso Dio, che viene dall’amore. Questo amore attira la presenza di Dio in noi, e si sperimenta spesso che questa preghiera si fa in noi senza di noi.
Jeanne-Marie Guyon (1648-1717), Discorsi cristiani e spirituali, 1,38
Ma si deduce che questa presenza continua a Dio suppone dei momenti durante i quali ci si occuperà solo di lui:
Quando siamo fedeli a consacrare ogni giorno un tempo più o meno lungo, seguendo le nostre attitudini e i nostri doveri di stato, intrattenendoci con il nostro Padre celeste…, allora le parole di Cristo si moltiplicano, inondando l ‘anima di luce divina, e aprendo in lei, perché lei possa abbeverarvisi sempre, delle sorgenti di vita.
Beato Colomba Marmion (1858-1923), Cristo, Vita dell’anima, II,X,4
E una interazione sempre più ricca si produce allora tra momenti di orazione e orazione permanente:
I momenti che, nella giornata, l’anima consacra esclusivamente all’esercizio formale dell’orazione non sono che l’intensificazione di questo stato, in cui resta abitualmente, ma dolcemente, unita a Dio, per parlargli interiormente e ascoltare lei stessa la voce dall’alto.
Idem
Allora, quanto tempo dare al giorno per “ per l’esercizio formale dell’orazione”?. È Dio che lo dice. Dove parla?
- Prima di tutto nei suoi comandamenti, reperibili per ogni uomo, interrogando la sua coscienza: E là, il primo comandamento ci dice: «Adorerai Dio solo e l’amerai più di tutto». La preghiera non è dunque una occupazione fra le altre, più o meno facoltativa: è la prima e la più necessaria tra tutte. Una vita veramente umana si organizza in funzione della preghiera, come un villaggio si costruisce intorno alla sua chiesa.
- Poi sull’esempio di Gesù: «si ritirò sulla montagna a pregare,…dopo aver pregato tutta la notte,… ritiratosi nel deserto, pregava». Se Gesù ha pregato così tanto, vuol dire che la preghiera rende l’uomo a immagine di Dio, e non un semplice rimedio per l’uomo peccatore.
- Infine nell’esigenze del nostro dovere di stato: se una madre di famiglia pretende di consacrare alla preghiera il tempo che le consacra una carmelitana, è chiaro che non farà la volontà di Dio. A proposito di una novizia che voleva più tempo per l’orazione che quello previsto per la regola, ecco ciò che risponde S. Francesco di Sales:
Sappiamo dalla storia e dall’esperienza, che numerosi religiosi e altri sono stati santi senza l’orazione mentale, ma senza l’obbedienza, nessuno… Bisogna amare l’orazione, ma occorre amarla per l’amore di Dio. Ora, chi l’ama per amore di Dio, non vuole se non quanto quello che Dio vuole donargli, e Dio non vuole donare se non quanto quello che l’obbedienza permette…
Lettera alla Madre
Francesco di Sales chiede a Filotea di cercare un direttore spirituale, non di trovarne uno. Tanto più che ci avverte della difficoltà della scelta: «Sceglietene uno tra mille, dice Giovanni d’Avila; e io vi dico tra diecimila! Perché se ne trovano meno di quanto si possa dire, capaci di questo compito» (Introduzione alla vita devota). In ogni caso, poiché Dio non ci domanda niente di impossibile, cosa vuol dire, in effetti, questo “rimanere a secco” di direttore?
Prima di ogni cosa, individuiamo bene il ruolo del direttore:
Quando Dio concede a un’anima i primi favori sovrannaturali, lei non li comprende e non sa come comportarsi… soffrirà terribilmente, a meno che non trovi un maestro che capisca il suo stato. È una grande felicità per questa anima vedere la pittura fedele di ciò che essa prova; riconosce la via dove Dio la pone e vi cammina con sicurezza. Dico di più: per fare dei progressi nei vari stati di orazione, è un immenso vantaggio conoscere la condotta da tenere in ciascuno di esso. A me, a mancanza di questa conoscenza mi ha fatto ho molto soffrire e perdere molto tempo. Così provo una grande compassione per quelle anime, che arrivate a questo grado, si trovano sole.
S. Teresa d’Avila ( 1515-1582), Libro della sua vita, cap. 14
Dio non aspetta dunque il nostro direttore per donarci le sue grazie, ma perché le comprendiamo, e comprendendole, “camminiamo con sicurezza”. L’assenza di un direttore ci espone a tentennamenti, a inquietudine, in breve, a “soffrire terribilmente”, ma ci obbliga così a cercare una nuova strada, confidando in modo ancora più radicale in Dio. Questo è quello che ha vissuto S. Teresa d’Avila, e i più grandi direttori sono stati dei diretti delusi.
In queste circostanze si sperimenta una grande povertà, perché si perde esteriormente e in apparenza un grande aiuto spirituale. Dico esteriormente; perché per la conduzione interiore, se un’anima religiosa sa conoscersi, ammetterà per sua propria esperienza, purché sia fedele alla grazia e ai dolci e frequenti rimproveri di Nostro Signore, che può fare a meno di molti aiuti, e non sono le creature che danno il vigore interiore. È vero che esse [ le creature, e particolarmente il direttore] sostengono qualche volta i sensi per qualche pace che se ne riceve; ma questa pace non è della stessa qualità di quella che Dio dona nel profondo dell’anima. Quella passa presto per l’assenza della creatura che la causa; mentre questa che viene da Dio rimane saldamente nell’anima come Dio stesso. Questo non significa che talvolta non ci sia necessità di cercare aiuto presso persone sagge e illuminate, e in questi incontri Dio vuole che si cerchi, e che si trovi per mezzo di una creatura.
Beata Maria dell’Incarnazione (1599-1672), Lettera 95
In altri termini, l’ideale sarebbe di potere fare a meno del direttore: né Gesù Cristo, né la Santa Vergine ne hanno avuto bisogno. Senza negare che Dio vuole che cerchiamo “ aiuto presso persone sagge e illuminate” quando ne sentiamo la necessità, Maria ci mette in guardia dal rischio di aspettarci una consolazione troppo umana dalla direzione spirituale. In breve, cerchiamo un direttore spirituale se pensiamo di averne bisogno, ma confidiamo in Dio se non permette che lo troviamo:
Riconosco che una guida visibile è una grazia di Dio e un gran sostegno, come occorre che sia. Ma quando la Divina Provvidenza non lo dona o ce lo toglie, se si sa dire allora con tutto il cuore: «Mio Dio, io non ho che voi!», quello che si otterrà da ciò vale molto più di quanto si può avere tramite la via dei direttori; vi assicuro che spesso Dio ci toglie tutto l’appoggio esteriore per avere, solo, tutta la nostra fiducia. Oh! Se sapessimo donarci a lui interamente senza dividerne un solo briciolo con chiunque altro, ci troveremmo bene ricompensati del fatto di mancare dell’aiuto delle creature!
Jean-Pierre de Caussade (1675-1751), Lettera 10
In ciò, non c’è dubbio che lo Spirito Santo e tutta la Trinità, saranno sempre una guida e un maestro fedele, poiché ciascuna delle tre persone divine adempie il proprio compito e le proprie azioni per una conduzione giusta, sicura, eccellente e perfetta di queste anime, se avranno il coraggio di intraprendere questo cammino con fiducia, appoggiandosi completamente e perfettamente sul loro amore infinito. Ma questo vale nel caso in cui non si riesce a trovare una persona alla quale convenientemente rivolgersi; in questo caso io dico che la guida amorosa di Dio è infinitamente perfetta, al di sopra di tutto quello che si può comprendere ed esporre.
Jean- di Saint-Samson (1571-1636), Esercizio dell’Amore semplice
In conclusione, non ci mettiamo deliberatamente in questa situazione, ma non pensiamo che Dio ci dimentichi quando ce lo impone:
è una grande cosa avere una persona degna della nostra fiducia, alla quale possiamo aprire il nostro cuore; il nostro buon Dio, infatti, permette talvolta che ci arrivi una qualche pena o delle consolazioni per le quali sembra necessario consultarsi. Tuttavia, quando la Provvidenza ci priva di questo aiuto, dobbiamo credere che ciò è per un bene maggiore, e l’amorosa sottomissione alla sua santa volontà, nelle sofferenze interiori, ci è più utile per una più intima unione, della consolazione di alleviarci dicendo il nostro male…Certamente, per chi potrà mantenere il suo spirito in questo sguardo unico rivolto a Dio, aspettando in pace il suo aiuto, io credo che ciò gli basterà; ma spetta alla bontà divina comunicare questa grazia quando le piace.
Santa Giovanna di Chantal (1572-1641), Lettera di gennaio 1637
Il Buon Dio non viene a ricompensarci, ma a salvarci. La santità non è per quelli che possono far a meno di Lui, ma per quelli che non possono fare a meno di Lui!
L’opera di Dio non si compie in noi se non ci espropriamo di noi stessi, a forza di togliere ogni risorsa di fiducia e compiacenza all’amor proprio. Vorreste sentirvi buona, retta, forte e incapace di ogni male? Se vi trovaste così, sareste tanto più malvagia di quanto vi credereste certa di essere buona! Occorre vedersi povera, sentirsi corrotta e ingiusta, non trovare in sé che miseria, provarne orrore, disperazione di sé, non sperare più che in Dio, e sopportarsi con umile pazienza senza adularsi.
Fénelon (1651-1715), Lettera CXCII
Quindi,
Se tu dunque quando cadi, t’inquieti, ti rattristi e ti senti chiamare a un certo che di disperazione di poter andare più innanzi e di far bene, è segno certo che tu confidavi in te e non in Dio. E se molta sarà la tristezza e la disperazione, molto tu confidavi in te e poco in Dio; infatti colui che in gran parte diffida di se stesso e confida in Dio, quando cade non si meraviglia, non si rattrista, né si rammarica conoscendo che ciò gli capita per sua debolezza e poca confidenza in Dio. Anzi più diffida di sé, assai più umilmente confida in Dio; e avendo in odio sopra ogni cosa il difetto e le passioni disordinate, causa della caduta, con un dolore grande, quieto e pacifico per l’offesa di Dio, segue poi l’impresa e perseguita i suoi nemici fino alla morte con maggiore animo e risoluzione.
Lorenzo Scupoli ( 1530-1610), Il Combattimento spirituale IV
L’errore è sempre di volere essere santo prima, per potere pregare dopo; prendiamo piuttosto spunto dagli sbagli per meglio fare orazione:
Io non mi stupisco per niente del fatto che Dio permette che voi facciate degli sbagli, pure nel tempo del fervore e del raccoglimento, dove vorreste farne meno. La Provvidenza che permette questi sbagli è una grazia che Dio vi fa in quel momento perché Dio permette questi sbagli solo per farvi sentire la vostra impotenza nel correggervi da voi stessi. Cosa c’è di più conveniente alla grazia se non disingannarvi su voi stessi, e ridurvi a ricorrere senza posa in tutta umiltà a Dio? Approfittate dei vostri sbagli, abbassandovi ai vostri occhi vi serviranno più di quanto facciano le vostre buone azioni consolandovi. Gli sbagli sono sempre sbagli, ma mettono in uno stato di confusione e di ritorno a Dio che ci fa un gran bene.
Fénelon, Lettera CXCIII
La questione non è esattamente di sapere a quale orazione si è chiamati, ma di vivere il comandamento che riassume ogni vita cristiana: «Amerai Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutto il tuo spirito». Alcuni vivono ciò senza molto riflettervi, nell’esecuzione quasi automatica del loro dovere di stato; altri non potranno vivere lo stesso comandamento se non in una coscienza intensa della presenza di Dio, che li obbliga a fermarsi, talvolta per lungo tempo, a raccogliersi, a cercare colui che, ben presto, sarà individuato come il “Diletto” e a coltivare con lui una relazione sempre più straripante. Aldilà di una certa intensità, questi ultimi dovranno anche organizzare la loro vita in modo tale che tutto vi sia ordinato a questa relazione, e per questo essi entreranno in monastero o in altra forma di vita detta “consacrata”. Ma tutti avranno in comune il comandamento dell’amore, e nella loro volontà di esservi fedele si rivelerà poco a poco il grado di contemplazione legato alla loro vocazione, con il procedere “dell’attrazione della grazia di Dio su di loro”:
È certo che nella guida delle anime si deve considerare continuamente, l’attrazione della grazia di Dio su di loro, e un direttore che non cerca questo non farà mai grandi cose per la loro santificazione. Occorre non solamente vedere questa attrattiva e questa impronta della grazia, ma ancora la sua guida, il suo svolgimento, la sua influenza in tutte le azioni dell’anima, lo stato e la maniera di essere in cui la pone.
François Libermann (1802-1852) , Lettera del 15 dicembre 1839
Il resto è solo affare di fedeltà da parte dell’anima, poiché il ruolo del suo direttore non è di indovinare la sua vocazione, ma di mantenerla sulla strada del Vangelo:
Il direttore una volta visto e distinto che Dio agisce nell’anima, non ha altra funzione se non quella di guidarla affinché segua la grazia e vi sia fedele. Egli dovrà per questo mantenerla nel suo stato e aiutarla a togliere tutti i difetti e gli altri ostacoli che impediscono alla grazia di svilupparsi e di santificarla pienamente.
Idem
Così l’anima troverà lei stessa il suo equilibrio spirituale, tanto nella pratica dell’orazione che nel resto della sua vita. Viceversa,
Un direttore deve guardarsi dal volere condurre un’anima; spetta a Dio condurla, e al direttore di fare sì che ella non si opponga a questa guida. Mai deve voler ispirare ad un’anima i propri gusti e le proprie attrattive, né condurla secondo il suo modo di agire o il suo modo di vedere le cose.
Idem
Per quelli la cui orazione è chiaramente contemplativa, questo fenomeno ha una spiegazione psicologica molto semplice:
Queste anime sono così capaci di riflettere su un soggetto, di elaborare un’omelia, ma sentono che queste considerazioni non sono la preghiera. Vogliono unirsi a Dio, non ragionare su quello che egli ha fatto per loro o di ciò che esse devono fare per lui. Questo possono farlo in qualsiasi momento nell’arco della giornata. Possono esaminarsi e prendere delle buone risoluzioni, possono pensare ai misteri della vita e della morte di Cristo, alle parole della Santa Scrittura, al cielo o all’inferno, ma quando vogliono pregare, tutto questo svanisce: esse sentono che se pensano, si mettono esse stesse fuori della preghiera; non desiderano dei pensieri su Dio, ma Dio stesso.
John Chapman (1865-1933), La Preghiera contemplativa
Quale sarà il rimedio?
Lasciate venire gli atti. Non forzateli. Essi non devono essere ferventi, eccitati, ansiosi, ma calmi, semplici, senza significato, insensibili. Altrimenti, ci sarà il pericolo che la nostra natura sensibile e la nostra emozione si mescolino alla preghiera. Non deve esserci alcun sentimento. Non dobbiamo sapere quel che vogliamo dire… «Siamo riconoscenti se non restiamo più di venti anni così» (Teresa d’Avila)
Idem, 4
Supponiamo che oltre ai vostri buoni propositi, cerchiate sinceramente di essere attenti a Dio presente nella vostra orazione, e che per questo scegliate un momento, un luogo, una posizione che favoriscano questa attenzione; supponiamo ancora che abbiate scelto un testo per nutrire la vostra meditazione, ma che malgrado alcuni piccoli sforzi, questo testo vi disturbi più di quanto vi aiuti ad essere attenti a Dio. In questo caso, scommetto che le vostre «fantasticherie» portano su questo Dio che non sentite, certamente, ma che desiderate, così che vi riconoscerete nel segno che Giovanni della Croce ci dà per verificare l’autenticità della contemplazione:
Il segno più certo è se l’anima gusta di essere sola in un’amorosa attenzione a Dio, senza considerazione particolare, in pace interiore, quieta e rilassata, senza atto né esercizi delle potenze (memoria, intelletto e volontà) per lo meno senza quello discorsivo, il che consiste nel non passare da una cosa all’altra, ma nel rimanere solamente nell’attenzione e conoscenza generale amorosa di cui ho parlato, senza intelligenza particolare e senza comprendere ciò su cui porta.
Giovanni della Croce (1542-1591), La Salita del Carmelo, II,13
Ciò può sembrare vago, soprattutto al di fuori dei momenti dedicati all’orazione vera e propria, perché
È vero, in questo stato Dio non sempre è l’oggetto distinto dei nostri pensieri, ma è il principio di vita che regola le nostre occupazioni. È una certa astrazione durante la quale si è tentati di credere che non si pensa a niente; perché da una parte, non si è occupati dalle cose visibili, e dall’altra, si ha di Dio solo un’idea così generale, una nozione così semplice e oscura che si perde nello spirito, o piuttosto che lo spirito vi si perde e sembra svanire e sfuggire a se stesso. In questo stato, si fa in pace, senza premura e senza inquietudine, tutto ciò che si deve fare, perché lo Spirito di Dio lo suggerisce dolcemente.
Jean Pierre de Caussade (1675-1751), Lettera 88
Questa dolcezza è così impalpabile che ci si potrebbe domandare se si è allora realmente uniti a Dio. Come verificarlo? Colui che, in questo stato, comincerebbe ad allontanarsi da lui, sarebbe richiamato subito all’ordine! Perché
Questo divino Spirito, geloso di essere l’unica guida dell’anima che ha condotto a questo stato, ferma e sospende la nostra azione, appena l’attività dell’amor proprio comincia a mischiarvisi; e allora non c’è che lasciare cadere questa attività, per rimettersi e rientrare nel raccoglimento passivo. Questo raccoglimento, lo vedete, non è altro che il frutto e l’estensione dell’orazione di quiete e di silenzio, che consiste nel tacere interiormente, nel lasciar cadere ogni pensiero, piuttosto che combattere quelli che vengono o cercare quelli che non vengono.
Idem
Infine, per non scivolare verso la pura e semplice siesta nel tempo di orazione quando questa tende a un semplice riposo dell’anima in Dio, vigiliamo un minimo sulla disciplina in questo campo: teniamo sempre pronto un testo da meditare, anche se non ci servirà; prevediamo degli orari e dei luoghi per la preghiera, insomma, non favoriamo la pigrizia sotto il pretesto che assomiglia alla quiete spirituale. Al tramonto di una vita, oh quanto contemplativa, una Maria dell’Incarnazione (1599-1672) restava fedele a queste buone abitudini come al primo giorno del suo noviziato, anche se apparentemente questo non le serviva più a niente:
Quanto a quello che voi mi domandate riguardo al mio stato presente, io vi dirò che per quanto io possa prendere qualche tema di orazione, sebbene lo avessi letto o inteso leggere con tutta l’attenzione possibile, io lo dimentico. Non è che all’inizio della mia orazione, io non consideri il mistero, perché sono nell’impossibilità di meditare, ma mi trovo in un momento e senza farvi riflessione nel profondo del mio essere dove la mia anima contempla Dio.
A suo figlio, 25 settembre 1670
Facciamo, allora, come lei, per il resto non preoccupiamoci più delle nostre “fantasticherie”
Proprio perché non sei più un bambino, spiritualmente parlando, Occorre sapere che, poiché l’anima si volge con determinazione verso Dio per servirlo, di solito Dio si mette a nutrirla spiritualmente e ad accarezzarla come una madre piena di amore fa con il suo tenero piccolo: lo riscalda al calore del suo seno, e lo nutre con latte gustoso e con alimenti delicati e dolci. Ma via via che questo piccolo cresce, la madre comincia a negargli le carezze e, nascondendo la tenerezza del suo amore, mette dell’aloe amaro sul suo dolce petto, e lo allontana dalle sue braccia per farlo camminare sulle sue gambe, affinché perdendo le caratteristiche di bambino, egli si occupi di cose più grandi e sostanziali. S. Giovanni della Croce (1542-1591), Notte oscura, I, 1 Allora, invece di desolarti, rallegrati di crescere, perché è così che il Nostro Signore tratta i suoi amici: Noto che Nostro Signore dice: «Chi vuole venire dietro a me, prenda la sua croce, e mi segua». E non dice affatto: «che sia elevato in orazione»; ma «che prenda la sua croce»…La vita crocifissa è come il fine della vita mistica, che serve con le sue luci e le sue dolcezze solo a fortificare l’anima per portare la croce. Rallegriamoci di vedere nell’orazione il nostro povero spirito tra le spine della secchezza, della freddezza e della vigliaccheria piuttosto che fra le rose di un fervore o dolcezza sensibile. Jean de Bernières-Louvigny (1602-1659), Il Cristiano interiore, II, 16 Questa aridità ti pesa particolarmente durante il rendimento di grazie dopo la comunione? Ho notato che molti non fanno nessuna differenza tra Dio e il sentimento di Dio, tra la fede e il sentimento della fede, ciò è una grande mancanza… S. Francesco di Sales (1567-1622), Veri Intrattenimenti spirituali, IX, Sulla Modestia Chi può dire ciò che Nostro Signore opera tramite la comunione in un’anima pura? Solo Dio lo sa. La stessa anima nella quale queste meraviglie si operano, non le conosce. Un’anima ben disposta nella comunione riceve un favore incomparabilmene più grande di tutte le visioni e le rivelazioni che tutti i santi insieme abbiano mai avuto. Louis Lallemant (1588-1635), Dottrina Spirituale, VI, II, II, 3 Bisogna tentare di porre rimedio a questo fastidio tramite un testo? No, perché se il testo ti aiuta nei primi tempi a pregare, esso interromperebbe la tua preghiera; nel tuo stato, Il tempo della preghiera trascorre nell’atto di desiderare Dio. È uno stato stupido; somiglia alla più completa perdita di tempo…La parola di Dio sembra non voler dire nulla. Se proviamo questa situazione curiosa e paradossale, cominciamo ad avanzare sulla buona via, dobbiamo fare attenzione a non cercare di pensare a ciò che Dio è, a ciò che ha fatto per noi, etc., o a ciò che noi siamo davanti a lui, etc. perché questo ci distoglie dalla preghiera e distrugge l’opera di Dio. John Chapman (1865-1933), La preghiera contemplativa
Avete notato che sono i santi a parlare del peccato, mai i peccatori? In effetti, il peccatore non si cura di esserlo! Allora, senza dubbio non sei impeccabile, però non è il peccato che aumenta nella tua vita, ma bensì la coscienza che ne hai, e questo perché la luce di Dio entra sempre più nella tua anima:
Su ciò devo dirvi che noto in voi una grande grazia sulla quale voi non riflettete: mi sembrate pienamente compenetrata dalle vostre miserie, debolezze, difetti e imperfezioni. Ebbene, ciò accade solo nella misura in cui Dio si avvicina a noi e noi viviamo e camminiamo nella sua luce che, senza nessuna riflessione da parte nostra, ci fa vedere e sentire, conoscere e scorgere dentro di noi un abisso di miseria e di corruzione. Ecco uno dei più grandi segni di progresso nelle vie di Dio e dell’interiorità. A ciò voi avete mai pensato per renderne grazie! Non resta più al momento presente che cercare di vivere in pace, in conformità alla divina volontà nel mezzo di questa voragine di miseria e di debolezza.
Jean –Pierre de Caussade (1675-1751), Lettera 57
Quanto alla vostra tentazione di lasciare perdere tutto, essa indica chiaramente che l’urgenza è di non lasciare perdere! Non dimentichiamo mai che
Coloro che hanno cominciato a esercitarsi nell’orazione non devono mai perdere coraggio con il pretesto che se ricadessero nel peccato, non potrebbero continuarla senza divenire ancora peggiori…La trappola che il demonio mi tese facendomi credere che essendo così malvagia come ero, io non potevo senza temerità continuare a fare orazione, fu la causa per cui la lasciai pere diciotto mesi, o almeno per un anno, non mi ricordo più bene il tempo, e questo solo mi sarebbe bastato per precipitarmi nell’inferno senza che i demoni se ne immischiassero. Quale cecità può essere più grande? E questo nemico mortale degli uomini sa bene ciò che fa, quando si ingegna a spingerci così nel precipizio! Non ignora, il traditore, che un’anima che continua nell’orazione è perduta per lui, e che gli errori nei quali la fa cadere, invece di danneggiarla, le servono con l’aiuto di Dio, ad avanzare nel suo servizio.
S. Teresa d’Avila (1515-1582), Autobiografia XIV (trad. Arnaud d’Andilly)
Prima ipotesi: sei smarrito in una vocazione che non è la tua, e che prevede una dose di orazione superiore a quella che Dio ha stabilito per te. Qui la domanda è quella di una direzione spirituale competente: cosa che non affronteremo oggi, sottolineando solamente che:
Nessuno può né deve intromettersi nell’orazione di raccoglimento, se non si è chiamati; così come non si può meritare questa grazia per le proprie buone opere, né giungervi con tutti i propri sforzi.
Jean-Pierre de Caussade (1675-1751), Lettera 66
Seconda ipotesi, molto più probabile: hai una vita di orazione complessivamente fedele e da un certo tempo, ma ecco che il fervore degli inizi è sparito, e il tentatore non perde l’occasione di suggerirti che hai meglio da fare. Allora:
- Fare orazione, in fondo, è donare del tempo a Dio, e nient’altro. Certo, occorre occuparsi durante l’orazione, cioè parlare a colui che amiamo, pensare a lui, etc. Ma la tua domanda mostra che già questo non funziona più molto. Perfetto:
Voi non fate niente, mi dite, nell’orazione. Ma che vorreste fare, se non ciò che fate, cioè presentare e ripresentare a Dio il vostro nulla e la vostra miseria? La più bella arringa che ci possono fare i mendicanti è quella di esporre alla nostra vista le loro ulcere e necessità. Qualche volta non fate niente,come mi dite, ma restate lì come un fantasma e una statua. Ebbene, ciò non è poco! Nei palazzi dei principi e dei re, si mettono delle statue che servono soltanto a ricreare la vista del principe: contentatevi allora di servire a ciò alla presenza di Dio; egli animerà questa statua, quando gli piacerà.
S. Francesco di Sales (1567-1622), Lettera alla Presidente Brûlart, marzo 1605
- Il rimprovero di inutilità regolarmente fatto alla vita contemplativa, dimentica che ciò che si può fare per rendere gioiosi i fratelli, è di amarli. Certo, l’amore si traduce nei gesti, ma i gesti senza amore non fanno che smuovere i problemi senza risolverli:
Il valore delle opere buone, che siano digiuni, elemosine, penitenze, preghiere o altro, non si fonda tanto sulla loro quantità e qualità, quanto sull’amore verso Dio che vi si mette. Pertanto, la loro qualità è tanto più grande se sono fatte con un amore per Dio più puro e più completo e se si cerca meno il piacere, il godimento, la consolazione e la lode.
S. Giovanni della Croce (1542-1591), La salita del Carmelo, III, 27
È proprio non fare nulla, fare soltanto quello che Dio si è proposto, donandoci l’essere: ovvero contemplarlo, adorarlo, amarlo. ... Fare altro, se non si riferisce allo stesso fine, se Dio non è il principio e la fine, se noi non lo facciamo in una dipendenza continua dalla sua divina volontà, che ci chiede sempre più il cuore che la mano e il riposo dell’anima piuttosto che la sua attività, cos’è, se non distogliersi dal proprio fine, perdere il proprio tempo e richiedere il nulla da cui Dio ci ha tratti?
Ambroise de Lombez (1708-1778), Trattato sulla pace interiore, IV, cap. 8
- La contemplazione non fa niente, ma è lei che dà senso a tutto ciò che noi facciamo; così la capacità di una società di rendere gioiosi i suoi membri è misurata dal posto che è dato alla contemplazione e ai contemplativi:
I buoni contemplativi sono come gli occhi di un corpo che illuminano e guidano tutte le azioni fatte dalle altre membra. È se gli occhi non lavorano come le mani o i piedi, si può dire pertanto che essi non servono a niente, se non a loro stessi?
Chi giudicherebbe bene quale è l’eccellenza dell’anima e dei beni spirituali verso il corpo e i beni temporali, vedrebbe chiaramente che l’orazione devota di un contemplativo è più utile a tutta la Chiesa, di quanto non lo siano centinaia di quelli che conducono una vita attiva per soddisfare le necessità corporee.
Jean Gerson (1363-1428), La Montagna della Contemplazione, XXVII
- È nei momenti in cui proviamo di più la nostra impotenza, che si fanno più progressi spirituali, se la nostra buona volontà resta integra, cioè nella pura disponibilità a ciò che Dio vorrà. In effetti, accettare questa impotenza davanti a Dio, è avanzare nella fede, in modo semplice, e la sola fede ci permette di accogliere la vita eterna:
Dio stesso guida le anime per due specie di vie. Alcune per mezzo di illuminazioni, consolazioni, sentimenti di devozione. E questa via è la più pericolosa, perché dà l’occasione all’amor proprio di nutrirsi di queste forme di grazia, per il gusto che vi si prende e per la buona stima che si ha di se stessi.
Altre sono condotte per mezzo della ragione e della fede, sostenute dagli aiuti ordinari delle grazie attuali, ma senza consolazioni sensibili, se non molto rare. Questa via è la più sicura, e conduce più direttamente alla perfezione, perché si cammina più nella povertà spirituale e nell’umiltà.
Louis Lallemant (1588-1635), Dottrina Spirituale, 5° principio, cap. IV, art. 2
Allora, se ti trovi nella situazione in cui il Buon Dio si fa un po’ troppo attendere:
Udite bene, l’orazione non è
Che unione del cuore al Creatore,
Credendo, amando ciò che non vedete …
Per tutto il tempo che avete il cuore
Così unito a lui, la vostra orazione
Gli piace, vedendo la vostra Fede e il vostro fervore.
Marguerite de Navarre (1492-1549), Dialogo, v.874 ss

