Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Scuola di orazione

Questa frase è tratta da una lettera di un assiduo lettore di Semi al quale il nº 124 (Sulla mortificazione…) è sembrato “strano, e per meglio dire, infelice”, poiché non è prioritario denunciare “il pericolo di una penitenza un po’ forzata, senza gioia né vera motivazione spirituale”. Da qui lo scrupolo dell’autore di Semi: a forza di predicare la dolcezza salesiana, ciò non spingerebbe le anime alla mollezza?

Chi ha fatto l’obiezione ha una certa autorità in materia, quindi è opportuno soffermarci un po’ di più, in tutta cordialità. Senza dubbio siamo entrambi vittime di una identificazione troppo rapida tra penitenza e mortificazione: lui perché Libermann (autore del testo) non impiega una sola volta la parola “penitenza” in quella lettera, io perché adopero questa parola nel commento, mentre l’insieme del testo tratta di mortificazione “afflittiva” (questa la parola usata da Libermann), che giustamente, sarebbe disgiunta da un’autentica penitenza in nome di una falsa idea di merito:

Non amo affatto di voler sempre guardare al merito, perché le Figlie di Santa Maria (le religiose della Visitazione) non devono fare le loro attività se non per la più grande gloria di Dio. Se potessimo servire Dio senza meritare, cosa che non si può, dovremmo desiderarlo.
San François di Sales, Veri colloqui spirituali

Infatti, se la penitenza è costitutiva di tutta la vita cristiana, la mortificazione è soltanto una delle vie della penitenza, la quale è in primo luogo una conversione amorosa:
É l’amore che dona la perfezione e il valore alle nostre azioni, ci dice ancora Francesco di Sales; non lo si ripeterà mai troppo. Ebbene l’amore viene da Dio solo, è sovrannaturale o non è:
quello che è, infatti, naturale in materia di mortificazioni di surrogazione, non serve a niente di buono, e può perfino fare male. É la grazia che deve ispirarci queste mortificazioni, e allora esse sono eccellenti e utili, riferisce il testo in questione.

Molto giustamente il lettore usa la felice espressione di “penitenza amorosa”: solo quest’ amore misura il valore delle nostre pratiche di mortificazione, quali che siano. E così, sarà meglio riportare il seguito della Lettera di Libermann sulle “mortificazioni privative”, quelle che consistono meno nel “fare” e più nel “lasciar fare”, e soprattutto a “lasciarci fare” per amore di Dio:

La mortificazione privativa o di privazione consiste nel sottometterci con tutto il cuore a tutte le pene e privazioni che la divina Provvidenza ci manda, sia direttamente, sia tramite gli uomini con i quali noi siamo in relazione …

Ma al di là di quelle azioni che non possiamo evitare, la “mortificazione privativa” consiste anche nel fissare lo sguardo sul beneplacito di Dio, unicamente perché è il suo beneplacito e noi lo amiamo:

… essa consiste ancora in quella mortificazione interiore, tramite cui la nostra anima si priva di ogni godimento, o piuttosto si priva di gustare ogni godimento naturale, che proviene dalle relazioni dei sensi interiori ed esteriori con gli oggetti che sono di nostro gusto, e in più, si sottomette alla pena e alla repulsione dei nostri sensi interiori ed esteriori, causati dagli oggetti che a loro non piacciono …

Nel contesto, è chiaro che non si stratta qui di volere la privazione per la privazione, bensì la libertà di seguire Cristo senza essere frenati dalle nostre piccole preferenze. Ecco perché “la mortificazione privativa” va ancora oltre:

… essa consiste ancora nel privarsi, anche esteriormente, del superfluo, cioè di tutti gli oggetti che noi gradiamo, quando non sono necessari né utili alla situazione in cui siamo, né allo stato in cui ci troviamo.

Ecco quello su cui sono d’accordo tutti i maestri, e che farà vivere esattamente quello che Gesù ha vissuto, sola norma assoluta per il cristiano. Concretamente, come fare? Tra due soluzioni ugualmente ragionevoli (perché non c’è santità se non conforme alla ragione), l’amico di Dio sceglierà quella che gli darà una maggiore libertà rispetto a sé. Esempio: a fine pranzo, se devo scegliere tra una mela e una pera e il mio gusto desidera la pera, allora, dirà Libermann, prendi la mela! Perché tagliando corto con le mie piccole preferenze, mi rendo un po’più disponibile per Gesù. Ma si capisce che si tratta di una semplificazione, e non di una complicazione della vita del cristiano. Per questo Libermann conclude,

premesso ciò, non bisogna tanto preoccuparsi, ma camminare semplicemente nella via di Dio, avere lo spirito libero e il cuore rivolto tutto a Dio. È molto importante che voi siate in pace e che abbiate la libertà dei figli di Dio.

Allarghiamo un po’ il nostro intento. I lettori di Semi gli rimproverano più spesso il suo quietismo che il suo giansenismo. Senza riferimento alcuno al nostro lettore, ci sia permesso esprimere una convinzione: se la nostra epoca manca certamente di penitenza, è perché manca drammaticamente d’amore. Santa Maria Maddalena, di costumi poco giansenisti, nel corso degli anni fu la grande penitente, ma perché grande innamorata: secondo il Vangelo, la sua sola prova fu quella di non poter abbracciare Gesù la mattina di Pasqua, perché “niente, certo la può appagare; non potrebbe star bene con gli angeli, né con lo stesso Salvatore se non le appare nella forma in cui le aveva rapito il cuore” (san Francesco di Sales Trattato dell’Amor di Dio, V, 7) La priorità pastorale ci sembra essere quella di dichiarare questo amore di Dio, preludio di ogni conversione. Dice ancora Libermann nella stessa lettera, se:

la severità perde le anime, la dolcezza le salva; in generale, propendete per l’indulgenza nei confronti delle anime deboli, non siate rigidi. Imiterete in questo la condotta del nostro divino Maestro e farete del bene alle anime. Procedete sempre sulla via della dolcezza e dell’incoraggiamento: seguirete così la condotta di Nostro Signore e di tutti i santi. La maggior parte delle anime si perde a causa dello scoraggiamento.