Cos’è l’unione? (seconda parte)

Cos’è «l’unione» (Segue) (SEMI n. 240, Ottobre 2021, L’orazione dei peccatori)

Non andremo oltre nella descrizione di questa unione a Dio, che vediamo all’orizzonte di ogni vita cristiana. Per i metafisici che si preoccupano della purezza di Maria dell’Incarnazione o di Gerlarc Peters, precisiamo con Robert di Langeac che non cerchiamo qui di sapere quelli che sono i partners di questa unione, ma di coglierla in se stessa e per se stessa:

 

L’anima e Dio – non nell’ordine dell’essere, ma nell’ordine della conoscenza e dell’amore – non fanno più che uno. Due nature in uno stesso spirito e in uno stesso amore. Questa è l’intimità profonda; la comunione perfetta, la fusione senza mescolanza e senza confusione. Siamo Lui e Lui è se stesso. Siamo tutto quello che Lui è. Abbiamo tutto quello che Lui ha.

Robert di Langeac (= Agostino Delage, 1877-1947), La vita nascosta in Dio, cap. 3

 

Siamo tutto quello che è e contemporaneamente senza mescolanza e senza confusione: questa unione obbliga a superare la filosofia alla quale siamo abituati, e che comincia con il distinguere gli esseri, creando un baratro intellettualmente insuperabile tra le persone. Non pensiamo questa unione come uno strano stato mentale, legato a qualche intemperanza mistica; al contrario, essa è sperimentata come un amoreretto e semplice, che spesso anche non si fa vedere dall’anima:

 

Poiché questa unione è molto pura, semplice e nuda, non si fa tramite un amore piacevole e soave, accompagnato da luci vivide e da teneri gusti che si effondono in tutto lo spirito e irrigano tutta l’anima e le sue potenze, ma tramite un amore retto e semplice, che spesso non si fa vedere dall’anima, la quale ama molto spesso il suo Dio quando è in questo stato di unione, senza vedere né sentire che lei ama.

L’anima ama allora con un amore fondato sulla fede nuda, fede con la quale crede che solo il suo Dio è buono, infinito, immenso, l’unico amabile, bello, tenero, perfettamente santo ed amorevole, che le è intimamente presente, l’ama teneramente, la custodisce, e che la sua dolce Provvidenza è per lei piena di premure e di cure infinite. Questa unione è più perfetta perché è più semplice, più purificata, più libera da intermediari. In questa unione l’anima si unisce a Dio cuore a cuore, senza l’intromissione di alcuna luce né dolcezza alla quale lei faccia attenzione o corra il pericolo di fermarsi.

 

Così

Questa unione non astrae affatto l’anima e non le impedisce per nulla di occuparsi nelle azioni esteriori. Di solito, anche le azioni più svariate non la distraggono affatto, se lei non vuole, da questa bella unione perché, per mantenerla, solo l’attenzione nuda e semplice dello spirito è necessaria. Essa si pratica tanto più perfettamente quanto più l’anima è povera, spoglia, afflitta, oscura e oppressa.

Séverin Rubéric (XVII sec.), Sacri esercizi sull’amore di Gesù, III, 10, 2

 

 

 

Questa unione ci riguarda quaggiù?

I maestri hanno appena detto di sì. Ma sono dei maestri e, in fondo, noi fatichiamo a credere loro, perché dopo il peccato originale, noi stentiamo a credere alla bontà di Dio. È qui che dobbiamo dare tutta la sua forza alla seconda affermazione del nostro catechismo spirituale: il cristiano non deve guadagnare la vita eterna, è già risuscitato, deve soltanto approfittarne (cfr. Semi n° 224). Quale che sia il punto della nostra crescita spirituale in cui ci troviamo, leggiamo cosa dice Séverin Rubéric sulla condizione in cui siamo messi da Gesù e che suppone, da parte nostra, solo un abbandono sempre più completo al suo amore:

 

Questo Dio pieno d’amore non si accontenta di destinarci ad un paradiso di delizie dopo questa vita, ma come se volesse anticipare questa dolce eternità, ci vuole fin da quaggiù far pregustare il cielo, e renderci in qualche modo partecipi dello stesso godimento dei beati, mettendoci in uno stato che è privo di agitazione e di inquietudine, come il loro è privo di vicissitudini e cambiamenti.

Jean-François di Reims († 1660), La vera perfezione, ed. francese, Parigi, Byon, 1646, pagg. 394s

 

Decine di autori ci direbbero lo stesso. Da dove nasce la nostra difficoltà ad accettare una cosa così semplice? Forse dal fatto che abbiamo rinunciato, una volta per tutte, ad una vera vita cristiana:

 

Potreste domandare perché tutti gli uomini buoni non arrivano a poter sentire questo. Attenzione! Vi spiegherò la causa e la ragione: non rispondono alla mozione di Dio rinunciando a loro stessi. Ecco perché non stanno alla presenza di Dio con zelo vivo, né si preoccupano di vegliare intimamente su se stessi; per questo restano sempre più esteriori e dispersi che interiori e semplici, realizzando le loro opere buone più in virtù delle loro buone maniere che, di fatto, per una sollecitazione interiore. Considerano più quello che c’è di singolare, di notevole e vario nelle opere buone, che un’intenzione e un amore che porta a Dio. Per questo essi restano esteriori e dispersi nel loro cuore e non percepiscono come Dio vive in loro nella pienezza della grazia.

Beato Giovanni Ruusbroec (1293-1381), Il piccolo libro delle delucidazioni, 5 e 8

 

 

La domanda allora diviene: cosa dipende da noi per conoscere la felicità dell’unione?

 

L’amore verso Dio non è materia di insegnamento. Perché nessuno ci ha insegnato a godere della luce, ad amare la vita, ad amare coloro che ci hanno messo al mondo o che ci hanno educato. Allo stesso modo, o piuttosto a maggior ragione, il desiderio di Dio non si apprende tramite un insegnamento venuto dall’esterno; non appena l’uomo comincia ad esistere, una sorta di seme è posto in lui, seme che possiede in se stesso il principio interno dell’amore.

San Basilio di Cesarea, La grande regola, Art. 2,1

 

Non dobbiamo quindi mettere nulla di nostro, ma semplicemente coltivare questo seme che abbiamo già ricevuto. (Segue)

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