L’origine di tutti i nostri mali

L’origine di tutti i nostri mali (SEMI n. 223, Marzo 2020, La pura aria delle vette)

Il mese scorso abbiamo visto che Dio Onnipotente è pure il Dio che ama, così che abbandonarci alla sua volontà è abbandonarci alla felicità. Da qui la sola, unica grande questione che tormenta l’umanità dalle sue origini: da dove viene questa resistenza alla volontà di Dio che ci rende infelici?

Per evitare le risposte sbagliate e preparare quella giusta, cioè quella che ci sarà data il venerdì santo, la Scrittura fin dalla sua prima pagina elimina ogni idea di un male che avrebbe qualche consistenza “in sé”: Dio ha creato tutto quello che esiste, «il cielo e la terra, l’universo visibile e invisibile» dice il Credo; e «Dio vide che era cosa buona», sette volte buono, quindi perfettamente buono (Gn 1,31). Poiché la realtà è assolutamente buona, il male non è da cercare in quello che è, ma in ciò che non è e fa solo finta di essere. Tutto il problema del male è in chi lo pone, e non problema di una percezione falsata della realtà e non problema di un difetto nell’atto creatore di Dio.

Ma guardiamo da vicino quello che ci rende infelici: non il grosso cane che forse potrebbe mordermi (per adesso non mi fa alcun male), ma la paura che mi morda; non la malattia (per il momento sono in buona salute); ma la paura di contrarla, della sua evoluzione, della morte che ne sarà la conclusione, etc. Eliminando la paura, il cane diventa buono e la malattia un semplice dato biologico da organizzare nel miglior modo possibile come il resto della creazione; Eliminiamo la paura e troveremo l’innocenza del paradiso, cioè l’armonia con Colui che è.

La paura, fuga dal reale: «Mi sono nascosto, perché ero nudo!» (Gn 3,10). Andiamo fino in fondo a questa nudità, cioè fino a questa spoliazione assoluta che si chiama morte: come il grosso cane che non ci ha ancora morso, quella esercita il  suo potere di devastazione solo per la paura che ne abbiamo, perché nel momento in cui saremo morti, non potremo ad ogni modo più provarlo. Detto in modo diverso, quello che ci fa più paura è quello che non dovrebbe farcene per niente! E aldilà dell’evento che chiamiamo morte, è tutto ciò che l’annuncia che diviene causa di angoscia e di infelicità, che si tratti della malattia, della rovina o dell’insuccesso in tutte le sue forme: non si è angosciati perché si è malati, ma perché “forse” si potrebbe esserlo, si è angosciati perché “forse” potrebbe accadere questa o quell’altra cosa, etc. E tutti questi “forse” indicano che la vera causa della nostra infelicità è un prodotto psichico di cui la malattia o la rovina non sono che dei pretesti.

In questo l’infelicità si radica nel peccato. Cos’è il peccato in effetti? Il fatto di vivere in funzione di tutti questi “forse”, cioè di vivere in funzione di cose alle quali attribuiamo una falsa esistenza, una parvenza di esistenza: «Il frutto sembra buono…» (Gn 3,6). Il che vuol dire che all’origine di tutti i nostri mali, c’è sempre la menzogna di cui accettiamo di essere più o meno complici, menzogna originale – «Vostro padre, il diavolo, omicida fin dalle origini, è mentitore e padre di menzogna…» (Gv 8,44) –  e menzogna attuale tutte le volte che accettiamo una vita che, in realtà, non esisterà mai perché Dio non la vuole. Questo ottenebramento dell’intelligenza e della volontà costituisce tutto il dramma della nostra infelicità, ma dramma che durerà finché durerà la nostra propria volontà:

 

San Bernardo ci assicura che quello che serve da legna al fuoco dell’inferno è la nostra volontà: «Cos’è che brucia nell’inferno se non la nostra volontà?» Ѐ una verità così incontestabile che si giustifica da sé, se questa volontà sparisse dal mondo, non ci sarebbe più inferno: «Togli la tua volontà, e non ci sarà più l’inferno».

Taulero, Sermone 7

 

Allentare il freno

 

Avendo identificato la sorgente dell’infelicità, il rimedio sarà tanto esigente quanto semplice: invece di seguire la propria volontà, basta seguire quella di Dio, e ciò non in una sottomissione da schiavi, ma nell’ottica di un amore di figlio certo che il padre sa e vuole quello che lo renderà felice; ancor di più: suo padre non si occupa che di renderlo felice. Per cui gli ostacoli diventano dei trampolini; il reale, cioè Dio, non resisterà più ai nostri progetti, e le situazioni, meno confacenti alle nostre voglie, saranno altrettante occasioni per superarle, obbligandoci ad unirci più strettamente a nostro padre, e dunque a ricevere ancor più felicità:

 

            Tutti demoni dell’inferno e tutti gli uomini di questo mondo coalizzati insieme non potrebbero nuocere all’uomo che ama Dio in totale purezza. Più cercheranno di nuocerlo, più lo faranno salire verso la profondità dei cieli, se egli è veramente tutto nel desiderio di Dio. E se, con questo fiore del puro desiderio di Dio, fosse trascinato nel più profondo dell’inferno, troverebbe là, nell’inferno, il regno dei cieli, Dio e la beatitudine. Perché chi possiede questo fiore non ha niente da temere in nessuna situazione. E quali che siano le attrattive che si presentano, dal momento che cerca unicamente Dio, niente può turbarlo né fuorviarlo.

Taulero, Sermone 7

 

Così san Francesco di Sales riassume genialmente:

 

La croce è di Dio, ma è croce perché noi non ci uniamo ad essa; perché, quando si è fortemente risoluti nel volere la croce che Dio ci dona, non è più croce. Ѐ croce perché non la vogliamo; se è di Dio, perché dunque non la vogliamo?

San Francesco di Sales, Lettera 2531

 

O ancora il suo discepolo Alexandre Piny:

 

            Dio in noi odia e può odiare solo quello che ci appartiene, e ama solo ciò che è in Dio e di Dio. Ma, un’anima nel puro abbandono, non ha più niente in lei che le appartenga; tutto ciò che ha, appartiene a Dio ed è di Dio.

Alexandre Piny, L’abbandono alla volontà di Dio, 7° giorno

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