Grazia, merito e santità

Grazia, merito e santità (SEMI n. 222, Febbraio 2020, Perché così pochi contemplativi)

Credo in un solo Dio, creatore del cielo e della terra, dell’universo visibile e invisibile: la professione di fede cristiana si poggia sulla proclamazione di un Dio che crea tutto e che fa tutto, sulla terra come in cielo, nell’ordine naturale come nell’ordine sovrannaturale; quello che si sottolinea è che le cose sono dono di Dio, fatto a noi, non esistono e non esistiamo che puramente per amore:

Siete fatti per amore, e se l’amore si fosse ritirato dentro di me, in maniera che io non amassi il vostro essere, voi non esistereste più. Ma l’amore mio vi creò, e l’amore mio vi conserva.

Santa Caterina da Siena, Dialogo 82

 

Così coronando i nostri meriti, Dio corona i suoi doni, dirà sant’ Agostino. Il nostro destino, o la nostra vocazione, sarà allora di lasciare spiegare in noi questo amore, questo essere del nostro essere:

Si, posso ben dire che Dio è l’essere di tutte le cose, non perché esse sarebbero quello che Egli è, ma perché «tutte le cose sono da lui, per lui e in vista di lui» (Rom 11,36). Per tutte le cose, egli è quello che esse sono; per le creature viventi, egli è anche ciò che fa la loro vita; per quelle che sono dotate di ragione, egli è ciò che le illumina; per quelle che la utilizzano bene, egli è la loro virtù; per quelle che vincono il combattimento, egli è ciò che le glorifica.

San Bernardo, Sermone 4 sul Cantico dei Cantici, 4

 

Fermandoci qui, fino san Bernardo, la vita cristiana consiste nel lasciare Dio effondersi in noi e trasformarci in lui, cosa che è la definizione stessa della santità:

I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo di fede, sono stati fatti veramente figli di Dio, e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi.

Concilio Vaticano II, Costituzione Lumen Gentium, V

 

“Partecipando alla natura divina”: tale è la causa e la misura della nostra santità. Ma con il peccato originale è stato inventato il merito, pretendendo cioè di essere portatori di qualcosa che Dio non avrebbe, di entrare in una contrattazione con lui, di scambiare lo statuto di figlio con quello di fornitore. Ed eccoci introdotti nell’eresia più costante della storia della Chiesa, quella che consiste nel pretendere di “guadagnare il cielo” come ci si guadagna il pane con il sudore della fronte. Si agisce come «i poveri pazzi dei Galati» (Gal 3,1) che riponevano la loro fiducia nella pratica della Legge di Mosè, dal pelagianesimo fino a sant’Agostino o al giansenismo moderno, si conta sulle proprie opere per essere salvati, dimenticando che prima ancora di crearci,

Dio ha deciso di non ricompensare che le proprie opere: sono solo quelle lì, e non le tue, che corona nel regno del Cielo. Quello che lui stesso non ha fatto in te, lo considera nulla.

Taulero, Sermone III per l’Epifania

 

Così l’idea stessa di “meritare” annienta l’amore. Questa volontà d’unione che abbiamo visto (Semi n. 221) è ciò che è più Dio in Dio, volontà che anticipatamente merita tutto, e che perciò ha bisogno che, “io non “meriti” mai nulla. Ecco perché io non amo affatto di volere sempre guardare al merito – dirà Francesco di Sales – se non possiamo servire Dio senza meritare (cosa impossibile), dovremmo desiderare di farlo! L’unico merito che avremo mai è quello di Gesù Cristo. Questo significa, che per noi la santità si chiama grazia, che non bisogna acquistare o coltivare, ma solamente ricevere bene per ben approfittarne, perché il nostro ruolo consiste interamente nell’accogliere l’amore di Dio:

Non è per la grandezza delle nostre azioni che siamo graditi a Dio, ma per l’amore con il quale le facciamo; perché una suora che sarà nella sua cella a fare una piccola azione, meriterà più di un’altra che avrà faticato maggiormente, perché lo ha fatto con meno amore. Ѐ l’amore che dona la perfezione e il valore alle nostre opere.

Vi dico ancor di più: ecco una persona che soffre il martirio per Dio con una oncia d’amore, merita molto, perché non potrebbe dare di più della sua vita; ma un’altra persona che sopporterà un buffetto con due once d’amore avrà molto più merito, perché è la carità e l’amore che dànno valore a tutto.

San Francesco de Sales, Veri Trattenimenti spirituali

 

Certo, la tentazione sarà sempre quella del quietismo, cioè quella di minimizzare la responsabilità dell’uomo nella sua salvezza, come se fosse sufficiente la voglia di essere salvato per esserlo effettivamente, ma ciò sarebbe confondere desiderio e volere: è nell’atto stesso di volere la santità che noi riceviamo la grazia di essere santi, così come l’ossigeno e il carburante si combinano per produrre la combustione, ma restano perfettamente inerti finché sono isolati l’uno dall’altro:

Ma dici, a che servono dunque le nostre opere buone? A cosa? Ad ottenerci la grazia di una più grande fiducia e speranza in Dio solo: ecco tutta l’utilità che ne facevano i santi delle loro grandi opere. Esse sono, dicevano, così cattive e così corrotte dalla nostra perversità che, se Dio ci giudicasse per quelle con rigore, meriteremmo più castighi che ricompense.

            Non parlarmi più allora di opere buone per aver di che appellarsi al momento della morte, parlami soltanto della misericordia di Dio, dei meriti di Gesù Cristo, di intercessione di santi, delle preghiere delle buone anime; non parlarmi della minima cosa che faccia sentire di confidare in se stessi, sulle proprie opere, sulle quali si ripone la propria fiducia. Il grande male, è che il nostro amor proprio si insinua ovunque, si mescola in tutto e distrugge tutto.

Jean-Pierre de Caussade, Lettera a Suor Bourcier de Monthureux

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