Cos’è l’unione (quarta parte)

Cos’è l’unione  (Fine) (SEMI n. 242, Dicembre 2021, L’ultima ora)

Non solo l’uomo trova qui il suo pieno sviluppo, ma diviene pienamente attore della vita divina: in amore, donare e ricevere non fanno che uno poiché  il più bel regalo che possiamo fare a colui che amiamo è di lasciare che ci  ami. Questo regalo, Dio l’ha fatto amandoci per primo, ci dice sant’ Agostino commentando 1Gv 4,19:

 

Cerca da dove viene che l’uomo ama Dio: potrai spiegarlo solo dicendo, che è possibile, perché Dio l’ha amato per primo. Colui che amiamo, ha donato se stesso a noi, donandoci quello con cui l’avremmo amato.

Sant’Agostino, Sermone 34

 

Il nostro amore per Dio non è allora esattamente una risposta al suo amore, ma una reazione a questo amore, nel senso in cui Newton enuncia che colui che esercita un’ azione con una certa forza, riceve, di fatto, una reazione di forza uguale e di senso opposto. È un’unica forza, un unico amore che parte da Dio e che ritorna a Dio, secondo che lo si consideri in Dio o nell’uomo. Questo unico amore è lo Spirito Santo:

 

«L’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori tramite lo Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,5); ma lo Spirito Santo è Dio, e noi non possiamo amare Dio che tramite lo Spirito Santo, così che noi amiamo Dio tramite Dio.

Ibidem

 

Così l’unione con Dio fa dell’uomo un attore della vita divina: proprio come lo Spirito Santo proviene simultaneamente dal Padre e dal Figlio,

 

Quest’anima paga a Dio tutto quello che gli deve, donandogli lo Spirito Santo tramite un dono volontario, come qualcosa che lei possiede, affinché Egli si ami come merita.

Giovanni della Croce, Fiamma viva, III, 68

 

L’uomo realizza qui la sua vocazione a essere “figlio nel Figlio” così che

 

Quest’anima fa in Dio per Dio, quello che Dio fa in lei tramite se stesso e nello stesso modo in cui lo fa. In effetti, la volontà dei due è una e come Dio gli dà la sua, liberamente e con grazia, anche lei, avendo la sua volontà così libera e generosamente unita a Dio, dà Dio a Dio stesso in Dio. Questo è un dono vero e completo che l’anima fa a Dio.

Infatti, l’anima vede qui veramente che Dio le appartiene, che lo possiede per eredità in quanto figlia adottiva di Dio e per questo ha un diritto di proprietà, accordato per grazia da Dio stesso. Ella vede che in quanto gli appartiene, può donarlo e comunicarlo a chi vorrà. Così che lo dona al suo Diletto, che è Dio stesso che si è donato a lei.

Dio e l’anima sono così stabiliti in un amore reciproco, conforme all’unione e al reciproco dono di un matrimonio: quello che appartiene ai due e che è ciò che Dio è in se stesso; ciascuno lo possiede liberamente e i due lo possiedono insieme, in virtù del loro mutuo dono; e ciascuno dice all’altro quello che il Figlio di Dio dice al Padre in san Giovanni: «tutto quello che è mio, è tuo, e quello che è tuo è mio».

Ibidem III, 69

 

Il primissimo comandamento

 

Potremmo così intitolare questo nuovo capitolo del nostro catechismo spirituale alla scuola dei santi: “Come conoscere la volontà di Dio?”. In effetti, il quadro mentale da cui prendiamo le nostre decisioni del fare o non fare le cose è troppo spesso questo: 1) Ogni uomo può fare quello che ha voglia di fare finché non contravviene ai comandamenti di Dio. Per esempio, quando faccio la spesa al supermercato, acquisto quello che mi piace, partendo dal fatto che non ho rubato il denaro con cui pagherò alla cassa. 2) Al cristiano, è raccomandato di osservare non solo questi comandamenti, ma anche i consigli evangelici o le beatitudini: beati i poveri, i misericordiosi, etc. Per esempio, quando faccio la spesa al supermercato, riservo una piccola parte del mio denaro per farne dono alla Caritas o a qualche altro organismo cattolico per i poveri? Sarò più o meno santo secondo quanto ne avrò messo da parte per questo gesto di carità.

In questo rapido riassunto sulla vita umana e cristiana, su 100 euro di merce impilata nel mio carrello, 90 non riguardano il Buon Dio. O ancora, 90 corrispondono a un funzionamento animale: “questa cosa mi piace, la prendo”. E a parte la spesa al supermercato, il 90% delle mie decisioni professionali, educative, sociali, etc., avrà come principale preoccupazione il soddisfacimento delle mie voglie, e i più cristiani dei cristiani si stupiranno che ce ne possiamo stupire.

È evidente che il posto riconosciuto alla Chiesa secondo questa mentalità sarà assolutamente marginale e l’idea di una civilizzazione cristiana sembrerà fuor di luogo agli occhi dei cristiani stessi. Il dramma è che questo modo di vedere neutralizza spiritualmente la maggior parte dell’esistenza e non tiene conto di quello che possiamo chiamare “tutto il primissimo comandamento”, cioè la missione data da Dio ad Adamo il giorno della sua creazione, che fa delle nostre occupazioni quotidiane un terreno di santità, cioè di vita comune con Dio.

Andiamo all’ inizio del libro della Genesi, Dio dice all’uomo e alla donna: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela. Dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che vivono sulla terra» (Gn 1,28). E allo stesso modo nel secondo racconto della creazione: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo condusse nel giardino perché lo lavorasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Se non si prende alla leggera la Parola di Dio, c’è lì una ingiunzione che inquadra tutto quello che l’uomo dovrà decidere e fare su questa terra: “l’uomo è fatto per lavorare come l’uccello per volare” dedurrà Rabelais, curiosamente citato da Pio XI nella sua enciclica sul lavoro Quadragesimo anno. Siamo prima del peccato originale e bisogna capire questo invito a lavorare come anche questo dominio paradisiaco dell’universo creato, prima che la maledizione a causa del peccato commesso, non lo trasformasse in una faticosa necessità.   (Segue)

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