Questo è il mio corpo (quarta parte)

«Questo è il mio corpo»   (Segue)  (SEMI n. 237, giugno 2021, La lettura spirituale)

 

La comunione spirituale

Abbiamo compreso che il gesto liturgico di ricevere corporalmente Cristo durante la messa, manifesta la vita comune di due persone che hanno peraltro l’intenzione di donarsi totalmente l’uno all’altro, essendo il dono del loro corpo il pieno compimento di questa intenzione. Abbiamo compreso anche che questo gesto liturgico sarebbe privato del suo senso, se non corrispondesse a una vita effettivamente comune in tutti gli ambiti tra i due partners. Questa vita comune si chiama comunione spirituale:

 

La manducazione spirituale della carne spirituale di Cristo non consiste in nient’altro che nel mettere il nostro cuore in suo potere, tramite atti e applicazione della volontà.

Guillaume di Saint-Thierry, Sul Sacramento dell’Altare, cap. 9

 

Questa “applicazione della volontà” alla volontà di Cristo corrisponde al nostro impegno battesimale di seguirlo incondizionatamente e in questo consiste tutta la vita cristiana. Ciò fa dell’eucarestia il compimento del battesimo e della volontà di appartenere pienamente a Cristo.

Questa comunione è spirituale perché è quella delle persone che, formando un solo soggetto, l’io dell’uno e il tu dell’altro si uniscono in un unico noi; mentre un corpo, fintantoché è nelle condizioni materiali quaggiù, è capace solo di un avvicinamento, non propriamente di una unione, perché due corpi non possono occupare nello stesso momento lo stesso spazio. Nella comunione liturgica una persona già glorificata, Cristo, è ricevuta da una persona in corso di glorificazione, il fedele: questo vuol dire che la comunione spirituale ci permette il pieno accoglimento di Cristo sulla terra, nell’attesa della risurrezione della nostra carne al momento della sua Parusia, la quale metterà fine alla celebrazione dei sacramenti. In questa attesa, la comunione liturgica anticipa questo compimento, come la Chiesa ci fa proclamare al momento della consacrazione: «attendiamo la tua venuta nella gloria». Il latino è più esplicito: «proclamiamo la tua risurrezione donec venias», cioè esattamente «mentre tu stai venendo».

Poiché la comunione spirituale è il luogo in cui si opera la nostra accoglienza di Cristo, ci si potrebbe domandare se vale ancora la pena di praticare la comunione liturgica. In realtà, anche se questa non aggiunge nient’altro in termini di unione a Cristo, è però necessaria: la comunione spirituale è autentica solamente nella volontà dei suoi partners di condividere tutto. Quando la condivisione dei corpi non è possibile, non è meno implicitamente desiderata nell’intenzione di unione, allora in questo caso la comunione spirituale diviene comunione di desiderio, nella Tradizione cristiana

 

Quando non puoi avere la possibilità di comunicarti realmente nella santa messa, comunicati almeno con il cuore e lo spirito, unendoti con ardente desiderio alla carne vivificante del Salvatore.

San Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota, II, 21

 

Ciò permette di pensare alla situazione di molti fedeli privati della celebrazione della messa, ma che non sono per questo privati della grazia dell’eucarestia: è il caso, per esempio, del malato che non può recarsi in chiesa, ma che lo farebbe se potesse o del fedele lontano da ogni celebrazione o di colui che desidererebbe andare a messa durante la settimana, ma che prima di tutto deve adempiere il suo dovere di stato, etc.:

 

Alcuni non fanno che la comunione spirituale, senza ricevere il sacramento [liturgicamente]; sono i cuori buoni e puri che sospirano dietro il Santo Sacramento, nel momento in cui non si può dar loro. Questi qui ricevono la grazia del sacramento, forse più di quelli che lo ricevono sacramentalmente [liturgicamente], sempre in proporzione al loro desiderio e alle loro disposizioni. Un brav’uomo può così comunicarsi cento volte al giorno, non importa dove sia, se malato o se sta bene. Se sacramentalmente [= liturgicamente] non si può ricevere la comunione più di una volta al giorno, tuttavia si può, con santi desideri e con devozione, fare la comunione spirituale e ricavarne grazie e frutti immensi.

Giovanni Taulero, Sermone XXXIII

 

Perché questo gesto della manducazione?

Abbiamo appena visto che l’eucarestia ricopre tutta la vita del cristiano in quanto essa mira all’unione completa a Cristo. Questo ci permette di comprendere la scelta che Cristo ha fatto di questo gesto della manducazione per significarla:

 

Noi mangiamo il nostro Dio. Di quale ammirabile e ineffabile amore ha avuto bisogno, per inventare questa meraviglia! Questo amore supera tutti i sensi e dovrebbe colpire il cuore di tutti gli uomini, talmente è al di sopra di tutto, l’amore di Gesù per noi. Ora, non c’è cosa materiale che sia così prossima e intima all’uomo come il bere ed il mangiare ricevuto dalla bocca dell’uomo, ed è proprio per questo, per unirsi a noi nel modo più prossimo e più intimo, che ha trovato questo meraviglioso procedimento.

Giovanni Taulero, Sermone XXX

 

“Il bere e il mangiare” sono nello stesso tempo quello che c’è di più elementare e di più necessario alla vita, come i gesti che vi sono legati sono i più universali in tutte le culture. Mangiare e bere evocano così molto più che un avvicinamento, anche quello intimo fra sposi: nutrirsi è assorbire ciò che si mangia e si beve per esserne trasformati, è assimilare ed essere assimilati. Scegliendo i gesti che dicono questa assimilazione nel momento in cui si apre la sua Passione, mettendola in parallelo con la lavanda dei piedi, Gesù esprime questo amore “fino al culmine” che è il suo per noi e, nello stesso tempo, ci rende capaci di viverlo a nostra volta verso di lui e tra noi: «Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»

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