Questo è il mio corpo (seconda parte)

«Questo è il mio corpo» (Segue) (SEMI n. 235, Aprile 2021, Le visite del Diletto)

 

Ricordiamo che questo slancio verso l’altro, che ci porta a fare uno con lui, parte dal più profondo di noi stessi, dal punto in cui diciamo “io”, dove siamo una persona; via via che questo slancio si sviluppa, il “sé”, cioè tutto quello che costituisce la nostra personalità, tutto quello che permette all’ “io” di sentire, di comprendere e di volere, è progressivamente riorientato verso questo altro, per formare con lui un nuovo soggetto, un noi.  Questo “noi” non è un “io” sommato ad un “tu”, ma “io in te e tu in me”: allora l’unione è realizzata, l’amore è compiuto ed il desiderio è soddisfatto; i rapporti hanno lasciato il posto alle relazioni e l’individuo è diventato una persona.

Ricordiamo che nel “noi” così formato, l’altro non è più percepito come altro, ma come me stesso, senza per questo identificarsi a me: è divenuto “me stesso in lui” nell’unità del soggetto. Sottolineiamo ancora che questo noi viene mantenuto fino a che non ci occupiamo, lui ed io, di altro rispetto a lui e io, finché non ci occupiamo insieme di un terzo. Ѐ il caso, per esempio, dei genitori che dicono “noi” rivolgendosi al loro figlio, ma questo noi ridiventa io e tu non appena cessano di prendersene cura. Quel che si vuol dire è che bisogna essere tre per fare uno e che l’amore è insieme unione e apertura: le due prime persone sono unite tramite la terza e la terza esiste come persona solamente nell’unione delle prime due. Questo è quello che noi esprimiamo nel Credo quando diciamo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.

Queste sottolineature molto semplici ci mostrano che il mistero della Trinità si estende a tutti quelli che Dio crea a sua somiglianza e questo ci prepara a comprendere quello che accade nell’eucarestia. Prima, però, dobbiamo ancora precisare il posto del corpo nell’unione delle due persone.

 

 

Il posto del corpo nell’unione

Il desiderio d’unità ci mette in relazione gli uni con gli altri a partire dal più intimo di noi stessi, a partire da quel punto immateriale dell’io: perché io vado verso l’altro, io penso a lui, io cerco di comprenderlo, io prendo le mie decisioni in funzione di lui e infine io lo sento, io lo vedo e io lo tocco. Ѐ così che uscendo da se stesso per andare verso l’altro e formare un noi con lui, l’io investe tutti i luoghi della personalità, coinvolgendoli l’uno dopo l’altro in questa unione in formazione, che parte dal centro dell’anima e raggiunge la periferia esterna del corpo nel momento in cui questo io lo vede, lo sente e lo tocca.

Osserviamo adesso che le relazioni non dipendono dalla distanza tra le persone, diversamente dai rapporti tra individui. Due amici abitando a chilometri di distanza l’uno dall’altro sono uniti da un’intenzione comune, collaborando allo stesso progetto ognuno lì dove si trova: sono insieme a prescindere dalla distanza. Viceversa, i viaggiatori stretti l’uno contro l’altro nella metropolitana nelle ore di punta non sono uniti, ma semplicemente in rapporto fisico tramite contatto meccanico dei loro corpi appoggiati l’uno all’altro.

Infine, poiché le relazioni sono immateriali, se il corpo è ciò che si vede per primo in un rapporto, è l’ultimo ad entrare in relazione. Due individui reagiscono l’uno all’altro essendo fisicamente in contatto ed il loro istinto regola il loro comportamento, avendo raggiunto il punto di equilibrio quando le loro forze si annientano. Due persone, invece, si rivelano l’una all’altra, via via che si mettono a disposizione l’una dell’altra rinunciando a quello che è loro proprio: questo è il movimento stesso dell’amore. Nella relazione umanamente più completa, quella matrimoniale, il dono reciproco dei corpi esprimerà nella loro carne questa unione, partita dal più profondo della persona: è così che due sposi si donano fisicamente l’uno all’altro nella pienezza della unione coniugale, ed è così che bisogna comprendere il ruolo del corpo di Cristo nella comunione eucaristica.

 

 

Cosa c’è dunque sull’altare?

Domandate ai bambini che fanno la prima comunione. Alcuni risponderanno: «il corpo di Cristo», perché hanno appreso bene il catechismo. Ma se non andranno oltre, dopo qualche anno, quando avranno compreso che un corpo non è che un corpo, anche se fosse quello stesso di Dio, diserteranno presto la messa, a meno che non attribuiranno un potere miracoloso a questo corpo, cosa che Gesù Cristo non ha previsto. Ma, altri bambini, più svegli spiritualmente, risponderanno «Gesù». Questo, certo, suppone che Egli sia corporalmente presente, ma di una presenza personale che è infinitamente più di una presenza corporale. Avranno implicitamente compreso che essere cristiano non è tanto beneficiare di un miracolo, quanto piuttosto vivere della vita di Gesù, assimilare Gesù, divenire Gesù:

 

«Signore! Che vuoi che faccia?» – «Ascolta e credi come un bambino: sii semplicemente Gesù». È sempre un grande onore che Dio prenda dimora in nature deboli e piccole. E nello stesso tempo lo Spirito attirerà fortemente il bambino a cessare i suoi discorsi per venire a Gesù, entrare in lui e divenire lui. Questo è dimorare nella verità, stabilirsi nella giustizia e, di conseguenza, essere giusto e vero, e realizzare i pensieri e le volontà del Padre celeste. Essere Gesù, vivere Gesù illumina tutto, facilita tutto, mette l’essere in relazione con tutto, con Dio e con le creature.

Charles Gay, 123ª Elevazione

 

La liturgia fa dire al ministro che nell’ostia è presente «il corpo di Cristo». Questo non è falso, certamente, ma talmente insufficiente! Non è per ricevere il corpo di Cristo che io mi comunico, ma per ricevere Cristo, così come io non ricevo il corpo di un amico alla mia tavola, ma la sua persona. Certo sarebbe impossibile riceverlo senza la sua presenza corporale, ma questa non è che l’involucro della sua presenza personale, l‘unica che mi interessi: è la persona che amo, non il suo corpo.

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