Cos’è un atto di fede? (seconda parte)

Cos’è un atto di fede? (Segue)  (SEMI n. 232, Gennaio 2021, Orazione e contemplazione)

 

Continuiamo a meditare il testo di Francesco di Sales che ci mostra come un atto di fede si forma nell’accettare liberamente la grazia di Dio: è lui che prende l’iniziativa di invitarci a vivere in conformità alla sua volontà ma, nello stesso tempo, non ci forza assolutamente. La fiducia è qui il vero nome della fede. Così davanti alle leggi divine:

 

Ciò che è tanto mirabile quanto vero, è quando la nostra volontà segue l’attrazione e acconsente al movimento divino, lo segue liberamente, proprio come liberamente resiste, quando resiste.

 

Alcuni obietteranno qui che Dio avrebbe dovuto domandarci il nostro parere prima di significarci la sua volontà! Ma questo è confondere la vera libertà di seguire questa volontà e la falsa libertà di fare qualsiasi cosa. Non compete a chi guida l’auto di modificare il tracciato stradale, ma gli compete di seguirlo piuttosto che andare a cadere nel fossato scegliendo di guidare chissà come, cosa che, dopo tutto, è pure un possibile uso della propria libertà. In questo senso, non seguendo la volontà di Dio, andremo nel fossato di una vita che non andrà oltre il cimitero e ciò non è esattamente una punizione, ma una conseguenza che avremo liberamente scelto. Allo stesso modo occorre comprendere la sanzione del peccato: Dio solo crea la strada, uscirne non porta da nessuna parte o, meglio, conduce solo ad un vicolo cieco, che è in fin dei conti quello della morte eterna. Questo equilibrio tra due libertà, quella di Dio che offre e quella dell’uomo che accetta o rifiuta, apre lo spazio all’atto di fede, cioè all’adesione libera e cosciente alla volontà di Dio, fede che salva in quanto vuol dire accogliere la vita eterna.

San Francesco di Sales illustrerà questo accoglimento tramite un’immagine: quando dormiamo nella morte eterna (questo è l’effetto del peccato originale), spetta a Dio suonare la campana per svegliarci, ma spetta a noi di alzarci, oppure di smorzare il risveglio per continuare a dormire:

 

Quando diciamo che possiamo rifiutare l’ispirazione celeste e le attrattive divine, non s’ intende, certo, che si possa impedire a Dio di ispirarci né di spargere le sue attrattive nei nostri cuori perché, come già detto, questo si compie in noi e senza di noi, in quanto sono dei favori che Dio ci fa, ancor prima di averci pensato; egli ci sveglia quando dormiamo e di conseguenza ci ritroviamo svegli ancor prima di averci pensato; ma sta a noi alzarci o non alzarci; e sebbene ci abbia svegliato senza di noi, Dio non vuole alzarci senza di noi. Ora, se non ci alziamo e ci riaddormentiamo, questo è resistere perché siamo risvegliati per alzarci. Non possiamo impedire che l’ispirazione ci spinga e di conseguenza ci scuota, ma se man mano che ci spinge, noi la respingiamo perché non ci abbandoniamo al suo movimento, allora stiamo resistendo.

San Francesco di Sales, Trattato sull’amore di Dio, II, cap. 9 e 12

 

Concretamente, come avviene ciò? Francesco di Sales, userà un’altra immagine, quella dei rondoni: una volta caduti a terra, non possono più spiccare il volo; questa è la situazione dei figli di Adamo ed Eva, quali siamo noi. Dicendoci che siamo “nati nel peccato”, san Paolo (Rom 5, 15s) ci vede come quei piccoli uccelli caduti dal nido, che non possono riprendere il loro volo senza un forte colpo di vento, o senza che una mano caritatevole li sollevi da terra. Ma una volta sollevati da terra, bisogna però che essi battano le ali!

 

Così, il vento, avendo colpito e alzato i nostri rondoni, non li porterà molto lontano, se non estendono le loro ali e non cooperano, salendo e volando nell’aria nella quale sono stati lanciati. Altrimenti, può darsi che tentati da un’erba che vedono in basso o, appesantiti dall’esser stati troppo a terra, invece di assecondare il vento, tengono le ali piegate e si gettano di nuovo verso il basso; così essi hanno ricevuto veramente il movimento del vento, ma invano, poiché non se sono avvantaggiati. Allo stesso modo le ispirazioni divine ci prevengono e prima che vi abbiamo pensato, esse si fanno sentire; ma dopo che le abbiamo sentite, sta a noi consentirvi per assecondarle e seguire il loro fascino, o dissentire e respingerle.

Ibidem

 

Ci resta da chiarire l’attrazione che ci porta a dispiegare le ali: perché convertirci, perché preferire di alzarsi mentre potremmo continuare a dormire? Dio ha messo in noi una sorta di bussola che ci indica che la vera felicità è di vivere in comunione con lui (cfr. Semi n. 221); il peccato ci ha disorientato, ma la bussola continua ad indicare la strada. Così convertirci ci sembra preferibile, anche se questo non sempre è gradevole. Qui si vede come la grazia di Dio ci precede ovunque e ci da sempre la luce e la forza per vivere quello che ci propone, senza tuttavia mai forzare:

 

I raggi del sole illuminano riscaldando, e riscaldano illuminando. L’ispirazione è un raggio celeste che porta nei nostri cuori una luce calda, tramite la quale ci fa vedere il bene e ci riscalda nel cercarla. Tutto quello che ha vita sulla terra si intorpidisce al freddo dell’inverno; ma al ritorno del calore vitale della primavera, tutto riprende il suo movimento. Gli animali terrestri corrono più velocemente, gli uccelli volano più alto e cantano più allegramente e le piante spingono le foglie e i fiori molto piacevolmente. Senza ispirazione, le anime vivrebbero pigramente, paralizzate e in modo inutile; ma all’arrivo dei raggi divini dell’ispirazione, sentiamo un miscuglio di luce e di calore vivificante, che rischiara il nostro intelletto, risveglia e anima la nostra volontà, dandole la forza di volere e di fare il bene proprio della salvezza eterna. Dio avendo creato il corpo umano dal fango della terra, come disse a Mosè, gli inspirò il suo soffio di vita e gli fece un’anima vivente, cioè un’anima che desse vita, movimento e attività al corpo; questo stesso Dio eterno soffia e muove le ispirazioni della vita sovrannaturale nelle nostre anime affinché, come dice il grande Apostolo, diventino uno spirito vivificante, cioè uno spirito che ci faccia vivere, muovere, sentire e compiere opere di grazia; in modo che colui che  ha dato l’essere, dia a noi anche l’operare.

San Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio, II, cap. 10

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