La felicità di essere cristiano

La felicità di essere cristiano (SEMI n. 221, Gennaio 2020, L’orazione porta della grazia)

Perché seguire Cristo? Io sono venuto perché le mie pecore abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10), risponde lui stesso. Non una vita per altre cose, ma la vita per la vita, una vita che basti a se stessa, una vita che non ha bisogno di cercare un’altra vita perché è essa stessa felicità e pienezza:

Ogni essere vivente cerca il riposo e cerca la felicità; alla domanda: vuoi essere felice? nessuno esiterebbe a rispondere che è questo ciò che vuole. Ma come si perviene alla felicità e dove la si trova, gli uomini non lo sanno ed è per questo che girano in tondo. L’uomo che non crede ancora in Cristo gira in tondo, in effetti, cercando la sua patria, ma senza sapere né la strada né la meta.

 

Ma colui che ha incontrato Gesù,

Il Signore lo riporta sul cammino: divenuti suoi fedeli, credendo a Cristo, non si è ancora giunti in patria, ma finalmente si comincia a camminare sulla via. Su questo cammino avanziamo tramite l’amore di Dio e del prossimo. Colui che ama, corre; se ama molto, corre veloce; se ama meno, procede lentamente, se non ama per niente, resta fermo.

Sant’Agostino (354-430), Sermone 346 B

 

“Su questo cammino avanziamo tramite l’ amore di Dio e del prossimo”, perché questa vita di cui Cristo è portatore, ha un altro nome biblico, che è amore: Dio è amore; chi rimane nell’ amore, rimane in Dio e Dio rimane in lui (I Gv 4,16). Vita, amore, Dio, queste parole sono sinonimi per designare l’assoluto in rapporto al quale tutto il resto è relativo:

            L’amore basta a se stesso, piace per se stesso e in ragione di se stesso. È merito e ricompensa a se stesso. L’amore non cerca fuori da sé né la sua causa né i suoi frutti: goderne, ecco il suo frutto. Amo perché amo, amo per amore.

San Bernardo (1090-1153), Sermone 83 sul Cantico

 

Non c’è nessuno che non ami, ci dice sant’Agostino, ma il problema è di sapere cosa si ama, di scegliere quello che ameremo. Evitiamo la più pericolosa e nello stesso tempo la più diffusa delle confusioni, quella di una comprensione “orizzontale” dell’amore: Se anche donassi tutti i miei beni ai poveri e non avessi la carità, questo non mi gioverebbe a nulla, dice S. Paolo (1Cor 13,3). Si può donare tutto quello che si ha e non amare:

È dall’amore che avrete gli uni verso gli altri che vi riconosceranno come miei discepoli (Gv 13,35). Questo il frutto sicuro dell’amore, il segno dal quale lo riconosceremo, ma il segno dell’amore non è l’amore stesso. Amare, prima di tutto non è essere eroici nel disinteresse: al contrario, questa perfezione non viene che alla fine. Amare è, prima di tutto, essere attratti, sedotti, catturati. Il primo atto libero e meritorio che ci viene chiesto, è di cedere a questa seduzione, a questa attrazione, di lasciarsi prendere, di lasciarsi “possedere”,… di lasciarsi fare.

 

È questa seduzione verticale che basta a se stessa, che conduce Cristo in tutto il Vangelo:

Cristo era consumato dal bisogno di offrirsi a Dio, proclamando la sua dipendenza e la sua inutilità. In Cielo, Egli lo proclama nella gloria, ma sulla terra, questa vita nascosta era un canto d’amore e di lode al Padre. Questa vita manifestava che Egli era nutrito da un nutrimento invisibile e bruciato dalla gloria del Padre.

Marie-Dominique Molinié (1918-2012), Ritiro predicato nel 1969

 

“Cedere a questa seduzione”: è questa che ci porta a Gesù, e che in Gesù ci porta al Padre, e ci fa cristiani.

 

Vivere l’unione 

Dio non chiede nulla, poiché non riavrò mai ciò che Egli mi avrà donato. Eppure c’è una cosa che Dio non avrà mai senza il mio permesso, o piuttosto non sarà mai una cosa, perché Dio ha rinunciato a tutto il potere su di essa, e che pertanto chiamerò persona; questa persona sono io stesso. Per questo, amare non è più donare cose, ma cedere ad una seduzione, unire delle persone: amare è lasciarmi attrarre, sedurre, catturare; lasciarmi prendere, lasciarmi “possedere” da colui che io amo. Questa unione di persone, ecco il primo e fondamentale articolo del Credo cristiano: Credo in unum Deum. Non è credere che Dio sia numericamente unico (non c’è bisogno di essere cristiani per questo), ma credere in un Dio d’unione, in modo tale che sia esaudita la preghiera di Gesù: Che siano uno come noi siamo uno, io in loro e tu in me (Gv 17, 21).

Non c’è vita cristiana se non riferita a questa volontà di Gesù di fare uno con noi: L’anima deve comprendere che il desiderio di Dio in tutti i doni che le fa, è quello disporla all’unione divina (Giovanni della Croce). La teologia cristiana è nata il giorno in cui i Padri del Concilio di Nicea hanno definitivamente fissato il concetto di persona per rendere conto di quello che Gesù, e lui solo, aveva rivelato del mistero di Dio: un Dio unico in ordine a quello che ha, in quanto alla sua sostanza, ma plurimo in quanto a quello che è, cioè una comunione di persone.

Come vivere questo? La comunione suppone una dipendenza reciproca e assoluta delle persone tra di loro:

            Non soltanto Gesù Cristo nostro Signore ha fatto la volontà del Padre e si è sottomesso a lui e a tutte le cose per amore di lui, ma ha messo anche tutta la sua contentezza, la sua felicità e il suo paradiso in ciò: «Mio nutrimento, dice, è di fare la volontà di colui che mi ha mandato»; cioè, non ho niente di più desiderabile, né di più delizioso, che fare la volontà del Padre mio. In effetti, in tutto quello che faceva, prendeva un appagamento infinito nel farlo, perché quella era la volontà del Padre.

            Così, in qualità di cristiani che devono essere rivestiti dei sentimenti e disposizioni del loro capo, dobbiamo non solo sottometterci a Dio e a ogni cosa per amore di Dio, ma dobbiamo porre in ciò anche tutta la nostra contentezza, la nostra beatitudine e il nostro paradiso.

San Jean Eudes (1601-1680), Il Regno di Gesù

                                                           (Segue)

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